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Robot e lavoro: ma saremo tutti licenziati?

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I robot iniziano a far capolino nel nostro quotidiano. Chi si trovava in piazza Vittorio Veneto a Torino il 21 luglio, ha potuto bere un drink preparato da due bracci meccanici che li miscelano da 250 diverse bottiglie. Il tutto ordinato con un’app. Si tratta di un’invenzione concepita dalla start-up italiana Makr Shakr. Intanto l’auto senza pilota, nel testa a testa per produrla tra costruttori europei, americani e asiatici, insidia già il car sharing. E promette di andare incontro alle esigenze di una popolazione che invecchia rapidamente. Ancora: vogliamo parlare dei Droni che inizieranno a consegnare i pacchi di AmazonBastano questi esempi, per farci capire come le frontiere della robotica si stiano allargando ben oltre i confini delle fabbriche. Ma un conto è il punto di vista dell’utente o del consumatore. Un altro è trovarsi dalla parte di chi rischia di vedersi soffiare il posto di lavoro da un robot. Bisogna temere? O c’è motivo di sperare che il progresso tecnologico venga volto comunque a beneficio anche di chi lavora?

Robot: valutazioni contrastanti

Cominciamo dai dati. Non tranquillizza uno studio del gennaio di quest’anno di McKinsey. Secondo il report metà dei lavoratori complessivi ha il 30% di funzioni teoricamente computerizzabili. Fosco è pure il quadro tratteggiato in marzo da Pwc, secondo cui da qui al 2030 sarebbe in bilico il 38% dei posti in America e il 35% in Germania. Più incoraggianti sono invece i dati Ocse del 2016. Per l’organizzazione solo il 9% dei posti nei 21 Paesi più industrializzati sarebbe a rischio. E c’è chi fa notare che i tedeschi, leader nel mercato mondiale della robotica, hanno visto diminuire la disoccupazione del 37% in 6 anni.

L’industria 4.0

Il recente rapporto “Skills Revolution” di Manpowergroup spiega che il 90% dei 18.000 datori di lavoro interpellati in 43 Paesi è convinto che l’Industria 4.0 li riguarderà. Questa tendenza dell’automazione industriale, che integra alcune nuove tecnologie produttive per migliorare condizioni di lavoro e produttività, però dovrebbe favorire l’occupazione. L’83% pensa infatti che ne deriverà un incremento dei posti di lavoro. Gli imprenditori italiani hanno addirittura aspettative di aumento più alte. E questo nonostante l’Italia soffra tuttora di un rilevante gap tecnologico. Appena il 9% di noi, infatti, ha competenze in informatica e telecomunicazioni. E siamo sguarniti di figure professionali adeguate. E cioè data scientist, chief technology officer, big data architect.

La corsa di Cina, Giappone e Corea

L’Estremo oriente nel frattempo la fa da padrone, tanto dal lato della domanda che dell’offerta di robotica. I mercati di Cina, Giappone, e Corea del Sud precedono quelli di Usa e Germania. Il 43% dei robot in circolazione sono impiegati nell’industria automobilistica. Il 21% nell’elettronica ed il 16% tra metallurgia e chimica. È però già in atto la corsa all’impiego delle macchine anche per le professioni intellettuali. Si pensi a settori come l’intermediazione finanziaria ed assicurativa o l’assistenza legale per procedure standardizzate. Senza contare la lettura diagnostica di immagini mediche e la stessa ricerca giornalistica. Per il guru Martin Ford, possono ritenersi al sicuro dalla robotizzazione: le professioni creative; quelle che implicano relazioni interpersonali; nonché quelle consistenti nella gestione di eventi imprevedibili. Domani, chissà. Con il progresso del machine learning, cioè dell’intelligenza artificiale, anche loro potrebbero entrare in crisi.

Una tassa sui robot

Certo, se impiegare un lavoratore nel settore automobilistico costa negli States 30 dollari l’ora, e invece la stessa attività automatizzata richiede 30 centesimi, è chiaro che i conti per i dipendenti non tornano. Anche perché i robot non vanno in ferie, né in malattia, e tanto meno in pensione. Si pone allora il problema se tassare chi li utilizza per sostituire esseri umani. L’idea è nientemeno che di Bill Gates. Del resto, già il presidente americano Roosevelt nel 1940 si pose il problema di riuscire a creare abbastanza lavoro per sostituire quello sottratto dall’innovazione. Non è però solo una questione di nuovi posti. Ma anche di politiche innovative, utili a prevenire inedite forme di diseguaglianza. Il Parlamento Europeo a febbraio ha votato una risoluzione in tal senso. E in Italia, ve n’è l’eco anche nei ragionamenti sulle forme di sostegno pubblico permanente del reddito.

Investire anche sull’uomo

Non dimentichiamo poi il dovere che incombe alle imprese di favorire digitalizzazione, creatività e formazione permanente dei loro dipendenti. Il lavoro infatti sarà sempre meno identificato con un luogo e sempre più legato a una serie di attività. Tenendone conto, eviteremo forse di piombare, come novelli Chaplin di «Tempi Moderni», nell’ingranaggio di quello che l’economista Richard Freeman chiama il feudalesimo dell’età delle macchine. Con i padroni dei robot a godersi profitti crescenti, e i lavoratori alle prese con un salario impoverito dalla competitività inarrivabile delle macchine.

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