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Donald Trump: le porte girevoli di Washington e l’ottovolante diplomatico

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Donald Trump brucia collaboratori a un ritmo impressionante. Staff e uomini della sua amministrazione vivono in un continuo andirivieni. E in politica estera il presidente americano alterna su tutti i teatri il bastone e la carota: lo farà sapientemente? Non facciamo come quelli che, ricorrendo con disinvoltura alla retorica dell’iperbole, presentano il tycoon semplicemente come inadeguato all’incarico.
Vediamo, intanto, di fare il punto sulle porte girevoli di Washington, che Donald Trump sembra essersi portato dietro da New York. E distinguiamo tra staff della Casa Bianca e governo federale.

L’ora di Pompeo

Cominciando dal Gabinetto, in questi giorni ci sono stati solo due cambiamenti decisi dal presidente, ma il primo è estremamente rilevante. Rex Tillerson ha lasciato ieri il Dipartimento di Stato, dove è stato avvicendato da Mike Pompeo. Capo uscente della Cia, Pompeo appartiene alla categoria dei “falchi”, cioè i sostenitori delle posizioni più intransigenti. Trattandosi, nel caso del Segretario di Stato, del responsabile della politica estera, la sua sostituzione ha un’eco mondiale vastissima. E una possibile recrudescenza delle relazioni internazionali americane suscita apprensione.

Tillerson paga numerose incomprensioni personali con Donald Trump. Ma sconta anche le divergenze d’opinione sui dossier più scottanti. In particolare, la volontà di spingere la polemica sul nucleare iraniano fino alla rottura dell’accordo del 2015 vede l’ex numero uno di ExxonMobil nettamente contrario. Si vedrà se si arriverà a questo punto con Teheran, oppure se l’inquilino della Casa Bianca da consumato negoziatore otterrà qualcosa minacciando molto.

L’altro avvicendamento nel governo riguarda il Segretario per gli affari dei Veterani. The Donald ha licenziato David Shulkin e nominato al suo posto l’ammiraglio Ronny L. Jackson: è l’ufficiale medico della Casa Bianca. Shulkin era uno dei membri del gabinetto più apprezzati. Gli viene imputato l’impiego di fondi pubblici per spese personali (accusa già costata le dimissioni a Tom Price alla Sanità). E di essersi scontrato con i settori più conservatori dell’amministrazione, favorevoli all’estensione della copertura statale alle assicurazioni private dei reduci.

Staff senza pace

I cambiamenti nell’Ufficio esecutivo sono stati più frenetici e altrettanto significativi. Il capo di gabinetto è già cambiato una volta, quando John Kelly ha sostituito Reince Priebus. Ma da tempo si vocifera che anche l’ex generale rischi il posto.

Altro ruolo chiave senza pace è quello di consigliere per la Sicurezza nazionale. Meno di un mese era durato il generale Michael Flynn, costretto alle dimissioni per aver celato l’estensione dei suoi rapporti con l’ambasciatore russo Kislyak. Quindi, è stato il turno del generale H.R. McMaster, che però si è urtato con il genero di Trump, Jared Kushner, e ha avuto la peggio. Tocca ora a John Bolton. Già rappresentante all’Onu, conservatore spinto, è un falco della prima ora, vicino alla lobby delle armi. Da lui ci si aspetta che assecondi gli irrigidimenti del capo in politica estera verso l’Iran e la Nord Corea.

Come dimenticare, poi, la cacciata del consigliere Steve Bannon, novello Rasputin in salsa Usa? Per non parlare dei tormenti nello strategico settore dei rapporti con la stampa. Siamo già al secondo portavoce. Mentre il quarto direttore della Comunicazione, Hope Hicks (dopo Spicer, Dubke e la meteora Scaramucci), si è dimesso due giorni fa.

Metodo nella follia e qualche azzardo

Alla foga nella sostituzione dei collaboratori, fa da pendant l’attitudine contraddittoria di Donald Trump in politica estera. Ciò è vero, però, probabilmente solo in apparenza.
Sul fronte Russia, l’inchiesta del procuratore speciale Mueller sui rapporti fra il clan Trump e Mosca in campagna elettorale è piombo nelle ali del presidente. E non aiutano nemmeno 46 anni di guerra fredda e il recente caso Skripal. Difficile attendersi linearità di condotta, perché un certo feeling personale con Putin rimane evidente.
Sul fronte Iran, le pressioni israeliane e saudite sul campo e quelle interne dei neo e teocon si sposano abbastanza bene con l’orientamento di Trump. Il gioco di sponda (faccia cattiva – faccia buona) in questo caso potrebbe riuscire con l’Europa, almeno per un po’.

Ma Donald Trump si gioca molto soprattutto in Asia. I dazi imposti all’export cinese nell’ambito della guerra commerciale sembrano aver convinto Xi Jinping a redarguire Kim Jong-un. Un incontro tra il dittatore nordcoreano e il capo della Casa Bianca sembra a portata di mano. Ma la Cina non si priverà tanto facilmente del proprio cuscinetto con Seul. C’è il rischio che la penisola coreana diventi tutta rossa, al contrario dell’Europa che è diventata tutta Nato? Sarebbe troppo, anche per un uomo d’affari come The Donald.

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