Cultura

Capodimonte: alla scoperta del Louvre di Napoli, tra gioielli e dolenti note…

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Capodimonte: il Louvre di Napoli. Non diciamo d’Italia, perché abbiamo una serie di altri musei che potrebbero bagnare il naso all’altezzoso cugino d’oltralpe. Ma per Napoli è veramente più di un’eccellenza, un fiore all’occhiello, un brand di successo.

Così da sempre

Diversamente dagli altri musei che sono stati riadattati nei secoli, Capodimonte nasce museo fin dalle sue origini. Quando Carlo III arriva a Napoli da Piacenza, porta con sé tutto l’enorme patrimonio artistico raccolto dai Farnese romani e piacentini. Chi parla della spoliazione di palazzo Farnese, della Pilotta e degli altri palazzi parmensi dimentica che all’epoca gli oggetti d’arte erano di proprietà dei governanti e che, se Carlo III avesse lasciato tutto a Piacenza e Parma oggi quei dipinti e quelle statue sarebbero metà a Vienna, metà a Parigi e magari anche a Madrid, perché se i Farnese erano padroni dispotici, Austriaci Francesi e Spagnoli non ci hanno lasciato neppure gli occhi per piangere.

Lontano dal mare

Carlo III di Borbone, giunto a Napoli, si accorge che il palazzo reale – quello che affaccia sull’attuale piazza Plebiscito – è troppo vicino al mare. I dipinti si sarebbero irrimediabilmente rovinati. Dunque occorreva trovar loro un posto arieggiato e lontano dal mare. Capodimonte era ideale: posto su una collina, contornato da un bosco adatto alla caccia, affacciava (e affaccia) su uno dei più bei panorami di Napoli. Solo in seguito, esposte le sue opere, re Carlo si rende conto che l’ambiente è adatto anche alla vita della corte e si trasferisce a Capodimonte, anche se per pochi anni. Carlo era giunto a Napoli nel 1734 e se ne va nel 1759 quando diventava re di Spagna. Stavolta, per fortuna, aveva deciso di lasciare a Napoli la sua fantastica collezione.

Tuttavia, prima di diventare museo aperto al pubblico sono occorsi ancora secoli: pensate che fino al referendum del 1946 Capodimonte è stata la residenza estiva dei duchi d’Aosta.

Super collezioni

Per non sprecare superlativi, diciamo solo che a Capodimonte trovate da Caravaggio (Flagellazione di Cristo) a Brueghel il vecchio (La parabola dei ciechi), da Masaccio (Crocifissione) al Parmigianino, dal Correggio a Raffaello, da Sebastiano del Piombo a El Greco; ma, soprattutto, trovate il Tiziano in alcuni dei suoi capolavori più emblematici: dal Paolo III in camauro e senza camauro alla Danae, al Paolo III coi nipoti (sotto). Poi i ritratti di Filippo II e di Carlo V, di Pierluigi Farnese e del cardinale Alessandro. Insomma, quando entrate nella prima sala, tutta la corte papale vi si fa avanti, pronta a farsi ammirare.

Ai dipinti si susseguono le sculture, le ricostruzioni delle stanze del palazzo reale, i servizi da tavola dei Farnese, oggetti preziosi a profusione. Quasi impossibile elencare tutto.

Le dolenti note

Tutto splendido, allora? Finora vi abbiamo parlato della parte bella della visita. Ecco qui, invece, le criticità che abbiamo rilevato. Il museo è su una collina, a oltre due chilometri dal centro della città. Secondo voi c’è un servizio organizzato per i turisti che non se la sentono di arrivare a piedi a Capodimonte? Un solo autobus, il 204, che non arriva neppure a lambire il portone del museo, ma che vi deposita a molte centinaia di metri di distanza. Indicazioni? Neanche l’ombra. Per fortuna tutti ormai possediamo smartphone con navigatore, ma chi ne è sprovvisto?

Una volta arrivati ed entrati nel museo, una canicola asfissiante, neppure temperata da qualche sedia per poter ammirare in pace i dipinti. E non parliamo di ferragosto: la nostra visita è stata della fine di settembre, pochi giorni fa. Finestre sbarrate e caldo opprimente ti fanno correre per vedere il più velocemente possibile le meraviglie del museo con l’unico desiderio di uscirne il prima possibile. Poi si sale al secondo piano, quello delle collezioni napoletane e dell’arte contemporanea. Lì un fresco delizioso ti avvolge (sedie sempre assenti) e ti riconcilia con la vita. Splendida mostra sull’architetto Santiago Calatrava con modellini evocativi e suggestivi (sotto). Ma perché il primo piano era a Città del Messico e il secondo a Stoccolma?

Rifiuti e contaminazioni

Appena fuori dal museo ecco la foto di una massa di rifiuti che potevano benissimo essere tolti. Ve la immaginate di fianco al Louvre? Davvero inimmaginabile. Quale biglietto da visita per l’eccellenza napoletana, vero?

Infine, niente in contrario alle contaminazioni. Ma girando per il museo abbiamo notato una serie quasi infinita (e sicuramente costosa) di manichini in abito di corte settecentesco che sedevano ai tavoli, osservavano i dipinti, sbucavano da dietro una tenda, intrecciavano danze, giocavano tra loro fingendo di rincorrersi. Ogni tanto un Pulcinella occhieggiava una Colombina, due Arlecchini si esibivano in un teatrino di cartone. Una sola domanda: perché? Nessuna spiegazione, neppure sulle guide. Resta l’impressione di un non finito, di un raffazzonato, di un voler ma non posso. Ripetiamo, benissimo le contaminazioni, ma vanno spiegate.

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Massimo Solari è avvocato cassazionista e scrittore. Ha pubblicato diversi volumi sulla storia di Piacenza e alcuni romanzi. Ha tenuto conferenze e convegni sulla storia di Piacenza. Ha collaborato con le riviste Panoramamusei, L'Urtiga, e scrive sul quotidiano Italia Oggi.

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