Vino & Sapori

Bellavista in Franciacorta: tutti i segreti di una Cantina che innova nella tradizione

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Per capire a cosa è ispirato il nome della Cantina Bellavista, sull’omonima collinetta, basta affacciarsi dalla accoglientissima azienda vitivinicola, lasciando spaziare lo sguardo tra alcuni degli scorci più belli della Franciacorta dall’anfiteatro morenico al provvidenziale lago d’Iseo, lasciandosi alle spalle il Mont’Orfano, che scherma dalla Pianura Padana.

Bellavista è una tappa obbligata per chi sta peregrinando tre queste terre così importanti per le bollicine Metodo Classico italiane. Qui i collegamenti con Ca’ del Bosco sono molteplici: le accomuna non lo stile dei vini, inconfondibile per entrambe, ma sicuramente la capacità di vedere un grande futuro vitivinicolo per le colline Franciacortine, l’infatuazione – o legame viscerale – per l’arte, e la voglia di mettere eccellenza in bottiglia. Altra curiosa è che Vittorio Moretti, fondatore di Bellavista ma anche presidente di un importante gruppo imprenditoriale partito dalle costruzioni, ha lavorato ad alcune fasi costruttive della Cantina Ca’ del Bosco, traendone spunto.

In sintonia con la propria terra

È il 1967 quando Vittorio Moretti crea la Moretti Industria delle Costruzioni; nel 1977 i suoi primi vini. Ma non si ferma: cerca piena sintonia con quella terra puntando all’ospitalità, così nel 1993 nasce L’Albereta. Intanto si guardano anche altre terre attorno ad una grande holding, la Terra Moretti che opera nei tre rami edilizia industrializzata, ospitalità e vitivinicolo con ben sei cantine: oltre Bellavista e Contadi Castaldi in Franciacorta, Petra, Teruzzi e Acquagiusta in Toscana e la storica Sella&Mosca in Sardegna, piazzandosi tra i primissimi in Italia per estensione di vigneti propri.

Moretti, di una famiglia storica di Erbusco, inizia a produrre qualche bottiglia per hobby fino all’incontro, nel 1981, col giovane enologo gardesano Mattia Vezzola: nello stesso anno nasce Bellavista.

Dal 2022 il capo enologo è la seconda figlia di Vittorio, Francesca Moretti, affiancata da quattro enologi e dal consulente Richard Geoffroy, storico chef de cave Dom Perignon: saggeremo la loro mano – già presente negli assemblaggi – con i non millesimati come Alma in uscita proprio quest’autunno.

La vigna, da tutelare

Intanto Bellavista produce 1,7 milioni di bottiglie annue con uve esclusivamente proprie (Chardonnay per l’80%, Pinot nero 18% e Pinot bianco 2%); 60 i quintali di resa per ettaro: decisamente basse, ma c’è un perché. In vigna hanno introdotto il metodo della potatura preservativa Simonit&Sirch (dei friulani Marco Simonit e Pierpaolo Sirch), sperimentato proprio a Bellavista e oggi noto in tutto il mondo: approccio finalizzato a preservare più la vite che la produzione con una tecnica di potatura come se si “operassero” le piante che hanno problemi. La produzione complessiva – e la resa/ettaro – diminuisce ma a beneficio di qualità crescente con viti più longeve e radici che vanno più in profondità, garantendo, anche in annate siccitose come la 2022, l’adeguato approvvigionamento idrico senza irrigazione.

Un colosso ancora artigianale

Nonostante i grandi volumi e i circa 120 collaboratori (della sola Bellavista, perché l’intero gruppo ne conta un migliaio), i Moretti sono rimasti legati alla tradizione: vendemmia manuale con cernita in vigna, cicli di pressatura delicati e lenti utilizzando, per la vinificazione, solo il mosto fiore e il secondo frazionamento. Il terzo mosto segue un altra strada ceduto alle distillerie oppure, se Chardonnay, utilizzato nel produrre Arzente, il loro brandy. Il 70% dei vini base fermenta in acciaio e il 30 fa legno in pieces in rovere di Borgogna, dalla leggera tostatura, dal settimo utilizzo, cercando complessità e longevità e non il rilascio di altri sentori.

