Campo largo della sinistra e dei progressisti: in gestazione c’è una credibile alternativa di governo, ovvero una compagnia improbabile e raccogliticcia, utile solo per provare a spuntarla alle Politiche del prossimo anno?
La domanda è lecita alla luce di molti fattori. Prima di tutto, c’è l’indeterminatezza del perimetro dell’alleanza. Non parliamo di formalità, perché è chiaro che due gruppi come 5 Stelle e Italia Viva faranno finta di non essersi sempre reciprocamente additati come la rovina del Paese. Stiamo parlando di confini politici, cioè di un briciolo di compatibilità programmatica.
Poi, c’è la questione della leadership della coalizione e delle modalità della sua designazione. Primarie sì o no, aperte o chiuse e come, successiva possibilità di fare affidamento su tutti per la campagna elettorale e, soprattutto, a urne chiuse dopo il voto.
Infine, ma non per importanza, c’è l’atavica irresolutezza della questione identitaria interna al Partito democratico, sperando, naturalmente, non se ne apra una simile pure nel Movimento 5 Stelle. Proviamo a passare in rassegna questi aspetti, per domandarci in conclusione se il sedicente Campo largo possa essere politicamente (non solo elettoralmente) competitivo e, addirittura, ambire a smuovere a proprio favore parte almeno dell’importante astensione che si manifesta costantemente.
Autentiche divergenze e irrilevanti distinguo
Partiamo dal programma. Alcune sere fa, al talk politico di La7 “In Onda”, Paolo Mieli diceva che non varrebbe la pena attardarsi a parlare di economia, immigrazione e altro, perché l’unica cosa che conta sarebbe la questione russo-ucraina. Non sembra un’opinione fondata più di tanto. Perché sappiamo bene, infatti, quali sono le divergenze tra i riformisti del Pd, Italia Viva e la nebulosa di centro da una parte, rispetto alla segreteria di Elly Schlein e Avs dall’altra su energia, crescita, lavoro, istruzione, e così via. Per non parlare della propensione smodata del Movimento 5 Stelle per l’assistenzialismo (reddito di cittadinanza) e i bonus, che in queste proporzioni sembra distinguerlo non solo dal Pd, ma anche dalla stessa sinistra rosso-verde.
Stiamo, comunque, alla politica estera e teniamo virtualmente Mieli come interlocutore. Di per sé, non è vero che tutto questo ambito si riduca al conflitto tra Mosca e Kiev. In realtà, l’ex direttore di Stampa e Corriere della Sera dovrebbe spiegare perché una parte dovrebbe significare tutto della politica estera. Mieli si guarda bene dal dirlo, perché implicherebbe correggere largamente la narrazione portata avanti quasi senza eccezioni dal 2022. Una parte potrebbe dire il tutto perché la nostra politica estera si riduce alla soggezione completa agli Stati Uniti. Da questa subordinazione, nessuna parte politica intende affrancarsi. E questo non solo per timore di avere da perdere nelle persone delle proprie leadership, ma anche e soprattutto perché è il Paese nel suo insieme a non essere disposto a pagare alcun prezzo per condurre una politica più autonoma e assertiva.
Il pacifista…
Giuseppe Conte fa il pacifista contro il riarmo, dimentico anzitutto di avere avallato all’epoca dei suoi governi gli aumenti dei contributi Nato in predicato al tempo. E poi si dice intenzionato a farsi ricevere da Putin per tentare una strada diplomatica. La Russia, però, non sa che farsi né della diplomazia europea nel suo insieme, né di quella di un singolo Stato del Vecchio continente. Mosca ha vissuto e vive la questione come russo-americana: come noi europei, del resto, anche se ci ostiniamo a definirla russo-ucraina.
“Giuseppi” lascia intendere cose che non solo non potrebbe, ma nemmeno vorrebbe mantenere. A suo tempo l’abbiamo già scritto: col governo giallo-rosso, Conte ingoiò la medicina del regime della pandemia (lockdown e obblighi vaccinali). Se dovesse tornare al governo, ingoierebbe la medicina odierna: l’ovvietà aggredito-aggressore , pace giusta e duratura e via filosofeggiando. Insomma, le divisioni del Campo largo in politica estera sono più vistose, ma paradossalmente meno rilevanti.
