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I casi Giorgetti e Meloni: da chi fa informazione meno frenesia e più riflessione

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Botti di fine anno: il 2023 saluta tutti, anche politica e informazione, ma la frenesia del momento di passaggio fa preferire l’eccitazione alla riflessione. Eppure, entrambi questi mondi dovrebbero, ciascuno a modo suo e secondo le rispettive responsabilità, fare la scelta opposta. Così abbiamo pensato di concludere l’anno svolgendo una simile considerazione, che è un monito per tutti, anche per noi. Per farlo, prenderemo spunto da due temi di stretta attualità, al crocevia appunto di politica e comunicazione.

Il caso Giorgetti 

Cominciamo dal caso del ministro dell’Economia e delle Finanze, Giancarlo Giorgetti. Tutti sappiamo delle turbolenze che sta attraversando, mentre prova a tenere dritta la barra dei conti pubblici. Conosciamo il suo passato prossimo, un po’ Jeckyll & Hyde secondo le categorie che vanno per la maggiore: sottosegretario alla Presidenza del governo Conte I (i gialloverdi del deficit con la virgola strappato all’Ue; l’abolizione della povertà; i decreti-sicurezza), quindi ministro dello Sviluppo Economico del governo Draghi. 

Dall’ottobre 2022, è il ministro di fatto più importante del Governo Meloni, quello delle leve delle tasse e delle spese. È colui che deve rassicurare i partner europei e gli investitori che finanziano il nostro enorme debito pubblico. Si tratta di una somma attualmente pari circa a 2.860 miliardi di euro, quasi una volta e mezzo il nostro Pil. Per restare nella traiettoria della sua sostenibilità, la via dell’aumento della crescita è preferibile a quella dei salassi riduttivi. La nostra crescita, però, da decenni è asfittica e, dopo il rimbalzo post-pandemico, è tornata nel triste ordine dello “zero virgola”.

Ministri e politica del Governo

Ai grattacapi di Giorgetti si è aggiunta, dopo che è approdato alla scrivania di Quintino Sella in via XX Settembre, la grana della versione rinnovata del Mes. Altra vicenda abbastanza nota: abbiamo sottoscritto (coi governi precedenti) la nuova versione del Fondo salva-Stati, che ora prevede garanzie anche salva-banche, ma non lo abbiamo ancora ratificato e siamo gli unici a mancare all’appello, impedendone così l’operatività.

Veniamo al punto. Può, Giorgetti, rispondere del debito e del deficit, della crescita e della ratifica del nuovo Mes? È pensabile che la politica economica e finanziaria nazionale, nonché (di fatto) una buona quota di politica estera gli vengano imputate in toto personalmente? A noi sembra di no. 

È vero che, nel caso di Giorgetti, c’è l’ulteriore problema del disallineamento tra lui e la Lega, la forza politica e parlamentare di cui porta la bandiera in Consiglio dei ministri. Questo, però, non basta a farci perdere il senso delle proporzioni e considerare Giorgetti ciò che non può essere. Tutte le direttrici politiche nazionali competono alla responsabilità di chi ha l’onore e l’onere di guidare il governo. Posizione che, oggi, è tornata a coincidere con quella di chi guida la maggioranza parlamentare. Vale a dire: Giorgia Meloni, presidente del Consiglio e leader di Fratelli d’Italia.

Il precedente di Tremonti

Non è la prima volta che, per vari motivi, politica e stampa finiscono per dirottare sul titolare dell’Economia il biasimo per taluni guai strutturali del Paese. La memoria corre a Giulio Tremonti, sempre ministro con Silvio Berlusconi, salvo una breve parentesi nel 2004, quando venne brevemente sacrificato nella prima faida tra il Cavaliere e i suoi alleati riottosi, il solito Fini e il centrista Follini.

Anche allora si provava a fare credere che Tremonti sequestrasse la politica del Governo. In quel frangente, almeno, l’appartenenza del ministro alla formazione del presidente del Consiglio consentiva di distinguere i ruoli nel gioco delle parti, con le altre forze di maggioranza a lamentare il mancato allentamento dei cordoni della borsa nel senso da loro auspicato. Nel caso di Giorgetti, questo non è possibile. Eppure, tutti a parlare del tifoso varesotto del Southampton, che resta al suo posto nonostante si dica sia stato sfiduciato sul Mes. Casomai, questa vicenda ripropone un nostro antico problema istituzionale; e cioè: possibile che si continui a pensare ai ministri come ai portacolori dei rispettivi partiti, anziché come gli esecutori di una linea condivisa di governo? Se dovesse essere quest’ultima a mancare, una volta di più non sarebbe un problema di Giorgetti, ma di Meloni.

I forfait di Giorgia

Veniamo, così, alla presidente del Consiglio. Anche Meloni è al centro di un giallo, montato dalla stampa e cavalcato dalle opposizioni. Il suo oggetto è il reiterato rinvio della tradizionale conferenza stampa di fine anno del capo del governo. Meloni ha dovuto posticiparla a dopo Natale causa un’influenza e poi rinviarla al 4 gennaio dell’anno nuovo, per un fastidioso disturbo otologico (otoliti dell’orecchio interno).

Tutti a menare scandalo per il mancato appuntamento con i giornalisti, i problemi della presidente con l’informazione, gli imbarazzi politici (Mes, Patto di stabilità europeo, norma sulle intercettazioni) che vorrebbe schivare in quella sede. Addirittura, c’è chi ha ipotizzato la sostanziale falsità dei suoi disturbi, ovvero, all’opposto, chi ne ha paventato una natura più grave e pericolosa per la stessa permanenza in carica. Anche in questo caso, come non notare e non stigmatizzare la frenesia, in ossequio alla quale dei semplici malanni di stagione e dei disturbi di moderata gravità devono trasformarsi per forza in un caso? Si può dovere posporre degli impegni, specie se sono oggettivamente differibili. Le personalità politiche democratiche hanno un impegno serio con il mondo dell’informazione, ma esso è di sostanza: non è fatto di scadenze ultimative.

Dall’informazione alle corporazioni

Piuttosto, nessuno sembra essersi accorto di un’altra peculiarità legata alla conferenza stampa di fine anno del presidente del Consiglio: si svolge sempre sotto l’egida dell’Ordine dei giornalisti. Negli altri Paesi avviene qualcosa di simile? Da quando gli anglosassoni delle due sponde dell’Atlantico hanno fatto scuola in questo campo e il generale de Gaulle ha importato la prassi sul continente, gli incontri collettivi con la stampa delle personalità istituzionali sono gestiti dai loro staff. Strano che, in un Paese in cui si straparla con una certa regolarità di fascismo, nessuno noti l’invadenza delle corporazioni, che della legislazione mussoliniana sono una delle poche, sicure sopravvivenze.

Detto questo, lasciamo il buon anno a tutti, con l’augurio che politica e informazione, nel 2024, si lascino ispirare meno dalla frenesia e più dal buon senso. 

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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