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Alessandro Giuli, il mistero del ministro della Cultura: c’è o ci fa?

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Alessandro Giuli: il nuovo ministro della Cultura, succeduto al giubilato Gennaro Sangiuliano travolto dallo scandalo Boccia, c’è o ci fa? Diamo per scontato che si sappia cosa s’intende, almeno grossomodo, con quest’espressione gergale. E passiamo subito a declinare l’interrogativo nel caso del titolare del dicastero situato nell’antico Collegio Romano dei Gesuiti.

Un’avvertenza però s’impone. A noi non interessa parlare d’inchieste, siano esse giudiziarie o più semplicemente giornalistiche. Parleremo di Giuli in termini strettamente politici. Infatti, un ministro è il vertice politico di un’amministrazione dello Stato.

Governi e ministri sono tutti…

Dopo un’avvertenza, i lettori accetteranno benevolmente anche una premessa. Il richiamo appena fatto alla natura della funzione ministeriale appare senz’altro opportuno in generale e lo è tanto più in particolare nel caso dell’Italia contemporanea, nelle cui vicende politiche si è fatto anche recentemente un gran parlare di Governi e ministri “tecnici”.

Bisogna intendersi non tanto sul significato di quest’ultimo termine, quanto piuttosto sull’attributo “politico”. Politico deriva dal greco πόλις (polis), letteralmente città. Nell’antichità classica ellenica, si trattava di città-Stato, sicché politico era sinonimo di pubblico, cioè di comune. Dal greco al latino, la res publica era la cosa comune, cioè di tutti, della comunità: una buona definizione dello Stato. Dunque, da questo punto di vista e cioè anche solo etimologicamente parlando, non possono esservi Governi e ministri che non siano politici. 

Dal punto di vista giuridico-costituzionale, poi, i capi dello Stato repubblicano che hanno nominato presidenti del Consiglio non parlamentari (da Einaudi con Pella nel 1953 sino a Mattarella con Draghi nel 2021, passando per Scalfaro con Ciampi nel 1993 e Dini nel 1995) si sono sempre schermiti di fronte all’accusa di commissariamento della politica. I Governi sono tutti politici, hanno detto, perché approvati ed eventualmente sfiduciati dal Parlamento. Ed è così: le istituzioni, a maggior ragione nella cornice di uno Stato di diritto e democratico, sono tutte politiche, comprese beninteso la Magistratura, la Corte costituzionale e la presidenza della Repubblica. Si dà il caso, però, che l’Italia repubblicana si sia sempre caratterizzata per un regime formalmente parlamentare e in realtà partitocratico, cioè incentrato sui partiti e la loro onnipotenza. Oggi, venute meno le ideologie, il particolarismo nazionale trova comunque modo di mantenere salda la presa, sotto lo stesso nome dei partiti o di altre forme (movimenti, alleanze, comitati, e così via).

Giuli comincia ad esserci, “facendoci”

Veniamo a Giuli: è un militante di destra, per tradizione familiare e attivismo giovanile, indipendentemente dalla sua attuale non-appartenenza formale al partito di Fratelli d’Italia (a cui non risulta sia iscritto). È diventato ministro del governo presieduto da Giorgia Meloni, fondatrice e leader di Fratelli d’Italia. Ha ricevuto il portafoglio della Cultura e lo ha assunto in un momento storico in cui su aspetti strutturali della vita individuale e collettiva (l’identità stessa delle persone, le relazioni familiari, la generazione e l’educazione), per secoli considerati assolutamente prepolitici, si combattono aspre battaglie politiche e prima ancora, per l’appunto, culturali.

E Alessandro Giuli, appena insediato nell’antico Collegio Romano, cosa fa? Si sceglie come capo di gabinetto, cioè primo collaboratore assoluto al dicastero e filtro tra sé e la burocrazia della struttura, un noto esponente di una cultura esattamente opposta a quella della destra. Francesco Spano, meteora in questo ruolo, era ed è questo. Le sue inclinazioni sessuali non sono, anche per noi, un tema di discussione e di polemica politica e ci auguriamo non lo siano neanche per lui, anche se è lecito dubitarne. 

Ora: a parte i rapporti personali di collaborazione appena trascorsa tra Giuli e Spano al Maxxi (Museo nazionale delle arti del XXI secolo di Roma), dove l’uno era presidente della Fondazione e l’altro segretario generale della stessa (nominato da Giovanna Melandri), cosa c’entra una personalità come Spano con il dicastero della Cultura di un governo di destra? È stato politicamente attivo prima nella Margherita e poi nel Pd, in cui i liberalsocialisti e i cattolici democratici sono confluiti quando quest’ultimo è stato fondato nel 2007. Gli incarichi di collaborazione istituzionale – cioè politica – che ha avuto in precedenza (capo della segreteria del ministro dell’Interno Giuliano Amato, consulente del ministro per le Politiche giovanili Melandri, direttore dell’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali della presidenza del Consiglio col governo Gentiloni) erano stati tutti assegnati da personalità politiche della sinistra. E quindi, con un ministro della Cultura di un governo di destra o centrodestra, Spano cos’ha a che spartire?

La coerenza è un valore, o no?

Ha tirato in ballo di tutto, Giuli, come e più di Spano stesso: la mostrificazione delle persone, l’impropria etero-tutela sull’organizzazione interna al suo dicastero, la necessità della parte più ampia della destra politica di essere “costituzionale” e altre cose improbabili di questo tipo. In attesa, evidentemente, che Spano gettasse la spugna, rinunciando all’incarico al ministero appena 10 giorni dopo averlo ottenuto.

Per questo ci chiedevamo all’inizio e continuiamo a domandarci se il ministro della Cultura ci sia o ci faccia. La maleducazione non c’è bisogno di stuzzicarla, viene offerta gratuitamente a chiunque e dovunque, oggi. Se un ministro, cioè (lo ripetiamo) il vertice politico di un’amministrazione dello Stato, si sceglie come principale collaboratore una persona che ha idee e condotte politiche e personali agli antipodi dichiarati di quelle in cui si riconosce il Governo nel suo insieme, questo non dovrebbe rappresentare un problema? Essere “costituzionale”, per la destra politica, significherebbe assumere le posizioni e i valori propri della sinistra?

Qual è la cultura della destra di governo?

A doverci dire, però, se ci siano o ci facciano sono a questo punto tutti i Fratelli d’Italia, a cominciare dalla “sorella” che li guida e, allo stesso tempo, è alla testa del Paese. Non sarà, forse, che anche Giorgia Meloni e la classe dirigente del suo partito sono incerti sul da farsi, cioè su quale linea attestarsi, culturalmente parlando? Guardando ad esempio la programmazione della Rai che dovrebbe avere un nuovo e diverso corso, la domanda si fa desolatamente retorica.

Infine, raccogliamo la provocazione che abbiamo letto da qualche parte, consistente nel paragonare le scelte di Giuli che “ci fa” a quella di André Malraux come ministro della Cultura del generale de Gaulle, oltre 60 anni fa in Francia. «Anche Malraux era un uomo di sinistra, messo in un governo diverso». Malraux, però, era prima di tutto (oltre che un intellettuale) un fedelissimo personale di de Gaulle. E il generale, dal 1940 al 1958 e sino alla fine, è stato senza alcun dubbio uno che “c’era”. Non è facile, per altri, poter dire altrettanto.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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