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Immigrazione: lo struzzo europeo e un piano Marshall per l’Africa

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L’immigrazione ha tanti volti: migranti, migranti economici, rifugiati, richiedenti asilo e chi più ne ha più ne metta. Adesso, spinti da un’opinione pubblica sempre più insofferente e riluttante, da Berlusconi a Renzi, tutti a dire “Aiutiamoli a casa loro“. Ma è davvero possibile? Basterà l’Italia, ci vuole l’Europa o servirebbe un piano su scala mondiale? Domande legittime perché il problema dell’immigrazione, per chi non l’avesse ancora capito, ha un nome e si chiama Africa. E quello che sta accadendo oggi nel Mediterraneo è solo la prima crepa di un’enorme diga sempre più fragile.

Lo struzzo europeo

L’Europa ci ha preso a pesci in faccia ad Amburgo e a Tallinn. E continuerà a farlo nei prossimi vertici, perché gli altri Paesi europei, a “casa loro”, hanno già risolto il problema: semplicemente porte chiuse a chiunqueL’Italia è l’unico corridoio ancora aperto per qualunque tipo di migrante. Secondo il ministero degli Interni in questo 2017 si contano già oltre 14mila sbarchi al mese. In totale sono arrivati 85.150 migranti tra il 2 gennaio e il 7 luglio (+10,85% sul 2016). Siamo geograficamente più che vulnerabili, politicamente divisi e abbiamo di fronte il brodo primordiale della Libia, a sua volta corridoio dei Paesi sub sahariani. E a ben guardare, in questa situazione drammatica per l’Italia, l’Europa sembra uno struzzo che mette la testa sotto la sabbia.

I figli dell’Africa

L’Africa, continente dal quale proviene la maggior parte dei migranti, nel 2016 contava 1,216 miliardi di abitanti e ha un andamento demografico galoppante. Se il tasso di crescita della popolazione mondiale del 2010 era dell’1,14%, il dato dell’Africa sub sahariana era del 2,3% (fonte Onu). Le previsioni per il 2050 sono addirittura catastrofiche. Si calcola un aumento a 1,6 miliardi di africani. Se continueranno a lasciare il loro continente, non solo in Italia, ma neppure in Europa potremmo accoglierli al ritmo odierno.

Un piano Marshall per i migranti

Ecco perché serve un piano Marshall per fermare i migranti che lasciano l’Africa. Ai più potrà sembrare un’utopia, pensando per esempio all’alto tasso di corruzione di molti governi locali. Ma è l’unica soluzione nel medio termine per affrontare il problema dell’immigrazione, partendo dai fondi che abbiamo già messo a disposizione per l’Africa (2,8 miliardi di euro previsti dalla Ue, finora finanziati al 13%). Investimenti mirati, controllati e funzionali a rendere più ricchi e pacificati i Paesi da cui partono queste decine di migliaia di esseri umani. Anche senza toccare le corde dell’etica e del perché comunque sarebbe giusto farlo a prescindere, non c’è storia. La soluzione passa da un aumento del loro reddito procapite e dal conseguente miglioramento della qualità della vita nei Paesi dove sono nati. A questo punto non avrebbero più motivo per lasciare le loro case e rischiare la vita. Chi dovrebbe preparare e finanziare questo piano straordinario? Chi dovrebbe seguirlo, garantendone l’applicazione e il successo? Solo l’Unione europea? l’Onu? Non lo sappiamo. Ma qualcuno dovrà occuparsene e presto.  

L’esempio dei rimpatri

Per capire quanto sia vera la necessità di “pensare in grande“, oltre ai numeri degli arrivi forniti dal Viminale, basta guardare a quanto sta avvenendo per i rimpatri. Senza precisi accordi bilaterali, economicamente rilevanti, possiamo tranquillamente dimenticarci di riuscire a rimandare a casa un numero significativo di migranti. Neppure i loro Paesi di origine, per una serie di ragioni, vogliono accoglierli. Ma il vero problema è che è molto difficile stabilire quale sia il loro Paese di origine una volta arrivati in Italia. Forse (ma sottolineiamo il forse) se in Italia riuscissimo a fare una scrematura, riducendo drasticamente gli arrivi per esempio ai soli casi umanitari e richiedenti asilo, si potrebbe pretendere che l’Europa cambi atteggiamento. Oggi, in queste condizioni di confusione totale, Ong comprese, sicuramente non è possibile. E intanto gli sbarchi continuano e in Mediterraneo si muore.

 

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