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Ong: la partita difficile del ministro Minniti

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Il ministro degli Interni Marco Minniti

Ong sempre al centro della bufera per le operazioni di salvataggio di migranti in mare. La metà non ha sottoscritto il codice di condotta redatto dal ministero dell’Interno. Hanno firmato infatti il documento solo MOAS, Save the Children, Proactiva Open Arms e Sea Eye. Invece Medici Senza Frontiere, Sea Watch, SOS Méditerranée, e Jugend Rettet, si sono rifiutate di siglare il documento del Viminale. E proprio la nave Iuventa di Jugend Rettet è stata sequestrata su richiesta della Procura di Trapani. Le indagini, a carico dei membri dell’equipaggio, ipotizzano il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. In sostanza, non avrebbero soccorso migranti in pericolo di vita, ma li avrebbero ricevuti in consegna dagli scafisti, per poi passarli alle autorità italiane.

Le Ong, Minniti e il Pd

A parte questo specifico intervento della magistratura trapanese, la patata bollente torna ora nelle mani del governo. Starà infatti al ministro Marco Minniti decidere come reagire alla mancata firma del codice da parte delle Ong. Ed è chiaro che in questa partita molto difficile, il Pd e il responsabile del Viminale si giocano una buona fetta di credibilità sul tema della sicurezza, alle soglie della campagna elettorale. Andiamo però con ordine, e vediamo tutti i nodi della spinosa questione.    

I divieti del codice e le ragioni del gran rifiuto  

La necessità di regole per disciplinare e coordinare l’attività delle Ong, era stata suggerita dalla Commissione Difesa del Senato nel maggio scorso. Il tutto dopo le polemiche sulle inchieste di alcune Procure siciliane, circa rischi di collusione tra alcune Organizzazioni non governative e scafisti. Il codice è stato poi il nostro fiore all’occhiello al vertice di Tallinn lo scorso 6 luglio. Bruxelles ci ha assistito nella sua stesura, e ne ha approvato il testo finale. Le Ong renitenti alla firma, Medici Senza Frontiere in testa, non digeriscono né la filosofia del protocollo, né diverse delle 13 regole che lo compongono. In generale, rifiutano di doversi coordinare con la Marina Militare e le Capitanerie di Porto. E così di essere in qualche modo dirette dalle autorità dello Stato. Non accettano il divieto di varcare le acque territoriali libiche. Né quello di comunicare con gli scafisti prima del lancio del My Day. Non ne vogliono sapere nemmeno di evitare i trasbordi delle persone soccorse, dalle loro imbarcazioni a quelle delle forze dell’ordine. E soprattutto, non vogliono accettare a bordo funzionari ed agenti della forza pubblica armati.

Ong: il rischio ricorsi

Le Ong si richiamano insomma al diritto internazionale umanitario. E sostengono di essere tenute a rispettare soltanto quello. Bisognava forse pensarci prima, dal punto di vista del Governo. Anche perché, nella patria del diritto, quale nostro malgrado siamo, la tentazione di buttarla sul piano legale e dei tribunali è sempre forte. Prima ancora che sia stata stabilita la veste formale con cui sarà recepito il codice (decreto ministeriale?), c’è già chi, per conto delle Ong, ipotizza e forse prepara dei ricorsi.

Ong: quali sanzioni?

Certo, non è ancora chiaro quali saranno le conseguenze per le organizzazioni che non hanno firmato. Al di là di qualche dichiarazione ad effetto (tipo, “Sono fuori”, del comunicato del Viminale), non si è parlato di sanzioni. Teniamo presente che non essere integrati nel sistema organizzato di salvataggio, è esattamente quello che le Ong volevano. Limitarsi a promettere più controlli di tipo burocratico, non sembra molto serio e tantomeno sufficiente. Anche perché dei rilievi sulla sicurezza delle imbarcazioni sono comunque doverosi per le autorità marittime e portuali. Quindi non ha senso minacciarli come una ritorsione.

Bruxelles con il piede in due scarpe

L’Europa, come al solito, non ci è di grande aiuto, perché tiene il piede in due scarpe. Le dichiarazioni della portavoce della Commissione, Natasha Bertaud, sanno tanto di cerchiobottismo. Da una parte ipotizzano la mancata garanzia di accesso ai porti per le Ong ribelli. Dall’altra richiamano il primato del diritto internazionale e delle preoccupazioni umanitarie. Vedremo se le indagini della magistratura italiana sortiranno qualche effetto sull’atteggiamento degli euro-burocrati. Ma intanto il malumore italiano verso Bruxelles non fa altro che crescere.

  

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