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Tuscania e San Galgano: dall’incubo alla gioia per chi ama la cultura

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Da sinistra, La cattedrale di San Pietro a Tuscania e l'abbazia di San Galgano

Tuscania e San Galgano: due gioielli del Centro Italia. Il primo in Lazio, nel viterbese, e il secondo in Toscana, nel senese. Che cosa li accomuna? Sono due luoghi affascinanti. E ricchi di quella storia che fa sognare ad occhi aperti quando ne respiri l’atmosfera. A metà del XIV secolo furono accomunati dalla tragedia della peste, la morte nera, e ne pagarono le terribili conseguenze. Oggi però Tuscania e San Galgano hanno un destino completamente diverso. E soddisfano in modo opposto il turista che li visita. Quando lasci Tuscania mastichi amaro. Mentre quando saluti San Galgano ti accompagna un piacevole sapore.

Un passo indietro a metà del Trecento

La morte nera, dicevamo. A metà del Trecento questa grande epidemia ridusse di un terzo la popolazione europea. Giunta dall’Oriente seguendo la via della seta ai porti di Costantinopoli, Messina e Marsiglia, la peste arrivò a contagiare l’intera Europa, Scandinavia compresa. Cose vecchie, direte, delle quali non esiste neppure il ricordo. E invece non è così. Per esempio, senza la morte nera non sarebbe nato il Decamerone di Boccaccio, una serie di novelle create da un espediente raffinato. Per fuggire la pestilenza, dieci giovani si rifugiano in campagna e per passare il tempo, si raccontano storie divenute una pietra miliare della nostra letteratura.  

Tuscania e segni della morte nera

A Tuscania l’immagine evidente della morte nera è ancora davanti a tutti. Fino al Trecento Tuscania era una fiorente comunità con radici etrusche e romane disposta su una serie di colli. Cinta da mura possenti, in parte ancora visibili, a seguito della peste subì una drammatica riduzione della popolazione. Tanto che alcune parti della cittadina furono abbandonate. Tra queste, il colle con la cattedrale di San Pietro, che ora sorge isolata, fuori dal paese.

Una cattedrale del grande cinema

San Pietro è uno splendido esempio di architettura romanica. Ed è stata utilizzata molte volte come location cinematografica. Volete i titoli? Eccoli: Mario Monicelli la scelse per l’Armata Brancaleone. Orson Welles per il suo Otello. Pier Paolo Pasolini per Uccellacci e uccellini. Non basta? Zeffirelli la volle per Romeo e Giulietta, Andrej Tarkovskij per Nostalghia e Liliana Cavani per Francesco.
Se l’interno è clamoroso, l’esterno non è da meno. Davanti alla chiesa un prato verde di sapore irlandese separa il palazzo dei canonici, della stessa epoca, e due torri residue della cinta muraria precedente. Mentre di fronte si aprono i recenti scavi dell’acropoli etrusca. Facile direte, tornando al cinema. Di sicuro a Tuscania ci sarà un bel museo dedicato a questi grandi film con foto, video dei set e tanti gadget per la gioia degli amanti del cinema. No, invece non è così, pura fantasia di chi scrive. E scusate l’ovvio gioco di parole: a Tuscania è tutto un altro film.

L’eroica volontaria

La protagonista di “Incubo a Tuscania“, l’eroina di questa realtà amara che investe l’ignaro turista è una gentile signora. Una volontaria che apre i cancelli di queste meraviglie a chiamataUna volontaria? Sì ce l’ha confessato lei. Il ministero dei Beni culturali, e cioè lo Stato, proprietario del luogo, non ha risorse per un posto simile. E così si affida alla sua buona volontà. Ci sembra incredibile, un incubo nell’Italia dei 53 siti Unesco. E allora siamo andati sul sito ufficiale dei Beni culturali. Il ministero riconosce l’eccellenza del luogo con pomposa dovizia di particolari. Ma poi, alla voce “Giorni e orario apertura” c’è un bel visitabile su richiesta prenotando a un numero di cellulare, che è poi quello della nostra eroina!
Ma non è finita qui. 
Un appunto va fatto anche al comune di Tuscania. Ai piedi delle mura, all’ingresso della città, c’è una graziosa casetta in legno che inalbera la scritta “Informazioni per i turisti”. Bene direte. E invece non è disponibile neppure una cartina della città coi principali monumenti. E alla richiesta degli orari di apertura, l’addetto si stringe nelle spalle dicendo: “Dipende. Di mattina di solito sono aperti”. E con questo vi lasciamo ai malinconici titoli di coda. 

San Galgano, tutto un altro film  

E adesso veniamo all’altro luogo protagonista del nostro racconto. Un posto che sa di Re Artù e i Cavalieri della Tavola rotondaAttorno al 1100 viveva in queste terre il cavaliere Galgano Guidotti. Qualche decina d’anni prima di San Francesco, compie il suo stesso percorso spirituale. Prima cavaliere gaudente, poi improvvisamente sente la Chiamata e decide di cambiar vita. Giunge sul colle di Montesiepi e lì, narra la leggenda, il suo cavallo non volle più proseguire. Galgano – deciso a diventare eremita – trasforma il suo mantello in un saio, trasforma la sua spada in una croce e la infigge in una roccia. Indi costruisce un eremo dove resta a pregare fino alla fine dei suoi giorni. Proclamato santo da papa Lucio III appena 4 anni dopo la sua morte, il suo culto si diffonde nella zona. Tanto da attirare il potentissimo ordine cistercense. Nella piana adiacente al colle di Montesiepi, i frati fondano una grande abbazia, intitolata al santo.

La spada nella roccia

Sull’eremo di Galgano viene eretta una cappella cilindrica che conserva ancora oggi, al centro del pavimento, la sua spada infissa nella roccia. Purtroppo anche l‘abbazia, inizialmente molto fiorente, alla metà del Trecento viene colpita dalla morte nera che decima i frati. In seguito, viene più volte saccheggiata dalle compagnie di ventura rinascimentali e i cistercensi decidono di abbandonarla al suo destino. Le intemperie e l’incuria fanno il resto, fino ad arrivare al crollo della copertura e all’abbandono totale del convento. Solo verso la fine dell’Ottocento si comincia a valorizzare di nuovo il luogo, con restauri rispettosi e non invasivi. Tanto che oggi è diventato una meta turistica di grande interesse.

Un esempio da copia incolla

La grande chiesa abbaziale di San Galgano, completamente priva della copertura originale, col pavimento in terra battuta e il sole che dardeggia dall’alto, è un richiamo turistico senza pari e di grande suggestioneContrariamente ad altri siti dell’Italia centrale, qui un’organizzazione turistica intelligente e rispettosa ha saputo valorizzare le caratteristiche architettoniche, paesaggistiche e culturali. In più, il che non guasta, un grazioso agriturismo affianca l’abbazia e la cappella di Montesiepi. Il servizio è impeccabile, di grande cortesia e a prezzi ragionevoli. Insomma, stavolta, ecco un intervento intelligente e ben riuscito. A questo punto la domanda al ministro Franceschini è d’obbligo: ma fare un bel copia incolla a Tuscania è poi così difficile? 

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