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Amazzonia in fiamme: cosa c’è dietro?

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Amazzonia: gli incendi via satellite

L’Amazzonia brucia: tra il gennaio e lo scorso 18 agosto gli incendi sono aumentati dell’82% rispetto allo stesso periodo del 2018. Prima approfondire la notizia, ripassiamo un po’ di geografia: la foresta amazzonica si estende per una superficie di circa 7 milioni di km quadrati, meno del Canada e dell’Europa (circa 10milioni).

Quest’enorme polmone verde si sviluppa per la maggior parte in Brasile (65%), ma si estende anche in Colombia, Perù, Venezuela, Equador e Bolivia. Se l’intero Sud America conta 17milioni di kmq, l’area dell’Amazzonia ne rappresenta quasi la metà. E produce circa il 20% dell’ossigeno dell’intero pianeta.

Gli incendi, occorre dirlo, sono endemici, anche perché la vastità della foresta e la sua impenetrabilità rendono molto difficili gli interventi di contenimento ed ogni anno la storia si ripete; ma finché gli incendi erano ridotti rappresentavano un fatto fisiologico: era la stessa foresta che nel giro di pochi anni riprendeva il sopravvento.

L’Amazzonia di Bolsonaro

Qui però dalla fisiologia sembra si sia passati alla patologia. Pare che stavolta gli incendi in Amazzonia siano provocati ad arte per “liberare” enormi superfici della foresta (si afferma che attualmente ne sta bruciando una superficie pari a tre campi di calcio al minuto) con un triplice scopo: vendere il legname (non tutto brucia, gli alberi più grandi e più pregiati spesso si salvano); aumentare lo spazio per l’agricoltura; sfruttare le immense ricchezze minerarie che esistono nel sottosuolo.

San Paolo del Brasile, città costiera a 2.700 km dalla foresta, il 22 agosto è piombata al buio in pieno giorno. Secondo l’Istituto Nazionale di Ricerca Spaziale del Brasile, la colpa è del fumo degli oltre 74.155 incendi attualmente in essere. E l’accusa di mancati interventi di contenimento ha colpito il presidente di estrema destra carioca Jair Bolsonaro, che sembra favorire il disboscamento per i fini che abbiamo visto.

Preoccupazione internazionale

Macron si è fatto sentire via twitter chiedendo che l’emergenza ambientale diventi uno dei temi all’ordine del giorno del G7 di Biarritz che sta per aprirsi. Suscitando naturalmente la reazione di Bolsonaro che ha parlato di “mentalità colonialista” e di “sensazionalismo”. Ma la Merkel si è associata alle preoccupazioni del presidente francese.
Intanto gli studiosi in campo climatico affermano che il polmone verde dell’Amazzonia si è dimostrato, per ora, un valido scudo contro il riscaldamento globale e l’effetto serra; ma ora temono che questi incendi incontrollati possano minare il clima dell’intero pianeta.

La Terra, di chi è?

Questi, in estrema sintesi, i fatti. Che ci portano a questa riflessione: di chi è la Terra? Bolsonaro afferma, non senza ragione, che gli incendi sono “un fatto interno” del Brasile e che se il Brasile vuole liberarsi della foresta amazzonica per aumentare il proprio benessere sono solo fatti suoi.

Esistono infinite norme di diritto internazionale che parlano della sovranità di ogni singolo Stato. E che riguardano, per esempio, anche la sorte della Groenlandia. Nell’isola più grande del Pianeta i ghiacci si stanno sciogliendo a rotta di collo e Trump ne ha proposto l’acquisto alla Danimarca. Una questione spinosa: dopo lo sdegnato “la Groenlandia non è in vendita” arrivato da Copenaghen, per ripicca il presidente americano addirittura ha cancellato il suo viaggio nella terra di Amleto previsto ai primi di settembre.
Conoscendo Trump, tra l’altro lo ha anche dichiarato pubblicamente, non ci avrebbe allevato pinguini, ma concessioni minerarie e magari petrolifere. E allora torniamo alla domanda iniziale: la Terra, di chi è?

Siccome la Camargue è in Francia, potrebbe essere prosciugata e canalizzata come le nostre pianure pontine durante il ventennio? Oggi, probabilmente, Mussolini avrebbe avuto contro i verdi e gli ambientalisti, perché ha rovinato irrimediabilmente delle “zone umide” che per loro rappresentano un vero feticcio.

Amazzonia su misura

Insomma, anche se rischiamo di passare per cerchiobottisti, est modus in rebus, esiste una misura per tutte le cose. Si può diboscare una parte (controllata) dell’Amazzonia come si può prosciugare allo stesso modo la Camargue. Purché si tenga anche conto dell’interesse generale. Non viviamo in un enorme museo a cielo aperto: se l’aumento della popolazione brasiliana comporta necessariamente l’aumento delle aree coltivate per evitare che qualcuno soffra la fame, noi preferiamo sacrificare un po’ della “biodiversità” della foresta amazzonica per fare star bene le persone.

Se invece gli incendi di queste settimane servissero per nuove autostrade, aeroporti o altre infrastrutture e tutto ciò magari al solo fine di sfruttare le risorse minerarie, saremmo ovviamente molto meno favorevoli.
Va infine considerato che se il G7 dovesse esaminare la vicenda dell’Amazzonia e condannare il Brasile, servirebbe a ben poco. Bolsonaro, come Trump, ci sembra abbastanza impermeabile alle moral suasion internazionali.

Massimo Solari è avvocato cassazionista e scrittore. Ha pubblicato diversi volumi sulla storia di Piacenza e alcuni romanzi. Ha tenuto conferenze e convegni sulla storia di Piacenza. Ha collaborato con le riviste Panoramamusei, L'Urtiga, e scrive sul quotidiano Italia Oggi.

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