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25 aprile: perché la Liberazione non è la festa di tutti gli italiani

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25 aprile: pur essendo lo “storico” de Il Mio Giornale, non ho mai parlato di questo anniversario. Provo a farlo stavolta in modo del tutto inconsueto, ricordando cos’è stato nella Storia. È il giorno della liberazione di Milano; ed è stato scelto per ricordare la fine della Seconda guerra mondiale e la cacciata definitiva dei nazisti dall’Italia.

Merito della Resistenza? Dal punto di vista militare certamente no; se non ci fossero state le forze alleate che, sbarcate prima in Sicilia e poi ad Anzio, hanno risalito lentamente la Penisola, saremmo ancora in braghe di tela. Dal punto di vista morale e civile certamente sì; senza la Resistenza, l’Italia si sarebbe presentata al banco della Storia come totalmente asservita al nazismo. È servita, assieme all’esperienza del Regno del Sud, per dire all’Europa, al Mondo e alle potenze vincitrici che non tutti gli italiani erano d’accordo con i nazisti; che non tutti gli italiani avrebbero voluto un Mondo dominato da Hitler.

Divisa in tre

La Resistenza è stata soprattutto la testimonianza viva e combattente che l’Italia voleva superare l’esperienza fascista e tornare nel consesso delle democrazie. Ma parliamo un momento del 26 aprile; cioè di com’era l’Italia il giorno dopo la liberazione. Metà aveva superato il fascismo due anni prima. Con la caduta del regime (25 luglio 1943) e la fuga del Re a Pescara e da lì a Brindisi (8 settembre), l’Italia si era divisa in tre. Il Sud era diventato un regno “fantoccio” dominato dagli angloamericani che avevano già occupato Sicilia, Puglia e Campania, con un governo presieduto da Badoglio che era, com’è ovvio, agli ordini delle forze d’occupazione. Il Centro era occupato militarmente dall’esercito tedesco; il Nord era diventato un altro Stato “fantoccio”, una repubblica comandata da un Mussolini che era diventato l’ombra di sé stesso e sostanzialmente agli ordini di Berlino.

Se il Sud era stretto attorno al Re (pochi anni dopo, al referendum monarchia-repubblica, avrebbe votato in massa per la monarchia), e il centro era sostanzialmente apatico, il Nord era profondamente diviso. Lì una parte della popolazione, minima, aveva scelto la lotta armata contro i nazifascisti; una parte, altrettanto minima, aveva scelto la collaborazione entusiastica e disperata con l’occupante tedesco; la maggioranza invece tirava a campare, cercando il male minore.

I diari di Ciano

Anche tra i gerarchi fascisti molti erano scettici nei confronti del nazismo. Se rileggiamo i diari di Ciano, genero di Mussolini e suo probabile erede fino al tradimento del 25 luglio, il ministro degli Esteri era estremamente diffidente nei confronti del nazismo. Durante un summit a Berlino, temendo di essere intercettato da microspie, aveva riunito nel bagno della sua camera d’albergo la sua delegazione per confidare che “questo patto d’acciaio” sarebbe stata la tomba dell’Italia.

Dunque molti fascisti, a tutti i livelli, sopportavano la prepotenza nazista solo perché, in quel momento, era l’unica strada possibile. Molti confidavano che la creazione della Repubblica Sociale sarebbe servita solo a salvare le grandi industrie del Nord da possibili bombardamenti tedeschi. Pochi credevano ancora nella vittoria dell’asse italo tedesco e speravano solo nella fine veloce della guerra.

Pochi gerarchi

I gerarchi convintamente fedeli al nazismo e che credevano ancora nella “vittoria finale” si contavano sulle dita di una mano. E tra loro non c’era certamente il Duce. L’avanzata delle truppe alleate sopra la linea gotica, che attraversava l’Appennino da Rimini a Genova, è stata accolta da tutta la popolazione, fascisti compresi, come una liberazione nel vero senso della parola. E così, il 26 aprile, la stragrande maggioranza della popolazione era senza dubbio felice della fine della guerra, della cacciata dei nazisti e dell’arrivo di forze che erano profondamente democratiche e liberali.

