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Il caso Almasri e l’inconsistenza tutta italiana del senso nazionale

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Palazzo Chigi

Caso Almasri: i ministri della Giustizia Nordio e dell’Interno Piantedosi hanno riferito alle Camere, mentre la presidente del Consiglio Meloni è rimasta assente e silente, circostanze che hanno scatenato le scomposte reazioni delle opposizioni nelle aule. È questo il bilancio stringato delle comunicazioni dell’altro ieri, presso Camera e Senato, dei titolari di via Arenula e del Viminale.

Riassumeremo il contenuto delle informative del Governo, delle pirotecniche repliche di Pd, 5 Stelle, Avs e Italia Viva e della rimarchevole eccezione (per contenuto ed equilibrio) di Azione. Quindi, faremo notare quello che non è stato detto e ci sarebbe parso doveroso dire, da parte del Governo. E faremo notare come le opposizioni, anche se hanno strepitato e finto di cadere dalle nuvole, siano più d’accordo con la maggioranza di quanto non sembri nel non aggredire il male peggiore del Paese, che è l’inconsistenza del senso nazionale.

La difesa legalistica dei ministri

Carlo Nordio e Matteo Piantedosi hanno scelto, a nome dell’Esecutivo, la via della difesa del proprio operato in punta di diritto. Hanno pensato di avere buon gioco a farlo, dopo che la Magistratura è entrata nella vicenda Almasri impugnando l’esposto dell’avvocato Li Gotti per farli sottoporre ad inquisizione.

Il Guardasigilli prima di tutto ha rivendicato di non essere il «passacarte» della Corte penale internazionale dell’Aia (Cpi), cioè ha escluso di essere obbligato ad eseguirne le richieste. Quindi, ha accusato quest’ultima di avere trasmesso all’Italia (tramite il dicastero di cui è titolare) un mandato di arresto a carico di Almasri sbagliato e perciò nullo. Secondo Nordio, la confusione (di anni) relativa al «tempo dei commessi reati» attribuiti dall’accusa internazionale al generale libico inficiava radicalmente la richiesta – per questo il ministro non le ha dato corso – e ha costretto la stessa Cpi a rettificarla in un secondo momento, quando però Almasri era già stato rimpatriato. Nordio ha battibeccato volentieri con le opposizioni strepitanti, tacciandone gli esponenti facinorosi di parlare senza avere letto le carte ed estendendo la medesima accusa a settori della Magistratura.

Meno contrastata e più semplice da seguire è riuscita l’informativa del ministro dell’Interno. Piantedosi ha ripetuto quanto aveva già dichiarato in un precedente question time. Detto della prolungata inerzia della Cpi nel procedere alla segnalazione all’Interpol della presenza di Almasri sul suolo europeo prima del suo arrivo in Italia, una volta resasi impossibile la convalida del suo arresto da parte della Corte d’appello di Roma, il Viminale ne ha disposto l‘espulsione per ragioni di sicurezza dello Stato e tutela dell’ordine pubblico («sicurezza interna e interessi del nostro Paese all’estero»). Il ministro dell’Interno ha tenuto a precisare che mai è stata avanzata al Governo da parte di nessuno forma alcuna di minaccia o ricatto, intesa ad estorcere all’Italia la liberazione di Almasri.

Opposizioni scatenate, ma Calenda…

Le opposizioni si sono scatenate nelle loro dichiarazioni successive. In vena di battute (Meloni «presidente del coniglio, anziché del Consiglio») la segretaria del Pd Elly Schlein, che ha accusato il Governo di avere violato la legge 237/2012 sul recepimento dello statuto della Cpi pur di liberare un torturatore e stupratore seriale e, soprattutto, ha contestato alla premier di nascondersi per vergogna dietro i suoi ministri, mandati a contraddirsi tra loro davanti alle Camere.

Sprezzante anche il leader dei 5 Stelle, Giuseppe Conte, che ha tacciato Meloni di «viltà istituzionale» e ha apostrofato come «scandaloso» il Guardasigilli Nordio, reo con la maggioranza di trasformare l’Italia in un «Paese dei balocchi dei criminali». Non poteva mancare il conclusivo invito a farsi processare dal Tribunale dei ministri, mentre il Paese avrebbe già condannato moralmente premier e collaboratori.

