Cultura

Arte e crisi: se i francesi vendono la Gioconda, noi che facciamo?

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Arte e crisi: vendiamo la Gioconda per 50 miliardi di euro. La proposta choc dell’imprenditore francese Stéphane Distinguin, fondatore di una società specializzata in consulenze sull’innovazione digitale, fa discutere. E non solo in Francia.
“È l’albero che nasconde la foresta” afferma l’imprenditore, “un totem del patrimonio che non aiuta la nuova creazione. Un oggetto alto 79,4 centimetri, largo 54,4 e profondo solo 14 millimetri”, che fa ombra a centinaia di altri capolavori.

“In una Francia che non ha i soldi per mascherine e tamponi, è giusto vendere i gioielli di famiglia. Non per fare cassa, ma per finanziare il rilancio di un mondo della cultura che altrimenti rischia di non sopravvivere al coronavirus”, conclude Distinguin. Che non è propriamente uno sprovveduto se la sua società, la Fabernovel, vanta tra i suoi clienti il quotidiano Le Monde, i taxi parigini e Canal Plus.

Si scatenano i social

Come in altre occasioni, i social non si sono tirati indietro; e soprattutto in Italia i commenti beceri si sono sprecati: “ridatece la Gioconda, a ladri!”; “non potere vendere quello che non è vostro”; “Conte, usa du spicci del Mes e ricompriamocela”; fino al buffo “e noi vendiamo la Fontana di Trevi, come Totò”.
Così, in questo misto di ignoranza e pressapochismo, forse è opportuno provare a ragionare un po’ più in profondità sull’Arte con la A maiuscola. E sul fatto che davvero possa essere messa in vendita.

Di chi è la Gioconda

Che la Gioconda sia di proprietà dello Stato francese e che l’Italia non abbia alcun diritto di pretenderla è pacifico per tutti, ad esclusione di quelli che non sanno nulla di storia. Leonardo da Vinci, l’autore del celebre dipinto, lo aveva sì iniziato in Italia, ma se l’era portato in Francia nel 1516, quando aveva accolto l’invito del re Francesco Primo.

Non sappiamo se l’opera, alla quale Leonardo era particolarmente affezionato, sia stata venduta da lui al re, se gliel’abbia donata in cambio dell’ospitalità o se sia stata venduta dai suoi eredi dopo la sua morte, avvenuta tre anni dopo. Ma che non sia un furto è pacifico. Chi lo nega ha forse in mente le razzie di Napoleone, che ha effettivamente riempito il Louvre di prede di guerra (“Gli italiani sono tutti ladri”, sembra abbia detto l’imperatore. E un cortigiano italiano avrebbe risposto: “Non tutti, Sire, buona parte”); opere restituite all’Italia col Congresso di Vienna solo in parte.

Di chi è l’Arte

Non ho mai immaginato la Gioconda agli Uffizi o a Brera. Anzi, esporterei altre opere italiane all’estero, alla sola condizione che siano esposte. L’Italia possiede un patrimonio artistico talmente sterminato che potrebbe far cassa coi prestiti senza depauperarsi eccessivamente. Ma, sorprendentemente, farebbe più fatica a trovare compratori: né gli sceicchi del Golfo né Jeff Bezos, Mark Zuckerberg e Bill Gates assieme avrebbero abbastanza soldi per comprare il patrimonio artistico italiano “trasportabile” buttato sul mercato. Ma sono più contento che il Mondo si affolli giornalmente attorno alla Gioconda nelle sale del Louvre per ammirare quel capolavoro nato da un Genio indubbiamente italiano.

L’Arte, anche questo dovrebbe essere un concetto ormai assodato, è di tutti. E tutti devono avere la possibilità di ammirarla, senza distinzione di nazionalità, ceto, religione ed etnia. L’unico delitto di lesa maestà nei confronti dell’Arte è nasconderla, chiuderla in una cassaforte, impedirne la fruizione generale.

I grandi maestri 

Per Arte commerciabile non parliamo del Pitocchetto o di Salvator Rosa, indubbi maestri, però alla portata di molte (pur ricchissime) tasche; ma dei grandi maestri, da Mantegna a Caravaggio, da Masaccio a Leonardo a Michelangelo; coloro, cioè, che hanno detto qualcosa di nuovo e hanno spostato in avanti le lancette della Storia, non solo dell’Arte.

