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Bonafede, i limiti di Renzi e l’assurdità della sfiducia individuale

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Alfonso Bonafede alla prova delle mozioni di sfiducia individuali: ieri era il gran giorno per il Guardasigilli. Nell’aula del Senato sono state messe in votazione le 2 richieste di dimissioni pendenti sul suo capo. L’una, con prima firmataria Emma Bonino (+Europa) e l’altra, presentata invece da esponenti di centrodestra (a firma Romeo, Ciriani e Bernini). Bonafede, come da previsioni, l’ha sfangata. E così non ha trascinato con sé nel fallimento il governo Conte 2, nel mezzo della pandemia da Covid-19. Le due proposte sono state entrambe respinte, rispettivamente con 158 e 160 voti contrari. In sintesi: Matteo Renzi si è prodotto nel consueto “penultimatum”. E le opposizioni hanno cavalcato inutilmente motivazioni che, dal punto di vista di alcune fra loro, erano anche strumentali.

Curiosamente, nel nostro Paese assistiamo spesso a duplicazioni logicamente inspiegabili. Il ministro è lo stesso, i fatti e le omissioni che gli si contestano pure, ma ogni forza politica marca il proprio territorio. Come al solito, avevamo prima due richieste e ci ritroviamo ora senza alcuna dimissione. Non è questo il punto. I problemi che la vicenda evidenzia, a nostro avviso, sono tre. E restano sul tavolo, al di là dell’esito del voto odierno, piuttosto scontato. Anzitutto, la posizione personale di Bonafede; quindi, la posizione politica di Italia Viva; infine, l’assurdità delle mozioni individuali di sfiducia.

Bonafede e pasticci 

La posizione di Alfonso Bonafede è estremamente difficile. L’impressione d’improvvisazione che la sua nomina a via Arenula suscitava inizialmente (come del resto quella di altri suoi colleghi neofiti di alta amministrazione) non si è dissipata, ma radicata. Errare è umano, ci mancherebbe. Ma sentir dire da un ministro della Giustizia, che è anche un avvocato, che un reato diventa colposo quando non si riesce a a qualificarlo come doloso, non si era mai visto se non nelle parodie.

Passando alla gestione sostanziale del ministero, bastava a suggerire al ministro l’opzione delle dimissioni la rivolta nelle carceri di 2 mesi fa. Morti, feriti, evasioni: tutto passato in cavalleria, con dimissioni di funzionari (sia pure di alto livello) e col massimo responsabile politico dell’amministrazione interessata imperturbabile al suo posto. Parlando delle intercettazioni, Bonafede si vanta di averne ampliato l’utilizzabilità. Non pare, però, possa vantarsi altrettanto di aver contribuito a porre un freno alla loro diffusione indiscriminata e sovente anche illecita. Relativamente all’impatto dell’emergenza Covid sul servizio giustizia, è sufficiente rimandare a quanto anzitempo scritto su queste pagine come di qualcosa di simile a una Caporetto.

Sorvolando sulla prescrizione, non possiamo evitare di spendere una parola sulla recentissima polemica al vetriolo col consigliere del Csm Nino Di Matteo. Uno scontro fra giustizialisti, si dirà: può essere. Quando però il Guardasigilli e un componente di un altro organo costituzionale vengono a dissidio su questioni di rilievo istituzionale e uno dei due adombra pressioni sull’altro della criminalità organizzata, ove entrambi tengano il punto e restino al proprio posto, qualcosa non va.

L’uomo del “penultimatum”

Veniamo a Renzi e Italia Viva. Il Fiorentino ha preso la parola a palazzo Madama, annunciando il voto contrario alle mozioni di sfiducia delle opposizioni. Si è trincerato, per motivarlo, dietro una presunta minaccia di dimissioni del presidente del Consiglio in caso di bocciatura del Guardasigilli. E si è vantato di non essere vendicativo con un giustizialista come Bonafede, che si era mal comportato con lui ed altri esponenti di governo in passato. Ha poi precisato che neanche la mozione del centrodestra rivestiva carattere strumentale, perché al pari di quella di +Europa evidenziava problemi veri. Ma non le avrebbe votate: ci sono il deficit, il debito, la crisi da lockdown e per queste ragioni si va avanti. Sottinteso: a logorare dal suo interno la maggioranza giallo-rossa.

Renzi nei sondaggi non si schioda da sotto il 4%. Ha un unico obiettivo palese: non riuscendo a crescere, butta sabbia nel motore degli altri. La grana piantata dal ministro Bellanova sulle regolarizzazioni dei lavoratori stagionali nell’agricoltura, conclusasi concretamente in ben poco, illustra la strategia. Non ci sarebbe da meravigliarsi se, fra un altro po’, Italia Viva riproponesse la questione dello “ius soli”. E costringesse 5 Stelle e Pd ad intestarsi dinanzi all’opinione pubblica una questione quantomeno controversa. La parabola del senatore di Rignano può sembrare triste solo a quanti si fossero illusi al suo riguardo. Ma l’esordio con la staffetta imposta ad Enrico Letta metteva in guardia e non ha, purtroppo, riservato sorprese.

Scalfaro e la sfiducia individuale

Veniamo infine all’assurda prassi delle mozioni individuali di sfiducia contro i ministri. La questione è semplice: come fanno le Camere a revocare una fiducia che non hanno mai espresso? Il rapporto fiduciario, secondo la Costituzione (art. 94), s’instaura ed intercorre tra Parlamento e Governo. La composizione dell’Esecutivo è affare invece dei presidenti della Repubblica e del Consiglio (art. 92). Come i ministri sono nominati con decreto del capo dello Stato su proposta del presidente del Consiglio, così vengono revocati. Le Camere che c’entrano?

L’esordio di questa pratica insana rimonta al 1995. L’allora Guardasigilli Filippo Mancuso sparlava senza sosta del presidente Scalfaro, dicendo che aveva fatto reiterate pressioni su di lui per stoppare le inchieste sui fondi neri del Sisde. Era chiaro che la permanenza nel governo di un ministro che accusava il capo dello Stato era impossibile. Ma, per non figurare come quello che si attivava in un caso che lo riguardava personalmente, Scalfaro pretese l’iniziativa parlamentare. Solo dopo quella sceneggiata, il presidente del Consiglio Dini sottopose al Quirinale la revoca dell’incarico. Ma non finì neanche lì. Perché il super-legalismo italico pretese che la Consulta si pronunciasse sulla procedura. E naturalmente la Corte costituzionale la convalidò: cos’altro doveva fare, reintegrare Mancuso nel governo a dispetto di Quirinale, palazzo Chigi e Parlamento?

Sono passati 25 anni da quando la mozione di sfiducia individuale ha cominciato a farci indesiderata compagnia. Era un’iperbole del diritto che svilisce l’assunzione di responsabilità e l’icona di una politica ripiegata su se stessa. Il tempo, desolatamente, sembra sia passato invano.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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