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Migranti: a Tallinn vince ancora l’indifferenza europea. Italia sempre più sola

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Sul dramma dei migranti citare Totò può sembrare un sacrilegio. Ma il grido “Arrangiatevi!” del grande artista nell’omonimo film, fa il paio con quanto accaduto ieri sul Baltico. Perché sembra proprio che a Tallinn abbiano fatto lo stesso i ministri dell’Interno dell’Unione europea, riuniti nella capitale estone per un vertice informale, all’indirizzo del nostro Marco Minniti e dell’Italia. All’ordine del giorno, l’esplosiva situazione degli sbarchi dei migranti sulle nostre coste. Che s’intensificano con la bella stagione, al ritmo ormai di migliaia al giorno. A grandi passi, l’Italia si avvicina al collasso della propria capacità di fronteggiare la situazione. E il parossismo finisce per coincidere con la ripida discesa del piano inclinato che ci condurrà alle elezioni politiche l’anno prossimo.

Vince l’indifferenza

La risposta degli alleati dell’Unione, alle nostre tardive sollecitazioni fatte come si deve, cioè seriamente, è in linea con l’indifferenza manifestata sin qui. La logica degli altri è certamente miope in prospettiva, ma stringente nel breve e medio termine. Migliaia di chilometri di frontiere costiere, le abbiamo noi. La rotta libica spalancata davanti, nel Mediterraneo centrale, pure. I riflessi condizionati, derivanti dalle convinzioni religiose ed ideologiche, anche. Arrangiatevi, dunque!
Ma se davvero non fossero prevalenti logiche geo-politiche e di business, e le migrazioni africane fossero considerate “fenomeni epocali” – come si usa dire nel più rigoroso, e fumoso, “politicamente corretto” – l’angustia di prospettiva dello scaricabarile europeo nei nostri confronti dovrebbe apparire nelle sue eclatanti proporzioni.

Le conclusioni del vertice di Tallinn

Stiamo comunque alle conclusioni formali del vertice. Qualche risultato è stato strappato, ma manca il pezzo forte, cioè l’apertura dei porti degli altri Paesi. L’unanimità è stata raggiunta su 3 punti, di per sé non secondari. Bisognerà però vedere di quali contenuti concreti saranno riempiti.

  • Primo: l’Unione Europea e gli Stati membri devono fare di più per aiutare la Libia. Soprattutto nel controllo delle coste e delle frontiere meridionali. Si tratta d’implementare un fondo fiduciario UE-Africa, dalla capacità teorica miliardaria, ma tuttora provvisto di meno di 100 milioni di euro. È prevista anche l’installazione di un centro di coordinamento marittimo a Tripoli. E lo stanziamento di ulteriori somme (molto modeste, peraltro) a favore dell’Italia, per le spese che sta sostenendo.
  • Secondo: il codice di condotta per le Ong. È un punto delicato, e le regole, che dovranno essere formalizzate a breve, probabilmente saranno sulla falsariga di quelle proposte dall’Italia stessa. In sintesi, si vuole interdire ai privati l’ingresso nelle acque territoriali libiche, imporre loro il coordinamento con le missioni nazionali ed europee. Ed ottenere trasparenza circa i mezzi, gli equipaggi, e soprattutto i finanziatori delle organizzazioni.
  • Terzo: il nodo rimpatri. Dei tre, è il punto dolente, perché l’unico impegno preso è quello di coordinare più strettamente le discipline di concessione dei visti, ai cittadini di quei Paesi che rifiutano la riammissione dei migranti economici. Sembrano allegramente sottovalutati la complessità ed il costo di un’operazione che dovrebbe riguardare centinaia di migliaia di persone.

Nessuno aprirà i porti ai migranti

C’è stata invece inequivocabile chiusura sull’ipotesi che altri Paesi accolgano migranti nei loro porti. Prima Francia e Spagna, poi Germania, Olanda, e Belgio. Così si sono sfilati sia i latini, sia i mitteleuropei, all’insegna del no alla regionalizzazione delle operazioni di salvataggio. E Avramopoulos (Commissario Ue all’Immigrazione) ha confermato la missione Triton alle condizioni attuali. Il ministro Minniti ha detto che non era questa la sede. E che se ne riparlerà già la settimana prossima al vertice Frontex a Varsavia. Ma un no di questo tipo non sembra destinato a cambiare nel giro di qualche giorno.
La verità è che anche i Tedeschi sono sotto elezioni, per cui fino a settembre la loro posizione non lascerà intravedere cambiamenti. Ma l’Italia potrà aspettare fino ad allora? E chi si farà carico del fatto che, con l’autunno, anche noi saremo in piena campagna elettorale?

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