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Calenda: l’addio al Pd di Letta e le prossime mosse del leader di Azione

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Carlo Calenda strappa l’alleanza con Enrico Letta. Ma, direte, l’inchiostro delle firme sotto il patto non era ancora asciutto. E con ciò? Risponderebbe Calenda, che è uso a ben altre giravolte. Stavolta cos’è successo per indurre l’ex enfant prodige a cambiare idea? L’atteggiamento di Letta, il quale – probabilmente in buona fede – ha cercato in ogni modo di allargare l’alleanza elettorale a Fratoianni (Sinistra Italiana), ai Verdi di Bonelli e ad Impegno Civico di Di Maio e Tabacci.

In effetti, il segretario del Pd ha dichiarato che mentre quello con Calenda era un vero e proprio accordo di governo, gli altri erano semplicemente elettorali, al fine di “non consegnare l’Italia alla destra” e di “difendere la Costituzione” alle Politiche del 25 settembre. Tuttavia a Calenda l’ingresso soprattutto di Di Maio non è andato giù; e proprio oggi su Rai3, a Mezz’ora in più, nel salotto di Lucia Annunziata, il leader di Azione ha comunicato la sua intenzione di rompere la fresca alleanza siglata col Partito democratico: “Non intendo andare avanti con questo accordo”; e ha aggiunto: “È la decisione più sofferta che ho preso da quando ho cominciato a fare il politico”.

Il peso dei sondaggi

I bene informati osservano però che le ultime rilevazioni sulle intenzioni di voto consigliavano a Calenda di rompere con Letta: in gioco un bel pacchetto di voti moderati, da Lega e Forza Italia, che però secondo i sondaggi mai finirebbero sotto l’ombrello del Pd. Per qualcuno, se Azione andasse da sola, accompagnata o no da +Europa, potrebbe arrivare anche al 15% dei voti, contro meno del 10% in apparentamento col Pd. Se poi la mossa di Calenda fosse indirizzata ad un inedito (ma neppure tanto) apparentamento terzo polista con Italia Viva di Renzi, porterebbe anche il senatore di Rignano alle due cifre. Il tutto nella speranza di diventare l’ago della bilancia nella prossima legislatura.

Un Letta da vecchia Dc

Gelido, il segretario del Pd ha risposto allo strappo con una battuta lapidaria: “L’unico alleato di Calenda è Calenda. Noi andiamo avanti per l’Italia”. Calenda ha completamente torto? In effetti, oltre a Di Maio, aveva detto chiaramente che non voleva Fratoianni e Bonelli nella stessa scuderia, vista la loro contrarietà all’agenda Draghi. E l’accordo frazionato e dichiaratamente elettorale di Letta sa molto di vecchia politica e di vecchia Dc. Sarebbe riuscito a spiegare agli elettori della sinistra tutti i suoi sottili distinguo tra alleati di serie A e di serie B?

Il bello è che si rifà vivo anche Bertinotti, che demolisce il castello di Letta: “Sarebbe stata l’occasione per provare a rinascere; non c’era neanche in Francia, ma Mélenchon c’è riuscito. Hanno sbagliato tutto”. Del resto, il Bertinotti-pensiero non si smentisce: era già ben sintetizzato dalla parodia di Corrado Guzzanti che gli faceva sostenere la teoria della continua scissione della sinistra fino a quando, diventata grande come un virus, avrebbe finalmente sconfitto la destra.

Calenda story

Per chi non è avvezzo alle sottigliezze della politica, vogliamo tratteggiare un veloce ritratto di Calenda. Con un’avvertenza: nonostante la giovane età, ha compiuto tante di quelle esperienze e giravolte che la lettura potrebbe causare il mal di testa.

Nato a Roma nel 1973 (dunque ha 49 anni), Carlo Calenda, figlio della regista Cristina Comencini e così nipote del grande Luigi Comencini, dopo aver frequentato il liceo classico Mamiani e l’università “La Sapienza”, dove si laurea in giurisprudenza, comincia a lavorare per società finanziarie fino ad approdare alla Ferrari, dove diventa pupillo di Luca Cordero di Montezemolo che se lo trascina in Confindustria.

Dopo una breve sosta a Sky diventa direttore generale dell’interporto campano. Sempre sotto l’egida di Montezemolo si presenta alle elezioni politiche del 2012 con Mario Monti. Non viene eletto con Scelta civica, ma diventa improvvisamente viceministro dello sviluppo economico del Governo Letta, confermato nel successivo Governo Renzi. Nel 2015 lascia il partito di Monti e promette di entrare nel Pd. Non adempie, ma Renzi, nel 2016, lo nomina rappresentante permanente dell’Italia presso l’Unione Europea, prima volta che un politico ottiene una posizione di solito appannaggio di diplomatici di carriera.

Solo due mesi dopo diventa ministro dello Sviluppo economico del Governo Renzi, confermato da Gentiloni alla fine dello stesso 2016. Il suo incarico scadrà col primo governo Conte nel 2018. Alle elezioni europee del 2019 viene eletto parlamentare col Pd (carica che ancora detiene); ma con la nascita del governo Conte 2 formato da Pd e 5 Stelle esce dal partito e fonda Azione. Si presenta candidato alle elezioni comunali di Roma del 2021 in contrasto con il candidato del Pd Gualtieri, raccogliendo un grande successo personale (19,81%). Da lì la storia diventa cronaca; e, lo possiamo assicurare, non è ancora finita.

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Massimo Solari è avvocato cassazionista e scrittore. Ha pubblicato diversi volumi sulla storia di Piacenza e alcuni romanzi. Ha tenuto conferenze e convegni sulla storia di Piacenza. Ha collaborato con le riviste Panoramamusei, L'Urtiga, e scrive sul quotidiano Italia Oggi.

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