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Papa Francesco: il rebus della chiesa cinese tra giustizia e realpolitik

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Papa Francesco e la normalizzazione dei rapporti tra Chiesa e Cina: si apre un nuovo fronte. Gli ostacoli sono molti e tutti impervi. Il più difficile da superare è la domanda di giustizia, che i cattolici rimasti fedeli a Roma temono venga elusa. In nome di un accordo che esiga un olocausto sull’altare della realpolitik. Infatti, all’accenno di un possibile passo di Papa Bergoglio verso il regime di Pechino, è partita la levata di scudi.

Legittimazione papale dei vescovi patriottici?

La questione pende da decenni ed è un frutto avvelenato del ‘900. Secondo il Wall Street Journal, mancherebbe solo l’annuncio della legittimazione di 7 vescovi della cosiddetta Associazione patriottica cattolica cinese, da parte di Papa Francesco. È l’istituzione di cui si sente parlare come della “chiesa ufficiale”, appoggiata e controllata dal regime comunista. E che, per questo, finora ha sempre rifiutato di riconoscere il primato del vescovo di Roma. La Santa Sede non conferma la notizia, ma nemmeno smentisce.

Secondo Asianews, i vescovi in comunione con Roma delle diocesi di Shantou e Mindong sarebbero stati sondati dal Vaticano in ordine alla disponibilità a rinunciare alle loro sedi. Per fare spazio a 2 dei vescovi neo-legittimati, ovviamente dopo il riconoscimento da parte di questi ultimi dell’autorità del Papa. Ma monsignor Zhuang Jianjian di Shantou avrebbe già nettamente respinto la proposta.

La dura reazione del cardinale Zen

A confermare con toni drasticamente critici le notizie filtrate tra la Curia romana e Pechino, ha provveduto il cardinale Zen Ze-kiun. Già vescovo di Hong Kong, il porporato salesiano ha reso pubblico sul web il proprio interessamento nella vicenda. A lui si sarebbe rivolto monsignor Zhuang, non appena gli è stata ventilata la possibilità di rinunciare alla sua diocesi. Il cardinale ha portato personalmente al Papa la protesta dell’anziano pastore. E il Papa gli avrebbe risposto di aver già sollecitato chi segue la vicenda per conto del Vaticano a non creare un nuovo “caso Mindszenty”. Il primate d’Ungheria che, dopo anni di carcere comunista, avendo rifiutato di dimettersi come richiesto da Paolo VI, venne sollevato dalla diocesi.

Il Papa e la difesa di Parolin

Dunque, Francesco si sarebbe mostrato molto prudente circa la svolta nelle relazioni con la comunità patriottica. Ma Zen ha parlato ugualmente di rischio svendita dei martiri cinesi da parte della Santa Sede. Accreditando, anzi, l’ipotesi che il Papa non venga ben informato riguardo a come stanno le cose.
Il cardinale Segretario di Stato Parolin ha pubblicamente difeso la propria diplomazia. Ha smentito la teoria per cui i cattolici fedeli a Roma possano venire abbandonati da Papa Francesco. E ha lamentato che essa venga propagata da uomini di Chiesa, che dovrebbero per primi contribuire alla riconciliazione.

Chiesa patriottica ufficiale e chiesa cattolica clandestina

Ricordiamo che la Santa Sede e la Repubblica popolare cinese hanno interrotto le relazioni diplomatiche nel 1951. Quando il Vaticano ha riconosciuto Taiwan: questione che, dunque, potrebbe riaprirsi in conseguenza dei progressi nel dialogo religioso. L’Associazione patriottica cattolica cinese è stata fondata nel 1957, sotto il controllo dei responsabili degli affari di culto del regime. Conterebbe su circa 4.600 chiese, con propri vescovi, consacrati senza mandato papale. Pio XII, nel 1958, condannò l’organizzazione e ribadì la scomunica per chi conferisce e riceve illegittimamente l’ordine episcopale.

I cattolici cinesi erano stimati attorno a 12 milioni nel 2005, ma oggi sono dati in calo, a circa 10 milioni. Nello stesso periodo, si sono dimezzate le vocazioni maschili e sono crollate quelle femminili. La politica religiosa di Xi Jinping si fa più restrittiva e punta alla completa nazionalizzazione delle confessioni. La divisione della comunità cattolica in due, con quella fedele a Roma in permanente clandestinità, è sempre meno sostenibile.

Compromesso difficile  

Dal punto di vista canonico, la remissione della scomunica non è particolarmente problematica. Circa la validità delle ordinazioni episcopali illegittime, uno studio dell’ex Sant’Offizio presieduto dall’allora cardinale Ratzinger aveva concluso in senso positivo. Infatti, il sacramento può essere amministrato validamente anche se il ministro difetta di un’autorizzazione, come in questo caso.

Il problema è pastorale e umano. Molte persone hanno versato lacrime, prigionia e sangue, specie durante la rivoluzione culturale maoista. Le restrizioni permangono e per certi versi si aggravano. L’unità della Chiesa è già ferita. Non è probabile che la Santa Sede promuova un colpo di spugna. Ma qualche rinuncia, se di trattativa si tratta, andrà comunque fatta. Come al solito, parlarne prima e talvolta senza misura non giova alla causa ecclesiale. Specie quando, come in questo caso, il coltello dalla parte del manico lo impugnano saldamente gli altri.

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