Sanzioni alla Russia per la guerra di aggressione all’Ucraina: non bastano l’economia e la finanza, ci finiscono di mezzo anche l’arte e lo sport. È giusto, oppure si tratta di una forzatura?
Anzitutto, le conseguenze ritorsive si producono in modo diverso a seconda degli ambiti considerati. Nel caso dello sport, stiamo parlando di sanzioni in senso proprio, cioè conseguenze giuridiche negative che l’ordinamento sportivo riconnette al compimento di atti illeciti, ovvero (come in questo caso) all’omesso compimento di atti doverosi. È da vedere, comunque, se le federazioni sportive di Mosca versino effettivamente «in re illicita». Ad esempio, con riferimento al calcio, i russi (esclusi dagli spareggi per i Mondiali in Qatar del prossimo inverno) hanno immediatamente presentato ricorso urgente al Tribunale Arbitrale dello Sport di Losanna, contro le esclusioni decise a loro carico da Fifa e Uefa.
Nel caso dell’arte, la questione consiste di solito in un mancato invito, ovvero nel suo ritiro da parte di enti ed istituzioni culturali, sia pubbliche sia private. È pur vero che ciò lascia impregiudicata la possibilità, per le singole personalità dichiarate “non gradite”, di agire in sede civile a tutela della propria fama e dei propri interessi patrimoniali. È chiaro comunque che, quando si discute di arte, si tratta più che altro di opportunità e di stile.
I paralimpici di Pechino
I casi che hanno fatto più notizia sono quelli degli atleti paralimpici dei Giochi invernali di Pechino, in corso fino al 13 marzo e, in campo musicale, il benservito rifilato dalla Scala di Milano e da altre celebri istituzioni musicali al maestro Valerij Gergiev.
Per quanto riguarda le gare su neve e ghiaccio, non è l’esclusione dei paralimpici in quanto tali a destare perplessità. Infatti, il diversamente abile non domanda (nei limiti del possibile) che di essere trattato come tutte le altre persone. Sicché, se delle sanzioni devono gravare sugli olimpionici, altrettante devono affliggere anche i paralimpici. Il punto è se una responsabilità del tipo di quella contestata a tutti gli sportivi russi, cioè né più né meno una responsabilità oggettiva, sia ragionevole e sostenibile. Inutile girarci attorno: agli atleti russi si contesta il fatto di essere russi.
È vero che la forma è sostanza e non saremo noi ad incitare a dimenticarlo. Infatti, le sanzioni colpiscono le federazioni sportive, in quanto articolazioni ed espressioni dello Stato russo. È al Cremlino che il Cio (Comitato olimpico internazionale) contesta, per l’ambito sportivo, la violazione della tregua olimpica. Lo sport, però, è sudore, fatica e lacrime di donne e uomini in carne ed ossa. Negarne il valore, subordinandolo all’esigenza di un’implacabile punizione collettiva, è un grave vulnus alla personalità ed alla professionalità degli atleti.
Il caso Gergiev
Discorso a parte merita il caso di Valerij Gergiev, il celebre e stimato direttore d’orchestra russo, buon amico personale di Vladimir Putin. Il maestro, richiesto da varie istituzioni orchestrali ed operistiche con le quali collaborava di abiurare la guerra d’aggressione russa all’Ucraina, ha sempre declinato, opponendo un rigoroso silenzio.
Sono letteralmente fioccate, di conseguenza, le disdette di tutti i suoi principali impegni. La Scala, con il sindaco di Milano Giuseppe Sala in testa, lo ha escluso dall’allestimento de “La dama di picche” di Čajkovskij, previsto a partire dal 5 marzo. Analoga sorte gli era già toccata con i Wiener Philharmoniker (la compagine del concerto di Capodanno da Vienna), per la tournée negli Stati Uniti alla fine del mese scorso. Addirittura, i Münchner Philharmoniker lo hanno licenziato in tronco dall’incarico di direttore principale, in considerazione anche del gemellaggio in essere del capoluogo bavarese con la capitale ucraina Kiev. In quest’ultimo caso, bisognerebbe vedere (ove Gergiev volesse resistere in giudizio) se il diritto privato sia concavo al punto da accogliere fra le proprie istanze una questione strettamente ideale e politica.
Anche altri artisti sono incorsi nei medesimi rigori. Ad esempio, la soprano Anna Netrebko, a sua volta bandita altrove, ha volontariamente disertato un appuntamento scaligero, riferendosi espressamente al cuore del problema: non domandate agli artisti russi di schierarsi contro il loro Paese.
Bruciare i ponti a chi conviene?
La questione è tutta qui: è ragionevole (perché è la ragionevolezza a fondare la stessa legittimità) imporre ad una persona di dissociarsi dalla propria patria? Bisogna prima di tutto rispondere alla domanda se il sentimento di patria abbia ancora o meno cittadinanza. D’accordo che non si sia obbligati ad aderirvi, ma si può proibire di provarlo? E si può sindacarne una declinazione minimalista, qual è la scelta di non parlare affatto della condotta del proprio Paese, anziché condannarla esplicitamente e prenderne le distanze? L’interrogativo resta, anche se è difficile dire che il dibattito in Occidente sia aperto, né un periodo di tensione acuta come questo lo agevola.
Non è la prima volta che viene presentato agli artisti il conto delle colpe dei loro Paesi, commesse sotto il vigore di determinati regimi. Per stare ai grandi interpreti musicali, come non pensare a Wilhelm Furtwängler, l’immenso direttore tedesco che, per non aver abbandonato la Germania nazista praticamente fino alla resa di quest’ultima, subì due anni di denazificazione, prima di tornare sul podio nel maggio del 1947? Ovvero, al suo titanico successore alla Filarmonica di Berlino, l’austriaco Herbert von Karajan, cui toccò una ferma post-bellica più breve di cui alcuni talora ancora si lamentano, come per uno che l’abbia in qualche modo fatta franca?
Putin non è Hitler e l’aggressione dell’Ucraina non è la Seconda guerra mondiale. Noi ci permettiamo di richiamarci all’imperativo di restare umani e non rivaleggiare in imbarbarimento con quelli che critichiamo. Certo: interdire attività artistiche o ludiche non è come uccidere, distruggere infrastrutture e ledere la sovranità altrui. Tuttavia, tanto lo sport quanto l’arte sono ponti naturali fra gli uomini, ben più antichi e fondati della migliore delle diplomazie e della più rispettata delle forme storiche di legalità internazionale. Minarli non è nell’interesse di nessuno, tanto meno nel nostro. Speriamo di tornare a godere presto del leggiadro tocco senza bacchetta di Valerij Gergiev, anche perché vorrà dire che la pace sarà tornata a farci la sua tanto desiderata compagnia.
Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.







