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Autoritarismo: Salvini e Di Maio sulle orme di Putin?

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Matteo Salvini e Luigi Di Maio

Autoritarismo: l’ombra dell’uomo forte, dell’uomo della Provvidenza, si staglia anche sull’Italia. A sostenere questa tesi è un signore che ha fatto la storia della sociologia. Si chiama Francesco Alberoni. Classe 1929, nei giorni scorsi il professore ha espresso le sue preoccupazioni in un’intervista a Italia Oggi. Ma prima di entrare nel merito delle valutazioni di Alberoni, facciamo un passo indietro a quella che ormai sembra preistoria politica.

I congressi alla Sanremo

C’era una volta il congresso di partito. Ogni sezione, livello comunale, eleggeva i suoi delegati al congresso provinciale. Dopo lunghe discussioni, il congresso provinciale eleggeva i suoi delegati a quello nazionale. Migliaia di militanti si mettevano all’opera, discutendo di piattaforme programmatiche. Fino a quando si apriva la kermesse nazionale. Durava come il festival di Sanremo. E vi partecipavano “delegazioni” degli altri partiti. Con i giornalisti che andavano a nozze. Perché potevano intervistare Berlinguer sullo sfondo di un enorme scudo crociato. O Benigno Zaccagnini sotto una incombente falce e martello.

Per i congressi si sospendevano addirittura i lavori parlamentari. E alla fine, l’ultimo giorno, di solito la domenica pomeriggio, il leader saliva sul podio per fare la sintesi dei lavori. Spesso veniva rieletto per acclamazione e i bambini portavano garofani a Craxi o gigli bianchi a Forlani o a Fanfani. E c’erano le correnti: la Base, i Miglioristi, i Lombardiani, Nuove Cronache e Forze Nuove, il Preambolo e i Dorotei.

Apparenza democratica

Sì, forse stiamo parlando di preistoria. Di quando i partiti erano organizzazioni elefantiache ma, almeno all’apparenza, democratiche. L’ultimo congresso di Forza Italia? Non pervenuto. E dei 5 Stelle? Mai visto. Restano, ogni tanto, i congressi del Partito democratico e della Lega. Quelli del Pd sembrano la notte dei lunghi coltelli. Quelli della Lega, una sagra di Paese.

Autoritarismo di ritorno…

Alberoni affronta la deriva di Putin, Trump e Macron, allargandola a Erdogan e Xi Jinping. Afferma che nel mondo sta prevalendo un riflusso autoritario che lo preoccupa. Sostiene che il mondo procede per “onde”, come il mare. Dopo il periodo delle grandi dittature europee di Hitler, Stalin, Franco e Mussolini si è passati al periodo iper democratico. E ora si sta tornando ad un’altra fase autoritaria. Prova ne è, sostiene il sociologo, la ricomparsa dei dazi, risposta nazionalistica alla crescente globalizzazione. “America first” – lo slogan che ha fatto vincere Trump – è infatti l’esatto opposto della globalizzazione.

…e Made in Italy

“I 5 Stelle – dice Alberoni – sono un partito con un vertice accentrato e una disciplina di ferro al proprio interno. I loro parlamentari contano al massimo come me. In pochi decidono, tutti gli altri sono tenuti soltanto ad obbedire”.
Analisi quasi analoga per l’altro partito vincente, la Lega di Salvini, all’interno della quale il dibattito è praticamente nullo. E non è un caso, secondo Alberoni, che siano proprio questi i partiti vincenti, mentre perdente risulta essere il Pd, dilaniato da polemiche di tutti contro tutti. E rincara la dose: “Se i 5 Stelle vanno al potere fanno un governo autoritario. Perché un governo autoritario, monolitico e ideologico è nella loro struttura”.

Autoritarismo e competenza

Se però facessimo un sondaggio, chiedendo agli italiani se preferirebbero un governo democratico, ma corrotto e pieno di disonesti, o un governo autoritario, ma di competenti e onesti, il risultato sarebbe scontato. Il problema è che l’autoritarismo non è necessariamente (anzi, è raramente) un governo di competenti e onesti. Se Mussolini era completamente disinteressato al denaro, non lo erano i suoi gerarchi. E lo stesso si può dire dei governi di Hitler e di Stalin.

L’uomo della Provvidenza

Però a noi piacciono i Macron e i Putin. E molti cantano “vogliamo un presidente, vogliamo solo un presidente”, quando acclamano Di Maio o Salvini. La figura dell’uomo della Provvidenza, del “padre buono” che ci governa è dura a morire. E del resto il “ghe pensi mi” del primo Berlusconi era stato un brand di sicuro successo.

Molti avevano immaginato che la discesa in campo dell’imprenditore rampante avrebbe risolto tutti i nostri problemi: “Se è stato capace di fare tanti soldi per lui, chissà cosa farà per noi” si pensava in Brianza come in Sicilia. Ma le cose non sono andate così. Ora molti sperano che chi ha vinto al grido di “onestà, onestà” sappia davvero governare onestamente. Ma sarà davvero così, o ci ritroveremo, fra qualche anno, di fronte all’ennesima, cocente, delusione?

1 commento

  1. Sono davvero sconsolato perché Massimo Solari ha perfettamente ragione! Tuttavia, facciamoli governare (Salvini o Di Maio) perché siccome non resisteranno alla voglia di AUTORITARISMO, si scioglieranno da soli come neve al sole.

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