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5 Stelle: Conte non è più “Giuseppi” e adesso fa il pacifista elettorale

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5 Stelle: l’avvocato Conte non è più il “Giuseppi” di trumpiana memoria. Il presidente dei pentastellati smette l’aplomb governativo infiocchettato dalla pochette e, in maniche di camicia, picchia i pugni sul tavolo del pacifismo elettorale. L’ex presidente del Consiglio, reduce dalla plebiscitaria riconferma online (senza rivali) alla guida del Movimento, ha vissuto due settimane di ostentato smarcamento dal suo successore a palazzo Chigi, Mario Draghi. Il terreno della presa di distanze a parole è quello delle conseguenze, in termini di ottemperanza agli accordi Nato sulle spese militari nazionali, del conflitto causato dall’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Compromesso di facciata tra i due litiganti: il bilancio della difesa dovrebbe salire al 2% del Pil da oggi al 2028, non tra 2 anni.

Fin qui, il polverone sollevato da Conte e dal suo inner circle comunicativo. Nel tentativo, evidente quanto improbo, di evitare il sospirato ritorno di una formazione fondamentalmente protestataria ad una dimensione elettorale ragionevole, cioè politicamente inoffensiva. Quindi, basterebbe fermarsi un attimo e fare mente locale, per dare a queste polemiche il peso che effettivamente hanno: nessuno. Giuseppe Conte, infatti, è stato capo del governo italiano dal 1° giugno 2018 al 13 febbraio 2021, alla testa di due diverse compagini ministeriali, espressione di due opposte formule politico-parlamentari. Durante questi 2 anni e 8 mesi (durata, sia pure non formalmente ininterrotta, tutt’altro che trascurabile per i governi del nostro Paese), in quale aspetto essenziale Giuseppe Conte ha mutato la politica estera dell’Italia? Una volta di più: nessuno.

E allora, di cosa stiamo parlando? Della tradizionale pochezza di serietà nazionale nella tenuta della scena internazionale. A conferma dell’inconsistenza del Paese come tale e del ripiegamento della nostra classe dirigente su se stessa. Anzi, ormai, sui suoi singoli esponenti.

Politica estera e “flatus vocis”

Da come abbiamo impostato la questione, si capisce che non siamo granché interessati ai dettagli del decreto-Ucraina, convertito definitivamente dal Senato il 31 marzo col ricorso al voto di fiducia, disciplinatamente votato dai 5 Stelle. E nemmeno ci interessa la sceneggiata degli ordini del giorno, presentati ed approvati in una Camera, poi ripresentati nell’altra, ivi discussi ma poi non votati, per mettere in fuorigioco quelli che nel frattempo avevano cambiato idea rispetto al loro contenuto. Gli ordini del giorno parlamentari sono «flatus vocis», riforme costituzionali serie li avrebbero già sterilizzati, impedendone la calendarizzazione in assemblea in caso di opposizione del governo.

Diciamo che non ci interessa il contenuto del decreto-Ucraina perché è chiaro che le condizioni della politica estera non possono cambiare da un giorno all’altro, tanto meno nel mezzo di una guerra dentro i confini geografici ed ai margini di quelli politici dell’Unione europea. Se si volesse cambiare queste condizioni, bisognerebbe farlo con un congruo preavviso di anni, per far sì che le controparti alleate non ne risultino spiazzate.

Certo, riposizionarsi sullo scacchiere mondiale costerebbe molto di più all’Italia che non ai suoi partner tradizionali; ma è così che si esprimerebbe uno dei primi dieci Paesi al mondo: diamo il tempo agli alleati di abituarsi alla nostra nuova posizione. Questo sarebbe un parlare serio di politica estera e di difesa. Il resto è disimpegno da bar, tra una partita a tresette e un pronostico sullo scudetto.

 La parabola dei 5 Stelle

Atteso, pertanto, che l’Italia rimarrà uno sparring partner degli Stati Uniti e nel secondo rango (dietro alla Germania e, con meno fondamento, alla Francia) della prima fila europea, su cosa ci resta da riflettere? Ad esempio, su come sia stato possibile che una figura personalmente dignitosa, ma politicamente decisamente improponibile come Giuseppe Conte abbia goduto di tanto credito. La domanda interpella il Paese, prima dei partiti. Troppo facile cominciare e finire il ragionamento con le debolezze di destra e sinistra dopo le elezioni del 2018. 

Dopo avergli dato 1/4 dei voti nel 2013, quattro anni fa gli italiani hanno tributato al Movimento 5 Stelle 1/3 dei suffragi. Adesso c’è chi parla per esso di un disastro elettorale prossimo venturo, con sondaggi che oscillano tra il 15 e il 12%. Ma per una forza politica che si è alleata senza soluzione di continuità con Atene e con Sparta, guidata da un leader che parla di mettere in sala d’aspetto addirittura la Nato, mentre non è riuscito nemmeno a non sostenere il governo Draghi, dovrebbe essere un miracolo salvare il 5% dei consensi. Se così non fosse, l’Italia dovrebbe farsi altre domande. Dovesse poi essere, la risposta, un’altra legge elettorale, per giunta proporzionale, sarebbe il caso di finirla con la retorica, cui attingono ampiamente anche le più alte cariche istituzionali. E serbare almeno un pietoso silenzio.

Pd e grillini a somma zero

Discorso a parte merita il Pd, che, dopo avere col suo precedente segretario Zingaretti definito Conte un solido riferimento di tutti i progressisti, con l’attuale leader Letta vagheggia ancora il “campo largo” elettorale col Movimento. Dopo il goffo riposizionamento “di lotta” dell’ex Giuseppi, dalle parti del Nazareno filtrano rinnovate perplessità circa questa prospettiva, ma è evidente che si tratta di manfrina. Il Partito democratico, prima o dopo le elezioni, col maggioritario, il proporzionale o “porcate” varie, per poter dare le carte e confermarsi come il partito del governo, non può fare a meno dei 5 Stelle. 

Il problema è che l’unica operazione dem possibile riguardo al movimento fondato da Grillo è prosciugarne i consensi. Vale a dire riprendersene una parte, perché più di metà dei voti grillini sono della vecchia sinistra, da Rifondazione ai Verdi che furono. Passando per gli ulivisti, i giustizialisti e gli indignati dei bei tempi della resistenza al Cavaliere. Il gioco tra Pd e 5 Stelle rischia di essere, bene che vada, a somma zero. 

Il gioco di Giorgia

In tutto questo bailamme, stavolta il gioco all’opposizione sta riuscendo a Giorgia Meloni. Per una conservatrice sotto perenne ricatto di scomunica per sovranismo, la tentazione del distinguo di fronte all’obbedienza atlantica più rigorosa dai tempi della guerra fredda dev’essere stata forte. Ma il profumo (o la chimera?) dell’ingresso nella stanza dei bottoni ha avuto la meglio.

Sarà una scelta tattica o strategica, quella dell’accreditamento occidentale? Difficilissimo credere che a Fratelli d’Italia possa riuscire, anche volendolo, quello che non fecero mai né la Democrazia Cristiana, né Berlusconi all’apice del consenso, cioè mettere in dubbio una linea decisa (sia pure tra molti dubbi) a Washington. Per ora, comunque, basta lucrare la rendita di posizione dell’isolamento parlamentare: del domani non v’è certezza.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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