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25 aprile: polemizziamo su quella di ieri, ma l’Italia di oggi è paralizzata

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Italia, 25 aprile 2023: mentre il Parlamento si divide, con distinte mozioni, sulle condizioni del Paese di 80 anni fa, quelle attuali consistono nell’incapacità platealmente dichiarata di stare nell’Unione europea. È il caso dei fondi del Pnrr: risorse comunitarie per lo più a debito e in parte minore a fondo perduto, che dichiariamo di non essere capaci di finalizzare concretamente. Tra rivendicazione di titolarità a decidere e legittimità delle procedure (burocrazia), nonché l’invincibile tendenza alla dispersione in microprogetti (campanilismo e clientelismo), i fondi europei post-pandemia rischiano di fare la fine dei fondi di coesione, pure europei. Vale a dire: non essere utilizzati e venire restituiti.

Di fronte a questa disfatta nazionale, la politica ha, però, anche altro a cui pensare. Ad esempio, il 25 aprile, la Festa nazionale della Liberazione. È la festa di tutti, o solo di una parte? Antifascismo in particolare, ovvero antiautoritarismo in generale? Il tema, nostro malgrado, non è nuovo e anche qui ne abbiamo scritto più volte. Proviamo a dirne ancora qualcosa. Tuttavia, farlo senza contestualizzare questa surreale riproposizione della questione, mentre la Nazione confessa al mondo la propria paralisi decisionale, non sarebbe dignitoso.

Riscatto morale e liberazione militare

Anzitutto, cosa festeggiamo il 25 aprile? 78 anni fa, il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI) proclamò quel giorno da Milano l’insurrezione generale contro i residui presidi nazifascisti e dichiarò la condanna a morte dei capi responsabili del Ventennio e della Repubblica Sociale Italiana. Dei nomi dei componenti il comando del Comitato, presieduto dal civico Alfredo Pizzoni e poi dal socialista Rodolfo Morandi, ricordiamo i comunisti Luigi Longo ed Emilio Sereni, il socialista Sandro Pertini (futuro capo dello Stato), gli azionisti e repubblicani Ferruccio Parri e Leo Valiani, i democristiani Augusto De Gasperi (fratello di Alcide) e Achille Marazza.

Questo il dato storico, di cui fa parte, necessariamente, il riconoscimento che, come la Resistenza ha rappresentato l’adesione popolare alla causa del riscatto nazionale (liberazione morale), così la liberazione militare (fisico-geografica) dell’Italia si dovette agli Alleati anglo-americani. I quali, subito dopo, ci integrarono nel blocco transcontinentale di cui siamo tuttora parte, sotto l’egida della Nato.

Dalla guerra mondiale a quella civile 

Ci sono però altri due motivi per cui il 25 aprile è assurto, di fatto, a principale festività nazionale. Il primo, più nobile e comprensibile, è che a questa data era associata, nella percezione dei contemporanei, la fine della guerra. Poco importava che l’armistizio fosse stato firmato a Cassibile l’8 settembre di due anni prima e, del resto, come biasimare l’oblio di quella circostanza? Poco o nulla, peraltro, importò pure che gli italiani prendessero a festeggiare una guerra persa. L’importante, comunque, era che fosse finita.

L’altro motivo, meno nobile e finanche paradossale per una festa nazionale, per cui taluni sono quasi animosamente attaccati al 25 aprile, è che esso ricorda la dimensione di guerra civile, che la lotta di liberazione oggettivamente assunse. Infatti, i fascisti repubblichini non vollero, né seppero prendere atto che perpetuare l’alleanza con la Germania significava tradire la causa della libertà, oltreché della dignità nazionale.

Quanto ne seguì, cioè il referendum del 2 giugno 1946, con la scelta della Repubblica e il voto alle donne e la Costituzione del 1° gennaio 1948, fu certo una conseguenza implicata dal significato del 25 aprile. Nel senso che sia il superamento della monarchia, sia l’immediata ripresa della vita democratica nazionale, dipesero in larga misura dalla testimonianza morale della Resistenza.

