Cancel culture all’attacco: via le foto di Benito Mussolini tra quelle di chi ha governato l’Italia. La polemica è nota: nei giorni scorsi viene esposta una foto del duce lungo i corridoi del ministero dello Sviluppo economico (rinominato delle Imprese e Made in Italy). Mussolini è inserito in una galleria di ritratti, ministro tra i ministri, per la delega alle Corporazioni nel 1932. Tra l’altro è l’anno in cui viene inaugurato palazzo Piacentini, sede del ministero, con il 90° anniversario che sarà celebrato a novembre con diverse iniziative storico-culturali, tra cui la galleria dei ministri che espone la foto incriminata.
Bersani, Giorgetti e La Russa
La notizia fa il giro del web. La Cgil protesta; il piacentino Pier Luigi Bersani, in passato ministro nel palazzo di via Veneto, scrive un tweet indignato: “Se è vero, chiedo cortesemente di essere esentato e che la mia foto sia rimossa”. Dal Mise, guidato ancora per poco da Giancarlo Giorgetti, fanno subito sapere che tra le due sarà la foto di Mussolini ad essere rimossa, per evitare “polemiche e strumentalizzazioni”, in un momento così delicato, con il governo Meloni che sta per insediarsi alla guida del Paese.
Poi lo stesso Giorgetti aggiunge: “Si ricorda che il ritratto di Mussolini è anche a Palazzo Chigi nella galleria dei presidenti del Consiglio”. Con il presidente del Senato Ignazio La Russa che rincara la dose: «C’è anche al ministero della Difesa, c’è scritto anche al Foro Italico: che facciamo, cancel culture anche noi?».
Perché no. D’altra parte, come si può sopportare oltre uno sfregio così evidente alla Repubblica e alla sua Costituzione, entrambe nate dalla Resistenza ed emblemi della più perfetta democrazia. Ma allora perché fermarci a qualche foto?
Foro Italico ed Eur
Esaminiamo invece tutti i principali monumenti di Roma alla luce del politically correct e della cancel culture, partendo dal Foro Italico, già Foro Mussolini. Lasciamo perdere che sia opera di uno dei maggiori architetti italiani, Enrico Del Debbio e che ospiti il Coni. Chi l’ha voluto? Il duce. Dunque, è opera fascista. Via: le ruspe devono cancellare l’obelisco, il palazzo Acca e lo stadio dei Marmi. Salviamo solo lo stadio olimpico perché le successive ristrutturazioni hanno eliminato i riferimenti al famigerato ventennio.
Non parliamo dell’Eur. Anche se per la maggior parte è stato costruito nel dopoguerra, almeno il palazzo della Civiltà Italiana, meglio conosciuto come Colosseo quadrato con la sua burbanzosa scritta: “Un popolo di poeti, di artisti, di eroi di santi e di navigatori” va demolito. Secondo il ministero della Cultura sarebbe “un edificio d’interesse culturale”? Amen, se l’ha classificato lo può sempre declassificare.
Colosseo e San Pietro
Sarà anche il monumento italiano più visitato, sarà anche il simbolo di Roma, ma la cancel culture non fa sconti a nessuno, Colosseo compreso. Chi l’ha fatto edificare? L’imperatore Vespasiano. Uomo di ottimi costumi, per Svetonio “non si rallegrò mai per l’uccisione di alcuno, al contrario pianse e si lamentò per le giuste condanne”. Però quest’uomo così giusto e pio non si era scomposto quando le sue legioni, comandate dal figlio Tito, avevano fatto strage degli ebrei tra il 66 e il 68 dopo Cristo.
Non solo: nel Colosseo gli spettacoli cruenti erano all’ordine del giorno. Ora direte che era la normalità e che dipendeva dalla sensibilità dell’epoca. Ma la cancel culture non può tener conto del mutare della sensibilità o della moralità. Qui ed ora è la sua cifra distintiva. Di conseguenza, con buona pace dei centurioni che ci campano e dell’Unesco che lo ha vincolato, giù anche il Colosseo.
