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Catalogna: dall’indipendenza all’effetto tribù

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Catalogna: tutti ormai sappiamo cosa prevede l’articolo 155 della Costituzione spagnola, negli ultimi giorni ripetuto come una litania da radio e tv. E sappiamo che finora non è mai stato applicato dalla Spagna per prendere il controllo di istituzioni politiche e amministrative della regione ribelle. Ma quanti sanno chi sono i Podemos o i Ciudadanos? O di che partito sono Puigdemont e Mariano Rayoj? I media italiani parlano spessissimo di politica spagnola, partendo dall’erroneo presupposto che i lettori o gli ascoltatori siano altrettanto esperti. Ma dato che non è così, per parlare di indipendenza catalana proviamo a stendere un pro memoria sulla Spagna nel giorno dell’Hispanidad, la Festa nazionale che cade nell’anniversario della scoperta dell’America di Cristoforo Colombo.

Catalogna: da Rayoj a Puigdemont

Partiamo da Rayoj. È il leader del Partito popolare spagnolo, formazione di centrodestra che, dopo aver ottenuto nel 2011 la maggioranza assoluta al parlamento spagnolo, la perse nelle elezioni del 2015. Oggi è il partito di maggioranza relativa col 33% dei suffragi. Ma senza nessuna maggioranza parlamentare. Come si regge in piedi? Con l’astensione del Partito socialista, suo naturale nemico, ma attualmente attraversato da una crisi profonda. Possiamo dire che l’atteggiamento sprezzante e decisionista che sta tenendo con Barcellona è inversamente proporzionale alla sua forza effettiva.
E Puigdemont? Fino al 2016 era sindaco di Girona, città dell’entroterra catalano, grande come Piacenza. È diventato presidente della Catalogna a capo di una coalizione di partiti indipendentisti. Ma a sua volta per il rotto della cuffia. Dunque, oggi in Spagna si confrontano due debolezze.

Podemos e Ciudadanos

Parliamo di Podemos (possiamo). È un partito di sinistra nato nel 2014 per contrastare le politiche europee di austerità. Oggi è il terzo partito spagnolo e si colloca alla sinistra del partito Socialista. Ma in Catalogna conta pochissimo. Alle ultime elezioni ha raccolto solo l’8,94% dei voti e 11 seggi. Da contrario all’indipendenza catalana oggi è in mezzo al guado, e lavora a una mediazione. Ciudadanos (cittadini) invece è un partito nato nel 2005. Di orientamento liberale, è contrario all’indipendenza catalana. Ma in Catalogna alle ultime elezioni ha raccolto solo il 7,6% dei suffragi con 9 seggi nel parlamento catalano.

Il Parlament de Catalunya

Il Parlamento catalano è oggi composto da 135 deputati, dei quali 72, la maggioranza, sono divisi tra i 62 del Junts pel Sì (il partito di Puidgemont) e i 10 di Unità Popolare, partito indipendentista di estrema sinistra. La minoranza è a sua volta composta dagli 11 del Partito popolare (quello di Rayoj), dai 25 di Ciudadanos, dai 16 Socialisti di Catalogna e dagli 11 dei verdi e di sinistra unita. Una situazione, sia centrale che catalana – anche in un momento di crisi delle ideologie – totalmente spiazzante per le categorie politiche alle quali siamo abituati in Italia. La Catalogna, lo abbiamo visto negli ultimi giorni, è a sua volta equamente divisa tra chi vuole la secessione a tutti i costi e chi vuole rimanere con la Spagna.

Catalogna in salsa europea

E l’Europa? Ufficialmente tace e dice di essere contraria all’indipendenza. Ma dietro le quinte fa pressing sui due protagonisti dello scontro, Rayoj e Puidgemont, per fare in modo che inizino dei colloqui per una soluzione condivisa. Ricordiamo che nessun nuovo Stato può entrare in Europa e nell’area euro senza l’unanimità dei Paesi membri. Di conseguenza una Catalogna indipendente dovrà per forza trovare un accordo con la Spagna per poter accedere a tutti i benefici ai quali oggi ha già diritto. E Rayoj è troppo debole per potersi permettere delle aperture. Ecco spiegato il suo atteggiamento di totale chiusura.

Catalogna ed effetto tribù

La concessione dell’indipendenza alla Catalogna aprirebbe la strada alla secessione dei Paesi Baschi in Spagna e a una serie di altre rivendicazioni, dalla Scozia fino alla CorsicaFinora chi si batte per l’autonomia, che sia, in forme diverse, la Catalogna o la Lombardia (chiamata al referendum consultivo sull’autonomia col Veneto il 22 ottobre), è la regione “ricca”, stanca di mantenere le povereInfatti la Sardegna, che pure è profondamente indipendentista, non se la sogna neppure, essendo la regione che più riceve da Roma come trasferimenti di fondi pubblici.
Insomma, nel clima di globalizzazione imperante, si riscopre l’egoismo della propria tribù, convinti che solo chiudendosi a riccio si potrà superare una crisi che sta compiendo i 10 anni e della quale non si vede minimamente la fine.

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