Forze diverse

Era nelle cose, anche se il piano Marshall sarebbe arrivato più avanti, che gli Alleati non ci avrebbero abbandonato; che ci avrebbero aiutato nella ricostruzione e nel farci tornare nel novero delle potenze occidentali. Nello stesso tempo non possiamo dimenticare che la Resistenza era animata da forze diverse tra loro e che avevano intenti differenti. Oltre alle brigate “bianche” formate da cattolici, azionisti, liberali e monarchici c’era una componente, probabilmente maggioritaria, di forze socialiste e comuniste. Forze che non ambivano a creare una repubblica democratica ma speravano che l’Italia entrasse nell’orbita sovietica.

Si racconta che nel maggio 1945, una volta congiunte a Berlino le forze degli Alleati e dell’Armata Rossa, alcuni generali americani abbiano detto a Churchill e a Roosevelt: “Non capiterà più di avere in Europa una tale concentrazione di forze militari occidentali. L’Unione sovietica, che ha retto uno sforzo immane per sconfiggere Hitler, è stremata. Non fermiamoci a Berlino. Proseguiamo fino a Mosca e rovesciamo Stalin”. E sembra che i due capi occidentali, pur accarezzando l’idea, abbiano risposto che non era possibile; perché così sarebbero venuti meno all’alleanza che li aveva portati alla vittoria.

La seconda ondata

Nello stesso modo e nello stesso tempo, in Italia, c’erano forze che contavano su una “seconda ondata” (sono parole del contemporaneo Giovannino Guareschi). Una volta partite le truppe alleate, contando sulle armi ancora in possesso dei partigiani, si pensava a dar vita ad una rivoluzione che avrebbe potuto trasformare l’Italia in un paese satellite dell’Urss. Sappiamo che la riconsegna delle armi da parte delle brigate partigiane ha comportato un’attività durata anni e conclusa solo con l’amnistia di Togliatti. Conoscendo in prima persona per esperienza diretta il regime stalinista, il leader del Pci cercava di calmare le acque e di arrivare ad una pacificazione.

Un’opera d’arte

La nostra Costituzione è effettivamente nata appena dopo la fine della guerra, da un’Assemblea costituente che rappresentava solo una parte, quella dei vincitori, perché il Msi di Almirante, erede dell’esperienza fascista, sarebbe entrato in Parlamento solo nell’aprile del 1948, a Costituzione già approvata. E pur essendo l’Assemblea costituente un organo legislativo che riuniva tutte le forze uscite dalla Resistenza, non ha approvato una Costituzione settaria; anzi, a buon diritto, ha compiuto una vera opera d’arte: la Costituzione più bella del mondo. E così se ha ragione La Russa (in Costituzione la parola “antifascismo” non è scritta) ha anche ragione la Schlein: tutta la Costituzione, inneggiando ad ogni tipo di libertà, religiosa, politica, d’opinione, di riunione, di manifestazione, di genere, è sostanzialmente antifascista.

Costituzione e festa

Tuttavia, tra la Costituzione e la festa del 25 aprile c’è una sostanziale differenza: quest’ultima è diventata fin da subito il monopolio di quella parte della Resistenza più radicale e comunista, che ha usato i palchi ufficiali per diffondere odio e divisione. Di conseguenza, quella che avrebbe potuto essere l’occasione per unire tutti gli italiani è diventata il momento più divisivo e critico; se la Resistenza è stata una guerra di popolo (in realtà ha riguardato una ristretta élite) le manca quell’abbraccio tra tutti gli italiani che, soprattutto oggi, quasi 80 anni dopo i fatti, potrebbe renderla meno divisiva.

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Massimo Solari è avvocato cassazionista e scrittore. Ha pubblicato diversi volumi sulla storia di Piacenza e alcuni romanzi. Ha tenuto conferenze e convegni sulla storia di Piacenza. Ha collaborato con le riviste Panoramamusei, L'Urtiga, e scrive sul quotidiano Italia Oggi.

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