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Trump minaccia e Putin lavora in silenzio

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Da sinistra, Vladimir Putin e Donald Trump

Trump torna a minacciare l’Iran: il fronte aperto con la Corea del Nord non gli basta? Fortunatamente si tratta di guerre fredde, cioè di scontri finora soprattutto verbali. Nel frattempo, a proposito di guerra fredda, Putin, cioè l’erede dell’Unione Sovietica, non se ne sta certo con le mani in mano. Poiché tutto si tiene a questo mondo, non è un caso che Teheran e Pyongyang “gravitino” nella sfera di Mosca. Cominciamo comunque dal nucleare iraniano. 

Trump, l’Iran e il Congresso

Il presidente americano pare intenzionato a non certificare dinanzi al Congresso l’adempimento da parte dell’Iran degli accordi sul nucleare. Dovrebbe annunciarlo il 12 ottobre. Conclusa due anni fa dall’amministrazione Obama, l’intesa è un fiore all’occhiello della politica estera democratica. Anche per questo, l’attuale inquilino della Casa Bianca la considera l’ennesimo simbolo da abbattere, come nel caso dell’accordo sui cambiamenti climaticiIl Congresso, di fronte alla de-certificazione presidenziale, potrebbe decidere entro 60 giorni di ripristinare le sanzioni contro l’Iran. Capitol Hill è saldamente in mano ai repubblicani e l’argomento mediorientale da sempre scalda questa parte politica. Non è detto però che le cose vadano così.

La “sunset clause”

C’è chi pensa infatti che quella di Trump e dei repubblicani sia una strategia concordata. Non avrebbero nel mirino il naufragio dell’accordo, bensì la sua rinegoziazione. Mettendo in discussione anzitutto l’orizzonte di lungo periodo dell’intesa. L’abrogazione della “sunset clause“, per cui fra 13 anni Teheran potrà riprendere ad arricchire l’uranio, è in cima ai desiderata del Presidente. Seguita dalla volontà di ordinare ispezioni dell’Onu più intrusive nei siti nucleari iraniani. 

Il peso di Israele

In realtà, Trump punta come Netanyahu al “regime change” in Iran. In questo sta la specificità della politica mediorientale repubblicana. L’alleanza con Israele, che nemmeno i democratici hanno mai messo in dubbio, per i repubblicani è più che mai strategica sullo scenario mediorientale. E tiene in grande considerazione le posizioni più radicali del mondo politico israeliano e americano. Il pragmatismo per cui Trump è famoso rischia di andare a farsi benedire, in questo caso, mescolando l’accordo sul nucleare con le posizioni iraniane sul futuro del Medio Oriente contrapposte a quelle di Washington.  

Il fastidioso “5+1”

Certo, sulla strada di una svolta avventuristica il Presidente Usa incontrerebbe diversi ostacoli. Il Segretario di Stato e il Segretario alla Difesa lo invitano pubblicamente a non stracciare l’accordo con l’Iran. Ma è soprattutto la pressione degli altri sottoscrittori del patto “5+1”, i 4 membri permanenti del Consiglio di sicurezza Onu e la Germania, a farsi sentire. Mosca, Pechino e Berlino non vogliono correre il rischio di tornare a due anni fa. Parigi nemmeno, anche se Macron tentenna. Scontato invece che Londra si accodi comunque a Washington. D’altra parte, si sa che Trump mal sopporta il multilateralismo. E il formato “5+1” dell’accordo sul nucleare iraniano ne costituisce un emblema.

Putin tesse la sua tela

La Russia di Vladimir Putin, frattanto, continua ad accrescere la propria sfera d’influenzaI successi militari in Siria e il ruolo di stabilizzazione nel Medio Oriente compensano l’isolamento internazionale, seguito all’annessione della Crimea. Gli accordi con Venezuela e Arabia Saudita per far crescere il prezzo del petrolio assicurano ossigeno alle casse del tesoro russo. La rinnovata intesa con la Turchia di Erdogan mette ulteriore pressione all’Unione Europea, dopo quella esercitata ad Est. L’asse con Pechino a “protezione” del regime di Kim e il flirt con Tokyo rafforzano la centralità russa in Estremo Oriente. E perfino Israele incomincia a scendere a patti con Mosca, alleato storico di Teheran, Damasco ed Hezbollah. Con le truppe di Putin in Siria, Netanyahu è obbligato a considerare la Russia un Paese confinante de facto.

Putin e Trump, il presidente che voleva

Il minimo comune denominatore di questa multiforme opera di rafforzamento russo è che a farne le spese sia l’America. Lo sconvolgimento che potrebbe derivarne è però tale, che la reazione statunitense è tutta da verificare. C’è in gioco infatti l’equilibrio in piedi da Yalta in poi. Forse, Trump è stato appoggiato da Putin in campagna elettorale. Di certo, la Russia sta provando a soffiare agli Stati Uniti il ruolo di chiave di volta degli equilibri mondiali.

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