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Kim Jong-un: da canaglia atomica a Nobel per la pace?

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Kim Jong-un è passato in poco tempo dall’essere considerato il maggior pericolo per la pace mondiale, quasi ad apostolo della concordia planetaria. Possibile trasformarsi in un attimo da falco in colomba? Sappiamo che i nostri sono tempi sconvolti dal fluire delle notizie senza soluzione di continuità. Questo, però, non autorizza ad abiurare all’esercizio di un minimo di facoltà critica.

Il passo storico di Kim Jong-un

Riconosciamo che l’incontro del dittatore con il presidente sudcoreano Moon Jae-in, varcato per alcuni metri il confine sul 38° parallelo, è un passo storico. Dall’armistizio del 1953, mai un leader dell’originale dinastia comunista di Pyongyang aveva reso visita al suo omologo di Seul. Ma basta questo a far gridare alla candidatura del giovane e spietato dittatore al premio Nobel per la pace? Magari in accoppiata con Donald Trump, come già si divertono a prevedere i bookmakers?

L’incontro di Panmunjom

Cominciamo dall’incontro di venerdì 27 aprile. Prima di varcare il confine del Sud, Kim Jong-un ha invitato Moon a compiere qualche passo oltre il confine del Nord. Quindi, suggellati entrambi i passaggi con calorose strette di mano e larghi sorrisi, spazio ai colloqui nel villaggio di Panmunjom.

Un cerimoniale attentamente studiato ha fatto da cornice al meeting, avvenuto nella Peace House, complesso allestito al tempo dell’armistizio. Un dettaglio suggestivo: il picchetto d’onore sudcoreano recava la divisa storica del regno unito di Corea. Le delegazioni hanno preso posto a un tavolo ovale che le distanziava di 2018 mm, come l’anno corrente dell’auspicata pace. Dopo una pausa separata, i due leader si sono ritrovati per la cerimonia della posa di un pino. Quindi, passeggiata nel bosco dell’area smilitarizzata e nuovo tête-à-tête informale tra Moon e Kim. Epilogo, dai toni vagamente mondani: la cena con le due first lady.

La nazione coreana  

La dichiarazione congiunta ha per fulcro l’impegno alla completa denuclearizzazione della penisola coreana, con la cooperazione della comunità internazionale. Più pomposamente, è stata dichiarata formalmente finita tra i due stati la guerra degli anni ’50.
Si parla anzitutto di “nazione coreana”, la cui sorte dovrà essere determinata congiuntamente dai due regimi. E ci si fa carico del problema del ricongiungimento delle famiglie, separate dalla divisione imposta dalla guerra fredda. Seguono impegni di de-escalation e, addirittura, di cooperazione in campo militare. Nel terzo paragrafo, compaiono i nomi di Stati Uniti e Cina come i rispettivi partner dal cui appoggio dipenderà la pace duratura.

Trump segna un punto

Nel caso delle due Coree, i convitati di pietra contano altrettanto se non più dei protagonisti. Anzitutto, Donald Trump. Con la sua politica della massima pressione (inasprimento delle sanzioni contro il Nord, sollecitando la Cina ad applicarle attraverso la guerra dei dazi), porta a casa un primo risultato. Può alimentare, per ora, la teoria della propria superiorità rispetto ai predecessori nel gestire la situazione nel Pacifico. L’incontro con Kim Jong-un, a quanto pare, si farà e presto. Allora, però, oppositori interni e internazionali attenderanno il tycoon al varco.

Kim Jong-un senza bomba?

Le promesse, come e più delle premesse, sono buone, ma contano i fatti. E il fatto è che Pyongyang è ormai una potenza atomica, ancorché ovviamente modesta. Che Kim non reiteri gli esperimenti (a maggio il sito dei test nucleari dovrebbe essere smantellato) e non faccia ulteriori progressi nella capacità balistica è probabile. Così come, d’altra parte, che il dittatore non smantellerà l’armamento nucleare realizzato. Trump potrà chiudere un occhio? Dice bene chi sostiene che la razionalità del comportamento di Kim consista nell’essersi garantito la sopravvivenza, con le sue fughe in avanti.

I problemi di Pechino

Gli altri attori dell’Estremo Oriente procedono in ordine sparso.
La Cina di Xi Jinping più che dagli Usa, dovrà forse guardarsi dal dinamismo di Seul. La smania di fratellanza manifestata da Moon Jae-in è dettata soprattutto dall’essere l’unico realistico bersaglio alla portata di Kim. Ma il problema per Pechino resta non trovarsi l’occidente sul confine. Sicché, che lo stato-cuscinetto comunista si sgonfi per colpa di Trump o per merito di Moon, è comunque da evitare. La polizza nucleare sulla vita è importante, ma bisogna vigilare.

Gioia a Seul, dubbi a Tokio

La Corea del Sud e il suo presidente sembrano aver vellicato le ambizioni di Trump, girando la cosa a proprio vantaggio. Come detto, la necessità aguzza l’ingegno.
Infine, resta da dire del Giappone. Il Paese fatica sempre di più a mantenersi fedele all’antimilitarismo imposto dagli Usa nel 1945. Specie quando è lo stesso Presidente americano a dirgli che deve provvedere per primo alla propria sicurezza. E lo stop all’aumento della capacità balistica degli ordigni nordcoreani tranquillizza poco il Sol Levante, distante solo 1.000 chilometri dall’ormai ex stato canaglia.

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