Torto e ragione

Perché è meno nobile, a nostro giudizio, questo modo di brandire il 25 aprile? Perché la guerra civile, con le sue vittime e distruzioni, è la frattura della Nazione e la negazione dell’unità del Paese. Se dovessimo continuare ad insistere con il 25 aprile come festa della vittoria di una parte sull’altra nella guerra civile, cosa ne ricaveremmo? Continueremmo a spartire torto e ragione; che c’erano eccome, ma il problema è che torto e ragione vogliamo spartirli anche adesso. E siccome i motivi di allora erano, letteralmente, grondanti sangue, attribuire il torto di allora all’avversario di oggi è una tentazione forte. Perché si tratta di un torto eccezionale e, quindi, una sorta di “secondo colpo” che dovrebbe chiudergli la bocca.

Imbarazzo della destra…

D’altra parte, è difficile non manifestare perplessità sul modo in cui la destra di governo sta provando a gestire questa questione. È chiaro che essa è sempre attesa al varco dai suoi avversari. Tacendo, sbaglia; parlando, pure. Nondimeno, non ci sembra impossibile individuare una linea di condotta saggia, per il partito del presidente del Consiglio Giorgia Meloni. A Fratelli d’Italia, secondo noi, non resterebbe che sciogliere la locuzione «antifascismo» in tutto ciò che esso ha significato: la liberazione dallo straniero, la fine della guerra, il ripristino dello Stato di diritto e, con la Repubblica, l’esordio di quello democratico. Poi, non accettare più di parlarne al di fuori delle celebrazioni, men che meno prendendo in qualsiasi forma l’iniziativa.

…e malizia della sinistra

Basterebbe alla sinistra? Se ne deve dubitare. Sarebbe troppo chiedere alla destra di dichiararsi letteralmente antifascista? Sarebbe inutile, perché la destra liberale, cioè quella storica, fu travolta insieme alla Corona, e la destra del secondo dopoguerra, quella missina, era immediatamente post-fascista. Quella attuale, nonostante la svolta di Fiuggi, ha quelle radici. Sicché chiederle di rinnegarle letteralmente significa domandarle di dire: sarebbe meglio che non esistessi. E se, in regime democratico, nessuno è tenuto ad auto-accusarsi, figuriamoci se si possa restarli, democratici, chiedendo a qualcuno di squalificare la propria stessa esistenza.

Basta passi falsi, guardiamo avanti

In conclusione, dobbiamo rilevare come la destra di governo faccia sovente, nella migliore delle ipotesi, proprio il gioco di chi vuole delegittimarla. Alcune dichiarazioni improvvide del presidente del Senato Ignazio La Russa, come quella di qualche settimana fa sul controverso episodio di via Rasella, ovvero quelle dei giorni scorsi sull’assenza del termine «antifascismo» nella Costituzione, sono disarmanti nella loro cedevolezza alla polemica fine a se stessa.

Anche la preannunciata intenzione di La Russa di celebrare il 25 aprile ricordando Jan Palach, immolatosi nel 1969 per protestare contro l’oppressione comunista e sovietica in danno della Primavera di Praga, non sembra sostanzialmente appropriata. Il 25 aprile è una festa nazionale italiana: commemorare, in concomitanza, i martiri del comunismo cecoslovacco vorrebbe dire che potevamo avere la sventura di provare anche una dittatura di segno diverso dal fascismo?

Continuando per questa strada, l’Italia si conferma il Paese dell’8 settembre, quando al sottotenente Innocenti, interpretato da Alberto Sordi nel film “Tutti a casa” di Luigi Comencini, sembrava che i tedeschi si fossero alleati con gli americani. Una cosa è certa: noi italiani non ci siamo ancora decisi a fare pace con noi stessi.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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