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Mattarella e la partita del governo: tutte le carte del Presidente

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Mattarella: tutti guardano al Colle. E tutti si fanno la stessa domanda: il Quirinale sceglierà un pre-incarico o un mandato esplorativo? La Costituzione dice solo che il Presidente della Repubblica “nomina il Presidente del Consiglio” (articolo 92). Dunque, l’esploratore e il pre-incaricato non nascono dalla Carta, ma dalla prassi repubblicana.

Il mandato esplorativo viene affidato dal Colle a uno dei presidenti di Camera e Senato. E dovrebbe servire solo a compiere un ulteriore giro di consultazioni meno paludate e più concrete. Il pre-incarico viene affidato invece alla personalità politica che ha maggiori probabilità di trovare una maggioranza. Esempio classico, quello a Bersani nel 2013. E sappiamo com’è finita.

Un po’ di storia

Ma l’esploratore ha avuto successo o è mai riuscito ad installarsi a Palazzo Chigi? Vediamo cosa racconta la storia che di certo Mattarella conosce bene.
Il primo di cui abbiamo traccia è stato Giovanni Leone, all’epoca presidente della Camera. Era il 1960 e il presidente Gronchi lo incarica di verificare l’eventuale apertura del governo ai socialisti. Il primo tentativo fallisce perché nasce il governo Tambroni, di tutt’altro orientamento. Nuovo incarico tre anni dopo, sempre a Leone, ancora sullo scranno più alto di Montecitorio. Dal tentativo nasce il governo-ponte di Aldo Moro.

Nel 1968 l’incarico esplorativo viene affidato a Sandro Pertini, presidente della Camera, che rinuncia dopo 24 ore. Poi è toccato al presidente del Senato, Amintore Fanfani. Anche il suo tentativo risulta infruttuoso. Nel 1974 il presidente del Senato, Giovanni Spagnolli, apre la strada all’ennesimo governo Moro. Nel 1983 fallisce il presidente di palazzo Madama, Tommaso Morlino, e si va alle elezioni. Anche Nilde Iotti, presidente di Montecitorio, ottiene un incarico esplorativo da Cossiga. E dalle sue verifiche nasce il governo Goria. Pure Giovanni Spadolini, number one di palazzo Madama, ha ricevuto il suo bravo incarico esplorativo.

Insomma, la prima Repubblica ha contato più esploratori che tangentisti. Come sono finiti? Alcuni bene, altri male. Ma si trattava del Gotha della politica. Alcuni, come Leone e Pertini, sono saliti al Colle. Altri (Iotti, Spadolini, Fanfani) ci sono andati molto vicino.

La carta Casellati

Lasciata la storia, passiamo alle mosse di Mattarella. La prima carta giocata dal Colle potrebbe portare il nome della Casellati. Il tentativo della presidente del Senato, berlusconiana di ferro, rischia però di schiantarsi subito contro un no granitico dei 5 Stelle. L’avranno anche votata a palazzo Madama, ma di certo non vorranno scendere a patti con lei, né vederla a palazzo Chigi. E neppure la Casellati, pensandoci bene, sarebbe disposta ad accantonare Berlusconi.

Un uomo chiamato Fico

La seconda chance potrebbe essere affidata a Roberto Fico. L’incarico al presidente della Camera suonerebbe come una spinta verso un esecutivo 5 Stelle – Pd. Un governo di tal fatta però avrebbe una maggioranza numericamente risicata.
D’altra parte, la solidità istituzionale del Pd e il livello di alcuni suoi esponenti (Minniti, Delrio, Franceschini, Padoan) potrebbero mitigare l’inesperienza di Di Maio e soci, e rassicurare così Europa e mercati.

Ma quando si passa al programma sono dolori. Quello che caratterizza i 5 Stelle fa a pugni con le convinzioni dei Dem. Aspettiamoci un sonoro “Auguri!” twittato da Salvini che seduto sulla riva del fiume aspetta nuove elezioni.
Fico, intanto, si sta muovendo bene. Ha dato subito incarico ai questori di riformare i vitalizi. Alla Festa della Polizia ha rotto il protocollo alzandosi di scatto (unico tra i politici presenti) per soccorrere una poliziotta svenuta. Insomma, è la figura in ascesa dei 5 Stelle.

Mattarella: l’ora di Giorgetti?

E veniamo alla terza carta del Quirinale: un pre-incarico tutto politico. Il nome più gettonato è quello del leghista Giancarlo Giorgetti. Ma qui la prospettiva cambia del tutto. Sconosciuto ai più fino a pochi giorni fa, oggi è ospite di tutti i talk televisivi. Definito il Gianni Letta di Salvini (ma qualcuno ha scomodato addirittura Richelieu), Giorgetti, commercialista brianzolo cinquantenne, è deputato dal 1996. Fin da subito uomo di fiducia di Bossi, è sopravvissuto all’era Maroni. E adesso è inseparabile sodale di Salvini. Amico personale di Rosato (sì, quello del Rosatellum) è benvoluto anche da Berlusconi.

Ma il problema, parafrasando la famosa pubblicità di Banca Mediolanum, è tutto intorno a lui. Dopo lo show di Berlusconi al Quirinale, la tensione nel centrodestra è alle stelle. E sull’altro fronte la poltrona di Di Maio comincia a scottare, visto l’impasse nelle trattative sul governo. Così, Giorgetti o no, la prospettiva di nuove elezioni ogni giorno si fa più concreta. Con buona pace dei peones che si sono appena seduti in parlamento.  

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