Joe Biden e la sparata su Vladimir Putin killer e assassino: quanto c’è di strategia e quanto, invece, di sparata in stile yankee? E quanto, ancora, della propensione dell’anziano presidente Usa per le gaffe? La domanda è d’obbligo, perché un caso simile è senza precedenti, a questi livelli. A maggior ragione dopo la conferma di quest’accusa al presidente russo anche da parte di Nancy Pelosi, speaker del Congresso americano, fatta alla tv italiana in collegamento ieri sera con Che tempo che fa su Rai3.
L’abbruttimento degli stili colpisce oggi largamente tutti gli strati sociali e i diversi livelli di relazione. I rapporti internazionali, però, sono un ambito in cui la forma attinge la sostanza al massimo grado. Basti pensare come ad essi presieda un’arte millenaria, che è anche una tipica prerogativa degli Stati sovrani: la diplomazia.
Proviamo ad interpretare la scivolata verbale di Biden, meno divertente di quella di qualche giorno fa sulla scaletta dell’Air Force One, ma più significativa e preoccupante.
Domande e risposte…
Il fattaccio è avvenuto nel corso di un’intervista concessa dal presidente americano al giornalista dell’Abc George Stephanopoulos. Ad onor del vero, è stato l’anchorman con cui stava dialogando a porgergli la domanda suggestiva: “Lei conosce Vladimir Putin, pensa che sia un assassino?”. Risposta del presidente degli Stati Uniti: “Sì, lo penso”. E ha subito aggiunto di averlo avvisato personalmente che pagherà un prezzo, per la sua ingerenza negli affari interni degli Stati Uniti. Un’accusa non nuova per Putin, già tacciato di aver silurato sul web Hillary Clinton, in occasione della corsa alla Casa Bianca nel 2016.
Al momento della concessione dell’intervista di Biden, era appena stato diffuso un rapporto del National Security Council, una sorta di super-agenzia dei servizi d’intelligence statunitensi. In esso si sostiene che Putin e il suo governo avrebbero cercato di influenzare anche l’esito delle elezioni presidenziali del novembre scorso. Naturalmente, in senso favorevole al presidente uscente Donald Trump, che è stato battuto da Biden al termine di una battaglia durissima, che si è svolta prima nelle urne e poi a colpi di ricorsi giudiziari. È tristemente indimenticabile anche l’epilogo surreale della sfida, con l’invasione di Capitol Hill da parte dei sostenitori del tycoon, nel giorno della certificazione dell’elezione del nuovo presidente. Scontata, dunque, l’asprezza del confronto con Trump, basta la storica competizione Usa-Russia, erede di quella Usa-Urss, a motivare la sbandata verbale di Biden? Oppure, c’è dell’altro?
Affari di famiglia
Dell’altro, ad esempio, potrebbe essere un fallo di reazione, quasi una vendetta per la vicenda che, sempre causa Trump, ha portato alla luce i legami tra il figlio del presidente, Hunter Biden e l’Ucraina. L’ex presidente americano ha cercato di far credere che l’attuale inquilino della Casa Bianca, all’epoca suo sfidante, quando era vice di Barak Obama avrebbe tramato per coprire gli affari del figlio con la holding ucraina del gas Burisma.
Potrebbe essere che Joe Biden reagisca adesso, prendendosela con Putin, quasi che tutto quello che capita nei territori dell’ex Urss dipenda dal Cremlino. Del resto, l’interessamento americano verso l’Ucraina è di ordine strategico: dapprima, per cercare di sottrarla all’orbita moscovita; e poi, dopo il deflagrare della guerra nel Donbass (tuttora non conclusa), per stroncare il separatismo filo-russo. È anche possibile, però, che Biden sospetti gli hacker russi di aver gonfiato, diffuso e magari falsato le notizie riguardanti suo figlio.
Russia, una spina nel fianco
Joe Biden deve prendere il più possibile le distanze da Donald Trump. La vittoria alle presidenziali di un candidato così poco carismatico si spiega solo con l’invincibile avversione dell’intero establishment interno e internazionale verso la politica sovranista del tycoon. Un’avversione che, peraltro, ha sortito l’obiettivo solo riuscendo a provocare la più straordinaria partecipazione in un’elezione americana da oltre un secolo a questa parte.
Parte importante di questa rottura con l’amministrazione precedente è la testimonianza dei valori liberali e democratici nei rapporti internazionali. In quest’ottica, l’attacco a Putin su tutti i fronti (caso Navalny compreso) sarebbe da leggere insieme alle accuse lanciate contro il principe saudita Mohammed bin Salmad per l’assassinio di Jamal Khashoggi.
Naturalmente, stiamo parlando di prese di posizione formali: perché i sauditi sono da decenni, bene o male, il principale alleato americano in ambito islamico e continueranno ad esserlo. E nonostante tutto, l’America deve fare i conti anche con la Russia: per dimensioni, popolazione, risorse naturali e armi nucleari, quest’ultima è una potenza mondiale. L’avversario del secolo per gli Stati Uniti resta la Cina; ma la Russia è a ridosso dell’Europa e, a seguito del disimpegno internazionale americano, si è riposizionata efficacemente soprattutto in Medio Oriente.
Le carte di Putin
All’insulto di Biden, Putin ha replicato augurandogli buona salute, dopo aver affermato che di solito diciamo degli altri ciò che sappiamo di essere noi. Ha richiamato l’ambasciatore da Washington per consultazioni, ma, come Biden, ha confermato che una certa intesa fra le due superpotenze va trovata per forza. Ha però ammonito che la Russia non sarà accomodante a scapito dei propri interessi e l’America dovrà farsene una ragione.
Putin mantiene sempre diverse carte da giocare. Compresa la consapevolezza, comune anche agli interlocutori più riluttanti ed ostili come gli statunitensi, che non è detto che la fine del suo regime in Russia rappresenti il meglio per l’Occidente. C’è il rischio che l’erede dell’impero sovietico venga condotto da un’altra leadership nelle braccia di Pechino, saldando due forze gigantesche, che non si affratellarono neanche al tempo in cui battevano la stessa bandiera rossa.
Avviso all’Europa
L’uscita infelice di Biden ha anche dell’intemerata yankee, comunque curiosa perché esce dalla bocca di un uomo visibilmente anziano e già provato, pur trovandosi solo all’inizio del suo mandato. Non ne va sottovalutata neppure la portata di avvertimento all’Unione Europea e specialmente alla Germania, la cui scelta di completare il gasdotto North Stream 2 è sempre nel mirino di Washington.
In fin dei conti, però, l’interpretazione più azzeccata di questa dichiarazione probabilmente è anche la più semplice: l’insofferenza a stelle e strisce per un competitore strategico, guidato da un tipo tosto, impossibile da piegare con le armi del soft-power, padroneggiate anche da lui con abilità. Ci si può aspettare qualche altro calcio sotto al tavolo, ma nessuno, per fortuna, può permettersi di rovesciarlo.
Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.







