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5G in Italia: i nodi da sciogliere sul caso Huawei

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Il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli

5G: all’Italia, nostro malgrado vaso di coccio, tocca viaggiare sulle strade dell’innovazione tra i vasi di ferro americano e cinese. Così, come il manzoniano don Abbondio, il governo e il Paese non sanno che pesci pigliare e prendono tempo. Mandando intanto segnali in tutte le direzioni. Il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli dice che conviene decisamente appoggiarsi ai cinesi. Il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir), invece, suggerisce al governo di mettere il veto a Huawei e Zte. E l’amministrazione Trump non sta certo a guardare, minacciando ritorsioni nei rapporti di intelligence in seno alla Nato nel caso di scelte favorevoli a Pechino…
Prima di addentrarci però in questa delicata partita geopolitica, vediamo in cosa consiste la tecnologia 5G.

 Velocità super e ridotta latenza

La sigla 5G indica la quinta generazione degli standard delle telecomunicazioni. Succede alla quarta, in uso dal 2009. Nel breve periodo, promette di assicurare una copertura più vasta del territorio e una connessione più stabile alla Rete; download e upload sensibilmente più rapidi dei dati; la capacità di servire un numero accresciuto di utenti. Nel medio periodo, dovrebbe migliorare i servizi in tutti i campi più rilevanti del nostro tempo: sanità, industria, difesa e l’avveniristica domotica.

La velocità di connessione prevista è fino a 20 gigabit. Ma ciò che rende il nuovo sistema perfetto per reggere un altissimo numero di connessioni contemporaneamente è la ridotta latenza. Quest’ultima indica la rapidità di reazione di un sistema a un impulso. Il 5g, capace di ridurla a 1 millisecondo, rivoluzionerà tanto la quotidianità quanto i grandi progetti. Qualche esempio? Nel piccolo, con la nuova tecnologia i contenuti multimediali ad alta risoluzione, come una video-chiamata, vedranno annullati i tempi di attesa. A livelli più estesi, col 5G farà gli agognati progressi l’internet delle cose, come la sicurezza delle auto senza pilota e più in generale il sogno di smart city.

Trump, Huawei e Zte

Per garantire i nuovi servizi, gli operatori dovranno appoggiarsi ad apposite infrastrutture. E qui entriamo nel campo della rivalità tra superpotenze. Infatti, 2 dei 5 colossi mondiali di costruzione delle tecnologie di rete sono cinesi. Huawei e Zte affiancano le europee Nokia ed Ericsson e la statunitense Cisco. Poiché le aziende del Dragone sono da anni leader nel settore, gli Stati Uniti vogliono porre loro un freno per una questione di equilibrio fra potenze. Per cercare di farlo, adducono motivi legati alla sicurezza nazionale e internazionale, pregiudicata a loro dire dalla propensione cinese allo spionaggio industriale. E soprattutto dai legami tra aziende operative in settori strategici e autorità statali (e di partito) di Pechino.

Donald Trump cerca anzitutto di tenere i cinesi fuori dalla partita del 5G negli States. Per questo, sin dal maggio scorso ha bandito i due colossi orientali dell’hi-tech (ma anche Megvii, Sugon e altri) dal mercato americano. Salvo poi stabilire delle deroghe a tempo già prorogate, inquadrate nella solita partita a dazi sul commercio. Quindi ha alzato il tiro, pretendendo dai Paesi alleati degli Usa che facciano altrettanto entro i loro confini. Sinora lo hanno seguito solo Australia, Nuova Zelanda e Giappone: alleati sì, ma ancora nessun europeo, né la solita fidatissima Gran Bretagna.

I dubbi italiani 

Veniamo a noi. Anche nel nostro Paese, pressoché tutti gli operatori (Linkem, Vodafone, Tim, Iliad, Wind Tre, Fastweb) sono impegnati nell’accesso al 5G. La questione che si pone è se bandire o meno i colossi cinesi dall’approntamento delle nuove reti, diffidando in blocco della loro affidabilità e assenza di secondi fini. Quattro mesi fa, il governo Conte 2 ha inaugurato la sua attività esercitando il cosiddetto “golden power” proprio in questo ambito. Si tratta di determinati poteri, come il veto all’adozione di delibere dei cda, ovvero alle cessioni a soggetti esteri, nonché la capacità di imporre limiti e condizioni. Oggi ci si domanda se questo basti, a fronte dell’esuberanza cinese e dei legami sempre più stretti che l’Italia va stringendo col Celeste impero, ad esempio sulla nuova Via della Seta.

Il Copasir, organismo parlamentare di controllo sui servizi segreti, lo scorso 11 dicembre ha trasmesso alle Camere la relazione sulla protezione cibernetica e la sicurezza informatica. Il Comitato condivide le riserve circa l’ingresso delle aziende cinesi nelle attività di installazione, configurazione e mantenimento delle infrastrutture delle reti 5G. E si è spinto a suggerire di valutare l’ipotesi, ove necessario per tutelare la sicurezza nazionale, di escludere le predette aziende dalla attività di fornitura di tecnologia per le medesime reti. Il ministro Patuanelli ha replicato nettamente, dicendo che basta la normativa sul “golden power”; per il resto, le aziende cinesi vanno approcciate secondo la logica di mercato. Scontata la maggior circospezione del Pd, così come l’attacco lancia in resta delle opposizioni.

5G: noi e la Ue

Il problema dell’Italia non è alleggerito dall’Ue, che come al solito procede in ordine sparso, essendo in questione la politica estera. I tedeschi sono indecisi: anche presso di loro i servizi di sicurezza avanzano dubbi. I francesi hanno invece già rifiutato di porre veti indiscriminati: valuteranno caso per caso. Gli ungheresi poi, rifiutando le pressioni americane in nome del sovranismo, si sono già promessi a Huawei.

In tutti i casi, occorre fare 2 considerazioni. La prima, valida su scala mondiale, consiste nel pensare a quanto costerebbe privarsi della tecnologia cinese. Secondo una stima dell’associazione dei gestori di reti mobili, si tratterebbe di 55 miliardi di euro e di un ritardo di almeno 18 mesi della tecnologia 5G. La seconda considerazione, incentrata sul caso italiano, riguarda il peso considerevole già conseguito da Huawei in Italia. Detiene 1/3 del mercato degli smartphone e ha sinergie coi big della telefonia, ma anche con Leonardo e Poste italiane. Verrà anche per noi, insomma, il momento delle scelte e sembra che non sarà indolore.

Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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