Le loro opere possono rientrare in un circuito del genere? Alcune sì e alcune no. Il tondo Doni di Michelangelo è talmente legato a Firenze, dove è stato commissionato, dipinto, contrattato e compravenduto, che spostarlo al Getty Museum di Los Angeles sarebbe come stuprarlo, togliergli l’essenza stessa del suo essere.

La Morte della Vergine di Mantegna è al Prado di Madrid. Ma è stato dipinto a Mantova, e lo sfondo del dipinto rappresenta la veduta sul Mincio dalla sempre sua Camera degli Sposi. Dunque dovrebbe tornare a Mantova, anche se è stata regolarmente acquistata ed è legalmente in Spagna. Perché un’opera d’arte fuori contesto è un pesce fuor d’acqua.

Non tutte, ovviamente. La Pala Montefeltro, di Piero della Francesca, attualmente a Brera, potrebbe stare dovunque. E dovunque starebbe a suo agio, perché è proprio Piero che astrae la scena, rendendola universale.

E la Gioconda?

Sarà anche “l’albero che nasconde la foresta”, ma è talmente compenetrata col Louvre che vederla a Dubai o a Tokio ci sembrerebbe pura eresia. Non è il miglior dipinto al mondo, solo il più famoso; e famoso lo è diventato grazie al furto perpetrato nel 1911 da un italiano e grazie all’attenta opera di marketing che da allora, per circa un secolo, il Louvre ha esercitato per renderla un’icona mondiale. In ciò aiutata dal suo famoso ed enigmatico sorriso, dal mistero circa la sua vera identità (Lisa Gherardini, moglie di ser Francesco del Giocondo? Caterina Sforza? Isabella d’Aragona? Bianca Giovanna, figlia di Ludovico il Moro? Lo stesso Leonardo?) e dalla circostanza che il Genio di Vinci non aveva mai voluto staccarsi da lei.

Senza la Gioconda e con 50 miliardi di euro in cassa, Parigi sarebbe meno Parigi? Forse no, ma per saperlo dovremmo vedere quella tavoletta di legno di pioppo imballata e trasportata ad Orly per lasciare, dopo 500 anni, il suolo francese. La Gioconda, però, ha già viaggiato: nel 1962, auspice John Kennedy, ha trasvolato l’Atlantico ed è stata esposta a Washington e a New Jork. Nel 1974 è approdata a Tokio. Ma da allora il Louvre ha decretato che il dipinto è troppo fragile per essere spostato.

Arte e debiti

 E ora? Quella di Distinguin rimarrà una provocazione o la vendita della Gioconda potrebbe, sull’onda della crisi, diventare un’ipotesi percorribile? Ma, soprattutto, cosa succederebbe da noi a quel punto? La circostanza che l’Italia sia contemporaneamente il Paese più indebitato dell’Occidente e quello con la maggior concentrazione di opere d’arte ci pone di fronte a un rischio concreto.

Una volta sdoganato il principio della libera vendita dei capolavori artistici di serie A, davvero non è difficile immaginare il premier olandese Rutte o la stessa Merkel, per tacer del vicepresidente della Commissione Ue Dombrovskis, che annunciano: “Vendano la Primavera del Botticelli per 100 miliardi, invece di chiedere soldi all’Europa”. E in piena crisi economica, la più devastante dal secondo dopoguerra, con disoccupazione alle stelle e decine di migliaia di imprese allo sbando, cosa potrebbe rispondere Giuseppe Conte?

Ancora una volta ci viene in aiuto Winston Churchill con un’altra domanda. Quando gli chiesero di tagliare i fondi destinati all’Arte per sostenere lo sforzo bellico rispose: “E allora, per che cosa combattiamo?”.

Massimo Solari è avvocato cassazionista e scrittore. Ha pubblicato diversi volumi sulla storia di Piacenza e alcuni romanzi. Ha tenuto conferenze e convegni sulla storia di Piacenza. Ha collaborato con le riviste Panoramamusei, L'Urtiga, e scrive sul quotidiano Italia Oggi.

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