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Boris Johnson: una caduta tra vizi privati e (stentate) pubbliche virtù

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Boris Johnson: la sua caduta in Gran Bretagna insegna. Tra le altre cose, che al caos anche al vertice – soprattutto al vertice – ci dev’essere un limite. L’irruenza di cui può servirsi una personalità politica va tarata sul livello delle responsabilità che è chiamata ad esercitare. Un capo di governo non può essere grossolano come un giocatore di carte all’osteria, o istintivo come un adolescente al primo appuntamento. Dopo di che, alla base della cacciata dell’inquilino del n° 10 di Downing Street stanno, evidentemente, ragioni politiche sostanziali. Proprio perché, però, ci sarà sempre qualcuno che vorrà vedere traslocare anzitempo da questo tipo di residenze, spetta a chi ci abita non prestare il fianco ad agguati troppo facili. 

I tempi che ci è dato di vivere sembrano caratterizzarsi, anche ai più alti livelli, per lo smarrimento della capacità di leggere le situazioni e saperle gestire. Di fronte ad un ospite che viene a casa, tra i banchi di scuola, con gli amici, sulla strada, al lavoro, in chiesa, in parlamento: tante situazioni, tanti atteggiamenti. Questa è la regola d’oro. Per applicarla, però, bisogna sbarazzarsi dei condizionamenti culturali dominanti, che tendono ad evadere il buon senso e, sempre più spesso, a sovvertirlo. Ciò non può essere senza conseguenze e il caso del primo ministro dimissionario di Sua Maestà ne rappresenta un’eclatante esemplificazione.

Le consuetudini costituzionali british

Boris Johnson, detto BoJo, per il momento ha rassegnato le dimissioni solo da leader del Partito Conservatore. È possibile perché il regime britannico è speciale: parliamo di un sistema consuetudinario. I britannici non hanno una Costituzione scritta, se si eccettuano la Magna Charta di Giovanni Senza Terra del 1215, il Bill of Rights di Guglielmo III d’Orange del 1689 e poche altre norme espressamente codificate. Per consuetudine, appunto, diventa primo ministro, dopo le elezioni, il capo del partito più votato alla Camera dei Comuni. Il sistema politico è un tutt’uno con quello elettorale e viceversa, per cui si tratta di un sostanziale bipartitismo (conservatori contro laburisti), con un terzo incomodo (i liberali, oggi liberal-democratici) difficilmente decisivo. 

Si può sfiduciare il leader del partito e del governo, ma la successione non può prendere che due strade. O un rimpiazzo nell’ambito dello stesso partito, o le elezioni. Il gabinetto di guerra l’ha formato giusto Winston Churchill nel 1940. Normalmente, però, oltre Manica non sono possibili né larghe coalizioni, né quelli che in Italia chiamavamo «ribaltoni», cioè sovvertimenti parlamentari delle maggioranze elettorali. I Tories (conservatori) terranno la loro conferenza (contest) ad ottobre, eleggendo il nuovo leader, che diventerà contestualmente capo del governo.

Fino ad allora, Boris Johnson vorrebbe restare un’inedita «anatra zoppa»: formalmente primo ministro, ma sostanzialmente già archiviato. Come ha fatto, BoJo, a dilapidare in tre anni la schiacciante maggioranza riportata alle ultime elezioni dei Comuni? Dopo le dimissioni di quasi 60 tra ministri, segretari e collaboratori del governo, il getto della spugna da parte del primo ministro era inevitabile. Ma come si è arrivati a questo punto?

L’economia non va e gli scandali…

Boris Johnson paga le cose che non vanno per gli inglesi (su tutte, l’economia, alle prese con un’inflazione che le conseguenze della Brexit, unite a quelle della guerra russo-ucraina, spingono a livelli senza precedenti), per il tramite di alcuni scandali. È importante tenere presente questa scansione e questa differenza. Il leader viene sacrificato perché è il capo e, quando le cose non girano come si vorrebbe, è lui a doverne sopportare le conseguenze. Non viene, però, scaricato per (ammessa e non concessa) incapacità, bensì perché ritenuto ormai impresentabile davanti all’opinione pubblica, dopo che alcuni casi, montati dai media, ne hanno sfigurato l’immagine.

Tutti, o quasi, abbiamo sentito parlare dello scandalo dei party di Downing Street, in pieno lockdown, nel novembre 2020. Mentre anche i britannici venivano confinati in casa per ordine delle autorità, a titolo di isolamento precauzionale anti-Covid, proprio il capo del governo è stato scoperto a gozzovigliare insieme ad altri nella sua residenza ufficiale. Fotografato col bicchiere in mano e tra molte bottiglie in parte piene e in parte vuote, naturalmente senza mascherina. A quella gettata di fango, Johnson ha resistito a fatica. Non solo perché gli inglesi non sono abituati, a differenza, ad esempio, di noi italiani, alla dissociazione tra le esortazioni pubbliche dei responsabili istituzionali e i loro comportamenti privati. Johnson aveva rischiato di essere travolto soprattutto perché, inizialmente, aveva negato di avere partecipato ai party. Aveva, cioè, mentito e la menzogna, nei Paesi di cultura protestante, è considerata peggiore del comportamento riprovevole che, tramite essa, si vorrebbe dissimulare.

L’arrocco a Downing Street e una crisi istituzionale

Infine, come colpo di grazia, è stato assestato tra capo e collo di BoJo il classico scandalo (omo)sessuale. L’ex capo del gruppo conservatore ai Comuni (deputy chief whip), Chris Pincher, avrebbe palpeggiato durante un evento, in preda all’ubriachezza, un collega deputato e altri uomini in un gentlemen club. Così ha ricostruito il quotidiano The Sun. Il primo ministro, già a conoscenza di simili precedenti di Pincher, ne aveva nondimeno avallato l’ascesa da viceministro degli Esteri a responsabile del gruppo dei Tories, carica più importante nello storico sistema parlamentare inglese. Quest’episodio, sommato al Party Gate, ha provocato una valanga di dimissioni dal governo, tutte rassegnate nel corso degli ultimi mesi per indurre il vulcanico Boris Johnson alla resa.

Lo ripetiamo: BoJo paga l’economia che ristagna, il potere d’acquisto eroso dall’inflazione galoppante; una politica fatta (come ovunque, in tempo di pandemia) di “tassa e spendi” indigesta alla pancia dei conservatori; la grana irlandese con Bruxelles irrisolta e tendente anzi ad aggravarsi. Il campione della Brexit di sei anni fa ha avuto la bicicletta, ma la sua pedalata è stata ben lungi dal somigliare ad uno scatto. Ora, in Inghilterra sperano soltanto che il suo arrocco a Downing Street, dopo le dimissioni nel partito, non dia vita a qualcosa che assomigli vagamente ad una crisi istituzionale. In quel caso, infatti, anche la Corona, politicamente neutrale da oltre due secoli, sarebbe coinvolta. Le bisbocce e le palpatine passino, ma di non salvare la Regina non se ne parla. Nebbia sulla Manica: ormai, sono le Isole ad essere sempre più isolate.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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