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I referendum di Lombardia e Veneto dalla A alla Z

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Da sinistra, i governatori di Lombardia e Veneto, Roberto Maroni e Luca Zaia

Referendum tragico e dagli esiti tutt’ora incerti in Catalogna. E il 22 ottobre sarà la volta dei referendum in Lombardia e Veneto, promossi dalle giunte regionali a guida leghista. Ci sono delle analogie? Pare proprio di no.

Il residuo fiscale, questo sconosciuto

E per capirlo dobbiamo partire dalle conclusioni della Cgia di Mestre che nel 2015 ha quantificato in oltre 100 miliardi di euro il residuo fiscale delle regioni del Nord Italia, di cui 53,9 per la sola Lombardia. Poi ci sono i 18,2 per il Veneto, i 17,8 per l’Emilia Romagna e i 10,5 per il Piemonte. Cos’è il residuo fiscale? La differenza tra quanto pagano di tasse i cittadini e quanto ricevono in cambio da Roma. E questi dati sono stati presi a fondamento da Maroni e Zaia, governatori leghisti di Lombardia e Veneto, per indire i due referendum. Ma allora potremo trovarci anche da noi con le stesse scene di violenza di Barcellona?

Referendum legali

Certamente no, perché i “nostri” referendum, prima di tutto, sono stati approvati dal governo e dalla corte Costituzionale e sono previsti dalla Costituzione, che all’articolo 116 dà la possibilità alle Regioni di trattare con lo Stato materie di competenza in più rispetto a quelle previste dall’articolo 117 della legge fondamentale dello Stato.
Sono importanti? Dipende. Dato che la Costituzione prevede appunto una trattativa Stato-Regione, l’Emilia Romagna ha deciso di seguire la strada della trattativa. Ma con una fondamentale differenza: il colore politico di Bologna è identico a quello del governo, per cui la trattativa sarà indubbiamente più semplice. E comunque, ad oggi, non si è visto nessun risultato apprezzabile.

I quesiti dei referendum

I quesiti referendari sono leggermente differenti tra le due regioni: “Volete voi che la Regione Lombardia, in considerazione della sua specialità, nel quadro dell’unità nazionale, intraprenda le iniziative istituzionali necessarie per richiedere allo Stato l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e per gli effetti di cui all’articolo 116, terzo comma, della Costituzione e con riferimento a ogni materia legislativa per cui tale procedimento sia ammesso in base all’articolo richiamato?”; e “Vuoi che alla regione del Veneto siano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia?”
Entrambi i quesiti dei referendum non brillano per precisione. Cosa vorranno dire per autonomia? Uno degli scopi: trattenere nel Lombardo-veneto almeno la metà del residuo fiscale, modificando gli statuti sul tipo delle altre regioni autonome: Sicilia, Sardegna, Friuli, Trentino e Valle d’Aosta.

Verso il plebiscito

Ci riusciranno? Difficile da dire. I referendum sono consultivi e così non sono vincolanti per lo Stato centrale. Ma, a differenza dell’Emilia Romagna, i lombardo-veneti potranno mettere sul tavolo delle trattative col governo il risultato delle urne. Risultato che dovrebbe essere quasi plebiscitario a favore dell’autonomia. Sono infatti schierati per il sì, oltre alla Lega, anche Forza Italia, Movimento 5 stelle e i sindaci di sinistra di Milano, Giuseppe Sala e di Bergamo Giorgio Gori. Il Pd li ha giudicati “inutili”, ma nel complesso è tiepido, dunque non apertamente schierato per il no. E allora chi voterà no? Per ora solo i seguaci di Giorgia Meloni, che però rappresentano circa il 5% dell’elettorato.

Gli obiettivi di Maroni e Zaia

E una volta che Maroni e Zaia, con un risultato eclatante, avranno a disposizione le armi per ottenere da Roma un aumento di fondi da riservare per i territori padani, cosa potrebbero farne? La prima osservazione è che Lombardia e Veneto hanno già tutto: strade, infrastrutture, scuole e università, una sanità ai vertici dell’eccellenza. Dunque? Ma la Padania è anche una delle regioni più inquinate d’Europa. E se decidessero per esempio di incentivare massicciamente la diffusione delle auto elettriche con rottamazioni mirate e un aumento delle colonnine di caricamento delle batterie? Forse sarebbe l’uovo di Colombo. E in nuce è già prevista dall’accordo sullo stop alla circolazione in caso di smog eccessivo. Ma resta un dubbio: tale (auspicabile) rivoluzione porterebbe voti alla Lega? Il filosofo cinese Lao Tzu diceva che “fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce”. E la rivoluzione delle auto elettriche somiglia troppo alla foresta che cresce per entusiasmare i ruvidi palati leghisti.

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