Non ha spiccato per sobrietà Nicola Fratoianni di Avs («imbroglioni»), mentre, passando brevemente all’aula del Senato, a fronte di un Matteo Renzi fremente di scherni («Meloni omino di burro» e Piantedosi e Nordio «il gatto e la volpe»), Carlo Calenda ha tenuto un profilo inedito per le opposizioni di ieri. Il leader di Azione in sostanza ha detto: gli accordi con i ceffi del Nord Africa li abbiamo fatti tutti al Governo, bisogna ammetterlo, il governo Meloni non riconoscendolo fa torto al prestigio delle istituzioni.

Cosa ha spiazzato il Governo

Per dirvi la nostra, ci tocca tornare sull’informativa apparentemente meno “salata” dell’altro giorno, quella del ministro dell’Interno. Sorprendentemente, c’è stato un passaggio dell’intervento di Piantedosi in corrispondenza del quale il resoconto della seduta di Montecitorio reca per tre volte la nota: “Applausi”. E senza specifiche, il che significa che il plauso è stato tributato trasversalmente. È accaduto quando il titolare del Viminale, ricostruendo la cronologia del caso Almasri, ha menzionato con parole di aperto ringraziamento la Digos e la Questura di Torino («articolazioni centrali e territoriali della Polizia di Stato»), per «la tempestività, la notevole professionalità e la spiccata capacità operativa» con cui hanno provveduto ad arrestare il generale libico. Non appena l’Interpol, dietro indicazione della Cpi, ha cambiato l’identificativo del soggetto da blu a rosso in corrispondenza del suo ingresso in Italia, le nostre forze dell’ordine lo hanno fermato.

Peccato che il punto di caduta di un caso in cui le massime istituzioni del Paese si stanno dibattendo da settimane sia proprio questo. E ci permettiamo di dirlo non per scienza nostra, ma perché è stata la stessa Magistratura italiana (Corte d’appello di Roma e relativa Procura generale) ad avere affermato che quel fermo era stato irritualmente effettuato dalla Polizia, mentre non si sarebbe dovuto darvi corso in difetto di una previa interlocuzione col ministro Guardasigilli. Infatti, lamentando il silenzio-diniego di quest’ultimo, i magistrati gli hanno addebitato di non avere provveduto, pur potendolo fare, a sanare la citata irregolarità del fermo di polizia effettuato. È possibile che le articolazioni centrali e territoriali della Pubblica sicurezza abbiano equivocato un caso di competenza della Cpi (il primo mai capitato in assoluto, tra l’altro) con una normale estradizione, ma allora perché non dirlo?

Silenzio e senso nazionale 

Giorgia Meloni, dopo la replica risentita contro il procuratore di Roma Lo Voi per la comunicazione d’indagine disposta a suo carico, tace. C’è chi dice che il suo ostinato silenzio dipenda dalla tradizionale ostilità della destra nei confronti dell’opposizione del segreto di Stato, ragione per cui la premier preferirebbe dibattersi insieme ai suoi ministri in un ginepraio di ricostruzioni, interpretazioni e contestazioni. Potrebbe trattarsi anche di semplice puntiglio: la Cpi e (forse) altri Paesi europei vorrebbero che fosse lei a piegarsi dicendo di avere liberato un criminale per non fare subire ritorsioni all’Italia e lei non vuole dargliela vinta. Insistere ad oltranza, però, può essere puerile.

Le opposizioni, al netto dello stile e di alcune delle parole usate, hanno fatto il loro mestiere. Oltre, però, a fingere di non sapere che la politica estera non è priva di torbidezze, le sinistre hanno affermato una cosa infondata quando hanno sostenuto che il Governo per legge si sarebbe dovuto limitare a dare corso all’arresto richiesto dalla Cpi. La normativa del 2012 non è chiara (in linea con la peggiore tradizione legislativa italiana), ma è evidente perché il Guardasigilli deve autorizzare l’arresto e la consegna di cittadini stranieri ad una giurisdizione che non tutti i Paesi riconoscono: perché questo avrebbe delle ricadute sul nostro Paese e dev’essere il Governo ad assumersene la responsabilità. Un eccesso di zelo degli apparati interni ha innescato una grana preparata altrove, ma torniamo sempre al solito punto: quando cominceremo a remare tutti dalla stessa parte, sarà sempre tardi.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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