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Avvocato e magistrato robot: sarà questo il futuro della giustizia?

Avvocato robot: la notizia era nell’aria già da alcuni mesi. Ed è diventata una realtà, per ora solo in alcuni Stati degli Usa e nel Regno Unito. Cos’è successo? Un americano, Joshua Browder, stanco di prendere multe per divieto di sosta in quel di Stanford, California, studia tutte le scappatoie per non pagarle. Diventato un esperto, decide di mettere a frutto la sua esperienza. Fonda una società dal nome emblematico, DoNotPay, e crea questa sorta di app, con la quale sfrutta l’intelligenza artificiale trasformandola nell’avvocato elettronico. In realtà però Browder afferma che il legale robot suggerirà all’imputato, munito di cuffie, come rispondere alle domande del giudice.

E in Italia?

Lasciamo il californiano ai suoi deliri e proviamo a chiederci: arriverà mai in Italia? Sarà il sistema che consentirà al consumatore italiano di risparmiare il costo dell’avvocato? La giornalista che ha dato la notizia tranquillizza: siamo lontani anni luce, perché in Italia è proibito rinunciare alla difesa tecnica (dell’avvocato) al di sopra delle cause fino a 1.100 euro, davanti al giudice di pace. E già oggi è possibile al comune cittadino impugnare direttamente le multe stradali al giudice di pace e difendersi da solo. Fine. Chi non si munisce di un avvocato troverà la strada sbarrata da qualunque Tribunale, sia civile che penale.

Fuga verso l’ignoto

Ma immaginiamo che improvvisamente, con un emendamento al decreto mille proroghe, il Governo autorizzi chiunque a difendersi con l’avvocato robot, cuffie e smartphone in mano. Chi scrive esercita l’avvocatura dal lontano 1980; 43 anni nei quali quasi ogni giorno calca la scena del tribunale, parlando con due-quattro giudici ogni giorno. Vi garantisco, qui da noi, per male che vada la nostra giustizia, non ci sono scappatoie per non pagare le multe. Se l’intelligenza artificiale suggerisse al malcapitato “cliente” di sostenere la sua incapacità mentale rischierebbe di fargli revocare la patente. L’altra possibilità è di non possedere nulla, dunque di non pagarla senza rivolgersi al giudice. Ma anche qui il rischio è il fermo amministrativo del veicolo. Peggio la toppa del buco.

Storia vecchia

L’avvocato elettronico, ci spiace, ma esiste già e almeno dagli anni 90. Si chiama “banca dati” e riporta tutte le sentenze di tribunali, corti d’appello e Cassazione ordinate per “chiavi di lettura”. Anzi, ce n’è più d’una e gli avvocati in carne ed ossa, come i giudici, le usano quotidianamente e sono anche molto utili. Piccolo problema: occorre saperle usare. Il compito principale dell’avvocato è ridurre il problema che il cliente gli sottopone al diritto. Identificato il punto di diritto da far valere, deve indicare la strada più breve e meno costosa e spiegare quante probabilità ci sono di giungere al successo. Molto spesso il cliente, il cittadino comune, non ha la minima idea (e non è compito suo) di come si possa attagliare il diritto al suo problema. E dubito che ci possa riuscire l’intelligenza artificiale.

E il giudice robot?

Molti anni fa, ad un giudice ammaliato dal progresso tecnologico che permetteva di avere una sentenza della Cassazione pochi giorni dopo la sua pubblicazione, rispondevo che doveva stare attento. Se si fosse trasformato in un riproduttore becero delle ultime sentenze lo si sarebbe potuto sostituire con un computer che, onestamente, sarebbe costato molto meno. E allora: perché il giudice si chiama “interprete” della legge? Perché si dice che il giudice deve usare il suo potere “ermeneutico”?

Perché il nostro ordinamento non a caso ha stabilito che la magistratura sia un potere indipendente dall’esecutivo e dal legislativo e di loro pari per dignità. Prevede e prescrive  poi che la legge, tutte le leggi, siano sottoposte all’intelligenza umana e non artificiale. Anche il giudice si serve delle banche dati, guai se non lo facesse, e scrive le sue sentenze non più con la penna d’oca ma col computer. E le invia con mail o pec. E riceve gli atti in formato elettronico, come è elettronico il suo fascicolo. Basta. La tecnologia aiuta, eccome, ma è sempre tecnologia. L’apporto umano è e resterà fondamentale. Proprio ieri una giudice si lamentava: “Sono sommersa dalle udienze virtuali”. Perché guardarsi in faccia in un’aula di giustizia e parlare è molto meno faticoso che scrivere, inviare, salvare, fare “copia incolla”. E comporta molto meno tempo.

L’ABC di una ricerca

È vero, un tempo per fare una ricerca occorreva scartabellare decine di volumi di diritto (che andavano ovviamente acquistati, e cari che erano…), mentre oggi vai su Google e ti esce quello che ti serve. Ma come dicevo, occorre saper cercare. Una sola volta, appena acquistata una nuova banca dati, per curiosità ho inserito nella stringa di ricerca la parola “danno”. Mi sono uscite 10.537 sentenze. Il che vuol dire che era una parola troppo generica. Aggiungendo “risarcimento danni” le sentenze erano ancora troppe, circa 10.000. Inserendo “prescrizione biennale risarcimento danni da circolazione stradale” le sentenze erano scese a un migliaio. E così via, fino a quando si restringe la ricerca a 150, massimo 300 sentenze. E chi è capace di farlo? Purtroppo, quasi solo l’avvocato. Che andrà pagato per questo.

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Massimo Solari è avvocato cassazionista e scrittore. Ha pubblicato diversi volumi sulla storia di Piacenza e alcuni romanzi. Ha tenuto conferenze e convegni sulla storia di Piacenza. Ha collaborato con le riviste Panoramamusei, L'Urtiga, e scrive sul quotidiano Italia Oggi.

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