L’insidia di Conte a Schlein
Venendo alla questione della guida della coalizione, è certo più concreta e scabrosa. Conte non ha mai elaborato il lutto dell’abbandono di palazzo Chigi a favore di Mario Draghi. Non è facile ipotizzare se, dopo avere rinunciato allora alla stanza dei bottoni non (come si disse) per fare vaccinare il Paese ma per tentare di disarticolare il centro-destra, oggi sia disposto a rinunciare a provare a tornarci. In teoria, salvo che per concessione del Pd e di Elly Schlein, non dovrebbe avere alcuna possibilità. Sia se si dovesse andare alle primarie (le rispettive capacità organizzative e di mobilitazione non sono paragonabili), sia ovviamente se ci si limitasse a prendere atto del peso elettorale del Pd rispetto ai 5 Stelle, già rilevato in tutte le competizioni elettorali.
Al solito, ci sono dei sondaggi a sospingere Conte. L’ultimo è il rapporto Spin Factor per Adnkronos, secondo cui l’ex presidente del Consiglio è il leader progressista col miglior sentiment, cioè il migliore rapporto tra numero assoluto d’interazioni e interazioni positive. Staccata di quasi 5 punti la segretaria Pd Schlein, mentre sul terzo gradino del podio sale (come ai tempi del lancio del martello) il sindaco di Genova Silvia Salis. A seguire, altre due personalità del civismo di sinistra come l’assessore romano Alessandro Onorato e il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, che precedono uno dei due leader di Avs, Nicola Fratoianni, mentre l’altro, Angelo Bonelli, è più staccato.
La vera forza di Conte è la sua permanente capacità di tenere in scacco il Pd, sulle quinte e dietro di esse. Pubblicamente, non c’è bisogno di dire che non fare l’alleanza significherebbe non giocare nemmeno la partita. Riservatamente, non sono poche dentro il Pd le “vedove” dei tempi del Conte II, sfacciatamente succeduto al Conte I giallo-verde sulla base di una maggioranza di orientamento opposto. L’avvocato di Volturara Appula è troppo affascinante per la sinistra radical chic, che preferisce sempre per la leadership una soluzione esterna al partito e capace di strizzare l’occhio al centro, ammesso che esista ancora e sia tuttora “abitato”.
Il Pd è già alla mercé di Conte?
È su questa questione che s’innestano e praticamente si confondono i piani delle possibili primarie di coalizione e i problemi identitari del Pd. Dalla risposta (arriverà mai?) alla domanda se il Partito democratico sia rimasto almeno un partito dalla vocazione maggioritaria dipenderà la sua stessa tenuta di fronte all’Opa ostile di Giuseppe Conte. Il Pd è disposto a qualunque soluzione pur di sostenere di averci provato? Elly Schlein, politicamente prima ancora che personalmente, può accettare che si dica che una persona senza nessuna esperienza politica come il sindaco di Genova potrebbe fare il presidente del Consiglio al posto suo? D’altra parte, la segretaria del Pd accetterebbe di essere surclassata dal leader della seconda forza della coalizione in una consultazione dagli incerti requisiti di legittimità dei votanti?
Elly Schlein, rispondendo all’ultimo affondo critico di Giuseppe Conte sulla guerra russo-ucraina, ha precisato che per lei e il suo partito le primarie possono solo seguire la definizione del programma e, dunque, limitarsi a designare il leader della coalizione. Sembrerebbe un altolà sui contenuti, ma ci siamo già detti che, per quanto paradossale sembri, questi ultimi non sono in realtà un problema dirimente, perché l’Italia non cambierebbe comunque postura internazionale. In realtà, la segretaria del Pd sembra essersi già consegnata a Conte e alla logica per cui basta provarci (linea poetizzata come “testardamente unitaria”) e, più ancora, poter dire di averlo fatto.
Campo largo poco attrezzato, ma…
In conclusione, la domanda iniziale – se il Campo largo possa essere attrattivo anche per gli astensionisti – dovrebbe ricevere una risposta nettamente negativa. Tuttavia gli eredi del Pci, a lungo vittime del “voto contro”, sanno che le loro possibilità di vittoria passano per l’allergia degli italiani alla continuità di governo. Schlein, Conte e gli alleati sperano in un “calcio” del Paese a Giorgia Meloni e al centrodestra; ma al di là del giudizio sul merito politico, oggi sembrano poco attrezzati per sferrarlo.
Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.







