Annibale e Sant’Antonino sono i protagonisti a Piacenza di due mostre contemporanee aperte fino al 17 marzo. “Annibale. Un mito mediterraneo” a palazzo Farnese, e “Il pozzo di Sant’Antonino. Un segreto sotterraneo” nella chiesa di Santa Maria in Cortina.
Nei sotterranei del Farnese
La mostra-evento sul grande condottiero cartaginese (247-183 avanti Cristo) è una gigantesca macchina propagandistica al servizio di pochi reperti e di molta multimedialità. Bella, non si può negarlo. Pregevolissima la location. I sotterranei di palazzo Farnese da poco restaurati e che ospiteranno la sezione archeologica, lasciano senza fiato. Autentiche architetture piranesiane, opportunamente illuminate e ben climatizzate, che da sole valgono la visita. Visita che, in effetti, è molto didattica, spettacolare, ma che rivela scarsa sostanza e qualche caduta di stile. Come per esempio i flabelli e le corazze di Cabiria, film muto del 1914, che con Annibale centrano poco.
Fegato etrusco superstar
Alla fine il reperto più attinente è il fegato etrusco, coevo ad Annibale e gemma dei musei farnesiani. Per il resto, qualche moneta, delle quali una sola contemporanea all’epopea punica, alcuni elmi, un paio di corredi funerari. E poi gli splendidi busti dei due eterni rivali, quello bronzeo di Scipione l’Africano dal museo archeologico di Napoli. E quello marmoreo di Annibale del Quirinale. Non è neppure arrivata la presunta corazza di Annibale del museo del Bardo di Tunisi, che pure era stata prestata a Barletta nel 2016 per la celebrazione della battaglia di Canne.
Ma si tratta di una mostra-evento e lo si sapeva. I reperti annibalici, semplicemente, non esistono. Come se si dovesse fare una mostra sugli unicorni, sugli alieni o sul Santo Graal. E così il professor Giovanni Brizzi – il massimo esperto vivente di Annibale – ha dovuto puntare tutto sugli effetti speciali. Ologrammi che rappresentano monete e personaggi, una passeggiata tra gli elefanti che superano le Alpi, una vista dall’alto (un po’ troppo schematica) dello svolgimento della battaglia della Trebbia, un giro del Mediterraneo su grandi schermi e qualche vecchio film su Annibale, ma poco sul suo rapporto con Piacenza.
Tutti giù nel pozzo
Tutt’altra scelta quella del pozzo di Sant’Antonino, collaterale alla mostra di Annibale. Prima di tutto si parte da un dato certo. Nel sotterraneo della chiesetta cittadina di Santa Maria in Cortina, c’è l’unica stanza romana finora scoperta a Piacenza. Ma andiamo con ordine e partiamo dai protagonisti, gli entusiasti ragazzi della cooperativa CoolTour che gestiscono già la Collezione Mazzolini di Bobbio e Kronos, il museo della Cattedrale del capoluogo.
I piccoli gruppi di visitatori vengono prima istruiti da un breve e coinvolgente video di Twin Studio (milanese ma firmato dalla piacentina Elena Pedrazzini) sulle vicende del ritrovamento del corpo del santo patrono ad opera di Savino, il secondo vescovo di Piacenza. La presentazione termina con un vero coup de théâtre: l’ultima inquadratura è dell’imboccatura ovale del pozzo. Sale la tela e contemporaneamente dall’ovale (vero) aumenta la luce che sembra accendere tutta la chiesa, mostrando gli affreschi del presbiterio. Poi la breva discesa, solo 4 metri e mezzo, da eseguirsi con tanto di casco da cantiere, e si entra nella piccola stanza ipogea con volta a botte.
Rivive l’Antica Roma
Qui, complici speciali occhiali virtuali, si piomba in piena antica Roma. Sui muri si notano anche ad occhio nudo frammenti di affreschi che non hanno nulla da invidiare alle catacombe romane. All’uscita, ci si imbatte nel “marmo Cecilio”, epigrafe di età imperiale, rinvenuta nella chiesa e che testimonia la destinazione cimiteriale dell’area in epoca romana. Va ricordato che secondo molti studiosi la stanza ipogea potrebbe non essere l’unica, dato che da sempre si favoleggia di un reticolo di passaggi segreti che corrono sotto piazza Sant’Antonino, passaggi compatibili con una necropoli. Si potrà mai scavare? E cosa si potrebbe trovare? D’altra parte si potrebbero anche sollevare molte obiezioni sulla veridicità storica della vicenda. Ma gli stessi curatori della mostra si premurano di ricordare che si trattava dell’alto medioevo, periodo oscuro e pieno di prodigi.
Piacenza ci riprova
Insomma, ognuna per il suo verso, l’una ricchissima e l’altra più modesta, le mostre piacentine su Annibale e Sant’Antonino dimostrano una rinnovata volontà di Comune, Fondazione di Piacenza e Vigevano e Diocesi di rilancio del turismo culturale. Dopo le salite al Guercino e al Pordenone (organizzata dalla Banca di Piacenza), è ora la volta delle discese nei sotterranei. Aiutata (forse) dalla designazione della vicina e rivale Parma a Capitale italiana della cultura 2019, Piacenza continua a giocare le sue carte, provando a smentire chi diceva che “con la cultura non si mangia”.
Massimo Solari è avvocato cassazionista e scrittore. Ha pubblicato diversi volumi sulla storia di Piacenza e alcuni romanzi. Ha tenuto conferenze e convegni sulla storia di Piacenza. Ha collaborato con le riviste Panoramamusei, L'Urtiga, e scrive sul quotidiano Italia Oggi.
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari
- Massimo Solari





