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Bonaccini: perché ha vinto lui e Salvini ha perso più dell’Emilia-Romagna

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Bonaccini stravince le elezioni in Emilia-Romagna superando ogni pronostico. Non si può dimenticare la vittoria del centrodestra in Calabria con Jole Santelli anche se i due risultati non sono sullo stesso piano. Non tanto per la differenza di Pil o di numero di abitanti tra le due regioni, ma perché il voto in Emilia-Romagna era stato caricato da Salvini di un significato completamente diverso: era la sfida al governo del centrodestra a trazione leghista e di Salvini contro tutti e non solo contro Bonaccini. Una sorta di referendum come quello renziano. E che è finito nello stesso modo.

Bonaccini in solitaria

Il distacco tra Stefano Bonaccini e Lucia Borgonzoni (8 punti percentuali, con il governatore uscente riconfermato col 51% contro il 43 dell’avversaria) è tale da spiazzare chiunque. Proviamo ad analizzare cos’è successo: innanzitutto le due differenti campagne elettorali. In solitaria quella di Bonaccini che non ha voluto accanto a sé né ZingarettiConte e men che meno Renzi. Una campagna compiuta senza clamori mediatici, battendo il territorio almeno quanto il rivale Salvini ma con la forza delle cose fatte. Fino a ieri i commentatori lamentavano che Bonaccini non aveva idee particolari sul futuro, ma che basava la sua comunicazione solo sui successi precedenti. A quanto pare, a bocce ferme, la strategia si è dimostrata vincente.

E le sardine?

Si diceva che il fenomeno delle sardine non avrebbe mosso neanche un voto. Non possiamo dire il contrario, come non possiamo né affermare né negare che siano state eterodirette (Prodi, Pd, ecc.); ma certamente la conquista delle piazze ha ridato agli elettori Pd la speranza di un riscatto e la consapevolezza che non tutto era perduto. Mosche cocchiere, forse, ma non possiamo negare che il fenomeno sardine sia stato indifferente rispetto all’elevato aumento dell’affluenza ai seggi.

La campagna di Salvini

Il “Capitano” ha speso tutto sé stesso nella campagna in Emilia-Romagna. Sapeva bene che oscurare la candidata Borgonzoni e accentrare tutte le luci su di sé avrebbe rappresentato un rischio. Ma onestamente Salvini non poteva fare altro: o riusciva nella sua spallata, con le inevitabili anche se non immediate conseguenze sul Governo nazionale o – come succederà adesso – dovrà percorrere ancora un lungo cammino nel deserto prima di ripresentarsi agli elettori nazionali.

Nessuna spallata al Governo, che salvo improvvisi inciampi durerà ancora, nessuna elezione regionale vicina dopo la sconfitta con Bonaccini. Ora toccherà a Veneto, Campania, Toscana, Liguria, Marche e Puglia; ma nessuna data è ancora fissata e si parla della tarda primavera. In questa tornata le regioni contendibili saranno la Puglia di Emiliano e la Campania di De Luca; mentre – dato il risultato dell’Emilia-Romagna – si può già considerare persa la Toscana del governatore Rossi. Strada tutta in salita per Salvini e senza la prospettiva di risultati clamorosi, pure cambiando la strategia del “citofono”. Anche perché in Puglia, a meno di clamorosi voltafaccia, dovrebbe correre l’ex governatore Fitto, in quota Fratelli d’Italia.

L’insipida Calabria leghista

Due parole sulla Calabria, che però non ha visto un exploit della Lega: grande risultato di Jole Santelli, fedelissima di Berlusconi, che ha vinto con un’ottima percentuale (56%), distaccando Callipo, il candidato del Pd di oltre il 25 punti. Ma il voto di lista è abbastanza contenuto: 12% sia Forza Italia che Fratelli d’Italia e 11% della Lega. Moltissimo per la Calabria, ma la “spallata” leghista puntava su ben altri numeri. E forse qualcun altro nel centrodestra è più contento così.

5 Stelle all’inferno

Se Salvini dovrà leccarsi le ferite, chi è precipitato in un vero girone dantesco sono i 5 Stelle; se alle Europee del 2019 in Emilia-Romagna avevano totalizzato il 12,89%, oggi in Regione si fermano al 4,7 mentre il loro candidato Benini, alternativa a Bonaccini, è al 3,45%. Sorte non migliore in Calabria, dove Francesco Aiello è fermo al 7,4% mentre la lista è al 6,2. Anche qui una caduta ancor più che verticale, se pensiamo che l’anno scorso alle Europee il Movimento di Di Maio era al 26,69%.

E il governo?

Dopo la vittoria di Bonaccini, vita tranquilla per il governo Conte, dunque? Dipende. Da oggi il partito di maggioranza relativa è allo sbando: gruppi parlamentari che si liquefano (31 i fuoriusciti ad oggi), dirigenza in sede vacante e risultati elettorali al tracollo. Riuscirà il Movimento a trovare una via d’uscita agli stati generali di marzo? E si collocherà nel centrosinistra o insisterà nella sua pretesa autosufficienza? Il Pd, rinfrancato dal generoso successo di Bonaccini in Emilia-Romagna, deciderà di prendere con forza il timone del governo? E per andare dove? Renzi, che non ha toccato palla in questa fase, potrebbe essere indotto a miti consigli e a spalleggiare l’esecutivo senza fughe in avanti? Dovrebbe aver ben chiaro che le urne non fanno per lui. Ma sarà il Calvario dei 5stelle a tenere banco nei prossimi mesi. Con quali conseguenze è difficile da stabilire.

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