Remuage manuale: una chicca di pochi

La zona più affascinante è quella delle pupitres: i supporti gradualmente inclinabili dove sostano le bottiglie di Metodo Classico che ogni giorno vengono ruotate e “scosse” con il remuage manuale, onerosissimo e dal sapore antico che qui si pratica come tratto distintivo. Il tutto all’ingresso delle gallerie (una arriva fino alla casa di Vittorio) scavate nella collina dove la temperatura come l’umidità sono naturalmente costanti e perfette.
Anche l’affinamento sui lieviti, fase chiave del Metodo Classico, qui non scherza: va ben oltre i 18 mesi da disciplinare con i 26 della Couvée fino ai 70 per la Riserva.

Una bottiglia figlia di tre generazioni

Nella hall della Cantina si nota una sorta di tabernacolo: custodisce una magnum di Meraviglioso.
Fin dal 1980 hanno conservato le migliori selezioni nelle migliori annate per un progetto speciale: nel 2003 tutto quel meglio è stato unito in un’unica bottiglia creando 3.000 magnum multi-vintage: 50% 2002, e poi 2001, ’95, ’91, ’88, ’84; 12 anni di affinamento in bottiglia per uscire nel 2019 (aspettiamo il 2030 per la seconda edizione). Vino particolare, di grande mineralità e acidità assieme a note molto evolutive, caramellate, di fungo. Una chicca per pochi – ma non pochissimi – purtroppo: costo al pubblico 730 euro.

Qualche assaggio tra una proposta articolata

Alma Grande Cuvée Brut (34 euro): biglietto da visita, riconoscibile e rappresentativo che racconta l’anima della Franciacorta secondo Bellavista. Giocano un ruolo nella Cuvée 80/90 vigne distinte compreso Pinot Bianco, assente nelle altre etichette. Sboccatura 2023 con base 2020 e dosaggio 4 g/l. In bocca si percepisce frutta molto matura; quasi agrumato ma con una certa mineralità: un po’ la loro cifra distintiva. Calice beverino, piacevole, immediato; da chiacchiera direi, da aperitivo, non cercando per forza l’abbinamento. Apprezzabile nella sua immediatezza e freschezza.

Brut Teatro alla Scala (48 euro). Il nome nasce nel 2012, frutto della collaborazione ventennale con La Scala di Milano: ogni edizione viene presentata il 6 dicembre, giorno precedente la Prima. Tradizione, eleganza, italianità sono valori che uniscono l’Azienda franciacortina col teatro più famoso al mondo, pertanto non si poteva che pensare alla bottiglia più storica e tradizionale, imbottigliato dal 1979, della Maison.

Stappiamo, con gran piacere, l’annata 2019: affinamento minimo 45 mesi per questo sposalizio di Chardonnay, che da eleganza, ampiezza, avvolgenza, e Pinot Nero, con la sua struttura; il 40% fa legno.

Vino elegante ed energico, brut seppur dosato praticamente da extra brut (4 g/l, quanto basta per conferire una certa morbidezza). Prodotto interessante, estremamente piacevole e avvolgente ma non scontato; di personalità, che invita al sorso successivo. Questo è un vino più gastronomico: adeguato con pesce, carni bianche, risotti, magari tortelli piacentini e anche carciofi alla giudia.

Avviciniamo la vetta con Riserva Vittorio Moretti 2016 (110 euro), prodotto solo nelle annate migliori con vigne selezionate, sopra i 45 anni; sboccatura ’23 dopo sette anni sui lieviti. È prodotta dal 1984, annata eccezionale in Bellavista (e non solo). Oro al calice, finissimo il perlage. Soave il bouquet, dalle note uniche e riconoscibili, calde, su sentori quasi erbacei, quasi balsamici, con terziario della lunga evoluzione in bottiglia. Sorso generoso e materico, vibrante di freschezza. Splendida la chiosa di sale, fiori d’agrumi e nocciola.

Chardonnay al 55/60% e Pinot Nero; ben il 55% passa in legno. Dall’edizione 2016 è un Dosaggio Zero: ottimo anche con le carni. Da un Riserva ci si aspetta un vino evoluto, mentre questo calice è ancora teso, quasi tagliente quasi croccante, come volevano fosse. Un altro sorso dopo qualche minuto nel calice e qualche grado in più di temperatura: ancor maggiore la sapidità di un vino minerale, quasi salato, di grande lunghezza. Abbinamento diverso? Si provino piatti speziati, dai sapori intensi, oppure prelibato caviale Beluga… Meglio di così non potevamo chiudere!

Sante Lancerio
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