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Pd: ciao a Renzi, ecco la giostra dei candidati alla segreteria

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Dall'alto a sinistra, in senso orario: Nicola Zingaretti, Maurizio Martina, Graziano Delrio, Andrea Orlando, Dario Franceschini, Susanna Camusso, Carlo Calenda e Walter Veltroni

Pd: l’appuntamento è lunedì 12 marzo. In teoria, la Direzione del partito dovrebbe solo prendere atto delle dimissioni di Renzi (che pare non sarà presente) e affidare pro tempore le redini del Pd al vicesegretario Maurizio Martina. Poi il presidente Matteo Orfini dovrebbe convocare l’Assemblea del partito per aprile, quando saranno già stati eletti i presidenti di Camera e Senato e le consultazioni per il Governo saranno a buon punto. L’Assemblea dovrà valutare se nominare solo un nuovo segretario, che regga il partito fino alle elezioni europee del 2019, o se dare inizio a una fase congressuale (per ora, ipotesi remota).

Pd: psicodramma in arrivo

Finirà lì? Beh, non proprio. In Direzione a Martina spetterà anche “la relazione della débâcle” come è già chiamata all’interno del Pd. E dato che sarà lui il capo della delegazione al Quirinale, dovrà preannunciare la linea politica da presentare a Mattarella, che per ora sembra univoca. Nessun governo con Di Maio o Salvini: “Chi ha vinto dimostri che sa anche governare, gli elettori ci vogliono all’opposizione”.
Ma lunedì, in un clima da psicodramma, si comincerà anche a capire chi potrebbe prendere in mano il Pd.

Il toto candidati 

Chi potrebbero essere i papabili? Partiamo dall’ovvia considerazione – ovvia per noi, non per i Dem – che sarebbe necessaria, prima, una pratica tanto di moda nel vecchio Pci: l’autocritica. E cioè un esame serio e doloroso sui motivi del disastro elettorale. Ma sappiamo già per esperienza che non avverrà, come non è avvenuto per la sconfitta al referendum costituzionale e per quella alle amministrative.
Proviamo allora a fare qualche nome e ad azzardare le percentuali di successo.

  • Nicola Zingaretti: per ora è l’unico uscito allo scoperto in caso di primarie. Ma se l’appena rieletto Governatore del Lazio per il rotto della cuffia, è l’unico che ha vinto qualcosa il 4 marzo, la sua candidatura non ha suscitato grandi entusiasmi. Possibilità di riuscita: 30%.
  • Maurizio Martina: il ministro dell’Agricoltura, finora renziano di ferro, si trova già in pole-position. E da ministro ha fatto bene. Da lì ad avere il carisma necessario per risollevare il Pd dalla più grave crisi dalla sua fondazione però ne corre. Probabilità: meno del 50%.
  • Graziano Delrio: il ministro dei Trasporti è pure lui un renziano a tutta prova ed è ben visto da quasi tutti all’interno del Pd. Anche se nel Governo ha prestato il fianco a qualche critica, e non appare certo un trascinatore di folle, la sua fisionomia rimane rassicurante ed è in grado di dialogare con tutti. Probabilità: 60%.
  • Andrea Orlando: al guardasigilli la segreteria piacerebbe molto. Ha già tentato alle primarie post referendum, rosicchiando uno scarso 19,96% contro Renzi. Alle recenti legislative è stato sconfitto all’uninominale e ripescato in Emilia. Non un buon viatico per future vittorie. Probabilità: sempre da minoranza, il 20%.
  • Walter Veltroni: il signor Rieccolo. L’ex giovane promessa della sinistra ogni tanto torna alla ribalta. Ma, salvo improvvise accelerazioni, neppure l’ex segretario riesce più a scaldare la platea del Pd. Della serie una minestra riscaldata. Probabilità al 10%.

Il caso Calenda

E adesso veniamo agli outsider. Se è vero che Giancarlo Pajetta diceva che Enrico Berlinguer si era iscritto giovanissimo alla direzione del Pci”, Carlo Calenda che in un battibaleno diventa segretario oggi sarebbe davvero troppo. Più che altro perché l’inchiostro della sua tessera deve ancora asciugarsi. E comunque, dicono gli avversari, pesano contro di lui il passato in Confindustria, l’amicizia con Montezemolo e l’ingresso in politica con Monti. Senza dimenticare le sue esternazioni sul fatto che “lui, di politica, non capisce niente, non è il suo mestiere”. Insomma, una candidatura Calenda vedrebbe le barricate nel Pd. Possibilità: 10%.

Pd: la signora Cgil

Nessuno ne parla, ma Susanna Camusso? Il segretario  uscente della Cgil potrebbe essere della partita nella sinistra in difficoltà e favorire un riavvicinamento a LeU? Epifani, nel 2013 gestì per sei mesi il partito tra le segreterie di Bersani e Renzi. Ma oggi le cose sono molto diverse. E sono state sintetizzate dalla stessa Camusso: ha affermato che ormai la maggioranza degli iscritti al suo sindacato votano Lega o 5 Stelle. Possibilità? Sotto il 10%.

Spunterà Mister X?

E se dalla Direzione uscisse il nome di un personaggio inatteso per rivitalizzare le scoraggiate truppe Dem? Cosa dovrebbe avere questo Mister (o Miss) X? Non essere un nuovo ducetto velleitario alla Renzi. Aver scontato un minimo di apprendistato nel partito. Avere coraggio e carisma. Non dispiacere al Quirinale. In teoria, stiamo facendo in parte l’identikit di Dario Franceschini. Ma segretario l’è già stato per 8 mesi nel 2009, finendo asfaltato da Bersani alle primarie. E la sua débâcle all’uninominale del 4 marzo non aiuta.
Insomma, ovunque ti giri l’impressione è di vedere macerie. Che il corteggiatissimo Pd sia diventato solo un’accolita di sconfitti?

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