Opinioni

Altro che fase 2, la Giustizia ha gettato la spugna

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Per la Giustizia niente fase 2. Tutti pronti per ripartire? Certo, dal 18 maggio riapriranno tra mille polemiche bar e ristoranti, parrucchieri ed estetiste, tatuatori e orafi, stabilimenti balneari e alberghi. Tutti, in pratica, meno scuole, asili, cinema, teatri, stadi e arene dove il distanziamento sociale rimane un problema da risolvere.

Tutti? Manca appunto un’altra categoria: quella dei Palazzi di Giustizia. Ma non sono statali? Certo. Come l’Inps e l’Agenzia delle Entrate, che lavorano quasi regolarmente. Tribunali che a Piacenza come a Palermo sono frequentati da due tipi di cittadini: magistrati e cancellieri a reddito fisso garantito e avvocati a partita Iva. I primi non hanno perso un euro durante il lockdown, che abbiano lavorato oppure no. Il terzo soggetto, di gran lunga il più numeroso, non batte chiodo dall’otto di marzo. E a quanto pare non lo batterà a lungo.

Rimandati a settembre

Perché i tribunali, che dovevano riaprire l’11 di maggio, hanno deciso unilateralmente di riaprire il 1° di settembre. Però – fino a quando il governo non emanerà il decreto aprile, poi chiamato decreto maggio e oggi forse “rilancio” – i termini processuali, sospesi fino all’11 maggio, hanno ricominciato a decorrere, inesorabili.

Buffo, per non dire tragico. Perché nel frattempo i tribunali sono ancora in folle. Se intervistiamo i magistrati diranno ovviamente che non è così: le “cose urgenti” non si sono mai fermate. I processi contro i carcerati si sono tenuti, magari da remoto. I procedimenti civili che riguardavano l’allontanamento dall’abitazione del genitore violento e prevaricatore anche. E il resto? Fermo. “Non urgente” è stato definito.

La morosità persiste

E allora facciamo un esempio abbastanza comune. Gli sfratti per morosità. Quanti cittadini traggono il loro sostentamento dall’acquisto di un immobile poi concesso in locazione? Parecchi. E finora cosa accadeva? Se l’inquilino non pagava il canone si procedeva allo sfratto. Un mese dopo l’inizio della procedura il giudice, se l’inquilino continuava a non pagare, ordinava lo sfratto. Che veniva eseguito all’incirca sei mesi dopo dall’ufficiale giudiziario. Poiché era quasi impossibile recuperare i canoni non pagati, il danno per il locatore si riduceva a qualche mensilità.

E oggi? Lo sfratto non è ritenuto “urgente”, anzi. E così l’inquilino sa bene che se anche ha smesso di pagare in gennaio, avrà sette o otto mesi dal 1° settembre prima di essere cacciato. E il padrone di casa sa bene che perderà oltre un anno di canone. Con, spesso, la beffa di essere tassato ugualmente per denari che non ha ricevuto.

Ma di casi di questo genere ce ne sono milioni. E tutti al palo, fermi, in attesa del fatidico 1° settembre. E quel 1° settembre il nostro padrone di casa si troverà immerso in una folla (sempre che non siano ancora proibiti gli assembramenti) di persone che chiederanno – tutte assieme – che giustizia sia fatta. Il tutto all’interno di un sistema giudiziario che definire al collasso sembrerà allora un eufemismo.

Udienza da remoto e figurata

Chi non avrà perso nulla? Magistrati e cancellieri, ovvio. I quali riaprono le porte dei tribunali “su appuntamento”, da concordarsi telefonando a numeri che non rispondono, oppure con mail o Pec che rimangono inevase.

Il sistema giustizia si è inventato due novità clamorose: l’udienza da remoto (in videoconferenza) e l’udienza figurata. O meglio l’udienza che doveva tenersi ma non si è tenuta. Una finzione, giuridicamente ineccepibile.

Gli avvocati giovani, nativi digitali, dicono di trovarsi bene con l’udienza da remoto. Nella quale possono interloquire solo il giudice, il pubblico ministero e, appunto, l’avvocato. Ma raramente un processo è composto solo da questi tre soggetti: ci sono l’imputato; numerosi testimoni; periti d’ufficio e di parte; confronti con imputati di reato connesso che hanno diritto di essere sentiti alla presenza del proprio difensore. E tutti questi restano fuori. Rimandati a settembre come gli studenti svogliati.