E San Pietro? Beh, questo, direte, non si tocca: è il simbolo stesso dell’accoglienza caritatevole della Chiesa. Il colonnato del Bernini rappresenta le braccia della Chiesa che idealmente abbracciano il Mondo. Ma proprio quando Michelangelo progettava la cupola e il Maderno modellava la facciata del maggior tempio della Cristianità, il papa Paolo IV Carafa ordinava la costruzione del ghetto degli ebrei, dove gli stessi dovevano stare chiusi dal tramonto all’alba. In più aveva disposto che ascoltassero una predica alla settimana, per favorirne la conversione. È compatibile con il nostro spirito democratico e contrario a qualunque razzismo? Certamente no. Dunque, anche San Pietro sarebbe da demolire.
Trinità dei Monti e Fontana di Trevi
Ci fermiamo qui? La scalinata di Trinità dei Monti è stata finanziata da Luigi XV, sì, proprio quel re di Francia che sul letto di morte sembra si sia lamentato: “Dopo di me, il diluvio”. Era un sincero democratico? No, assieme al suo predecessore, il re Sole (“lo Stato sono io”), è stato il campione dell’assolutismo monarchico. Possiamo sopportare la scalinata a questo punto? Senz’altro no, prepariamo le ruspe.
State già tremando per la Fontana di Trevi? Tranquilli: papa Clemente XII che ne ha voluto la realizzazione era davvero un sant’uomo sul quale non è possibile dire niente di male. E piazza Navona? Sappiamo che era “il cortile di casa” di papa Innocenzo X Pamphili che aveva proprio lì il suo palazzo. Ma anche lui non sarebbe incompatibile coi nostri parametri. Ha cercato di favorire la pace in tutt’Europa e non ha perseguitato nessuno. Assolto. E così anche piazza Navona è salva.
E il Pantheon?
Salvo anche il Pantheon, costruito da Marco Vispanio Agrippa, genero e amico dell’imperatore Ottaviano Augusto. Oltre che aver comandato la flotta di Augusto nella battaglia di Azio, che l’aveva visto prevalere su Marco Antonio e Cleopatra, dovunque ha esercitato il comando è ricordato per la clemenza e l’equilibrio, compresa la Siria che allora comprendeva la già contesa Palestina. Anzi, pochi decenni prima di Vespasiano e di Tito (siamo attorno al 17 d.C.) era stato apprezzato proprio dalla popolazione ebraica.
Via dei Fori Imperiali
Se ci guardiamo attorno, applicando la cancel culture, ci troviamo già in mezzo a un mucchio di macerie. Il discorso porta lontano: via dei Fori Imperiali, una delle strade più belle del mondo per il panorama del Colosseo sul fondo e il Foro romano alla destra, alle spalle il Vittoriano, è un’altra iniziativa mussoliniana. Si era anche discusso se demolirla per proseguire nello scavo dei fori, molto dei quali è sepolto sotto il manto stradale. Poi, nonostante la fierezza antifascista della nostra Repubblica, non se n’è fatto niente. Anzi, di tale progetto non si parla più.
Il valore del passato
Basta eliminare una foto per cancellare il passato? Evidentemente no. Diverso sarebbe esaltare il duce come celebrare i papi antiebraici o gli imperatori dissoluti. La Storia deve stare al suo posto: usiamo il bello che ci ha lasciato, apprezziamo i monumenti per quello che sono e non per chi li ha costruiti.
Ricordiamo a chi professa la cancel culture che le sensibilità cambiano col tempo: per gli antichi romani non era assolutamente un problema avere schiavi, uccidere i figli indesiderati o apprezzare i combattimenti cruenti. Per i papi del Rinascimento era doveroso perseguitare gli ebrei in quanto “deicidi”, per Mussolini era inevitabile allearsi con Hitler o promulgare le leggi razziali. Chissà fra cent’anni come sarà cambiata la nostra sensibilità sociale. Ma questi monumenti sono il ricordo di oltre duemila anni della nostra Storia. Facciamoci pure i conti, ma cancellando la cancel culture.
Massimo Solari è avvocato cassazionista e scrittore. Ha pubblicato diversi volumi sulla storia di Piacenza e alcuni romanzi. Ha tenuto conferenze e convegni sulla storia di Piacenza. Ha collaborato con le riviste Panoramamusei, L'Urtiga, e scrive sul quotidiano Italia Oggi.