I giudici si sono anche accorti che per fare un processo “da remoto” occorre il doppio del tempo del processo “in presenza”, dunque si farà la metà dei processi. Una vera panacea per un sistema che è nato già bloccato e continua ad accumulare arretrati.

Messa alla prova, questa sconosciuta

Poi ci sono le chicche come quelle del tribunale di Aosta che dispone che non si possono tenere le udienze che prevedano la messa alla prova “per il fatto che prevedono colloqui con gli uffici”. Proviamo a spiegarlo in due parole: per reati particolarmente lievi è possibile sostituire la pena detentiva con lavori di pubblica utilità. Lo sfalcio delle aiuole comunali; la sistemazione della biblioteca o la pulizia delle strade. Ci sono anche cooperative sociali che offrono i loro servizi.

L’imputato arriva al processo con una LETTERA del Comune o della cooperativa che afferma di essere disponibile ad “assumerlo” per il tempo necessario. Il giudice valuta l’offerta (scritta) e determina la durata della “pena”. Alla fine del periodo l’imputato si deve far rilasciare una dichiarazione sempre del Comune o della cooperativa che attesti che si è recato al lavoro con regolarità per il tempo stabilito. Il giudice valuta questa seconda LETTERA e, se è positiva, dichiara estinto il reato. Dove sono i colloqui con gli uffici? Che, semmai, potrebbero avvenire telefonicamente?

Milano a porte chiuse

In Lombardia Milano dispone che le udienze penali si dovranno tenere a porte chiuse. Ora, la pubblicità dell’udienza penale è stata stabilita non ieri, ma dalla rivoluzione francese, per garantire il controllo dei cittadini sull’esercizio della Giustizia. È un caposaldo dello stato di diritto. Non solo, tranne in casi eccezionali, non c’è mai folla da stadio nelle aule di giustizia. Rarissimi gli assembramenti anche in tempi non Covid. Se trovate molta folla è solo perché i giudici fissano 30 processi tutti alle nove del mattino. Dunque è normale che ci sia una trentina se non di più di avvocati che controllano quando verrà chiamato il loro processo. Oltre agli imputati, ai testimoni e ai periti.

Adesso si è scoperta l’acqua calda: ogni processo verrà chiamato ad un orario diverso, per evitare assembramenti. E noi, stupidi, ad aver trascorso mattine intere in attesa della chiamata del nostro processo! Ci voleva il Covid? Non si poteva pensare anche prima?

Il vero problema

Perché diciamo sempre 1° settembre? I provvedimenti dei tribunali parlano tutti del 31 luglio. Perché, caso vuole che il giorno successivo, 1° agosto, iniziano le ferie giudiziarie, che terminano esattamente il 31 agosto. Dunque i tribunali (leggasi, i loro capi) si stanno comportando come i supermercati che fissano il prezzo a 9 euro e 99 centesimi per non dire 10.

Una cosa ci ha fatto capire la pandemia. Che per l’Italia, da Aosta a Palermo, l’esercizio della Giustizia viene dopo i parrucchieri, le estetiste, i tatuatori e gli stabilimenti balneari. E allora smettiamo di lamentarci, leggendo le statistiche sconfortanti delle prescrizioni. Ne sono solo la logica conseguenza.

Massimo Solari è avvocato cassazionista e scrittore. Ha pubblicato diversi volumi sulla storia di Piacenza e alcuni romanzi. Ha tenuto conferenze e convegni sulla storia di Piacenza. Ha collaborato con le riviste Panoramamusei, L'Urtiga, e scrive sul quotidiano Italia Oggi.

1 commento

  1. sono un direttore di Tribunale e reputo alquanto offensivo quanto espresso nei confronti della categoria che non avrebbe perso un euro e che lavorerebbe su appuntamento. Non sto qui ad esporre come effettivamente lavorano molti operatori della giustizia né son qui a dire che nonostante le maturate competenze, per anni non si sono visti passaggi di qualifiche che invece vengono eiconosciute ad altre categorie. Chi ha scritto questo articolo (aono , tra l altro ex avvocato e moglie si avvocato) non ha la più pallida idea si come stiano effettivamente questi lavoratori. Fossi un giornalista prima di scrivere mi informerei meglio

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