Caso Durigon: il problema non è che il sottosegretario esca dal Governo, ma semmai che ci sia entrato. Spiace sinceramente: nessuno ha intenzione di erigersi a giudice delle patenti altrui, non è minimamente la nostra intenzione, ma qui sono le istituzioni ad abbassarsi troppo.
Sgomberiamo però subito il campo da un equivoco. Non vogliamo stracciarci le vesti, come le tante vestali dell’antifascismo senza fascismo. Semplicemente, proveremo a svolgere una riflessione sul perché convenga essere più accorti nello scegliere le personalità da destinare all’alta amministrazione. Perché si tratta di questo, quando si va a comporre il Governo.
Da Falcone e Borsellino ad Arnaldo Mussolini?
Ricordiamo brevemente il fatto, da cui si è originato il fastidioso “caso”. L’occasione era un comizio in piazza a Latina, lo scorso 4 agosto. Introducendo l’intervento del segretario della Lega Matteo Salvini, il sottosegretario al Ministero dell’Economia e delle Finanze, Claudio Durigon, ha espresso l’auspicio che il parco della città, attualmente intitolato alla memoria dei giudici Falcone e Borsellino, torni a chiamarsi “Mussolini”. L’originaria intitolazione era, infatti, quella ad Arnaldo (1885-1931), fratello minore del Duce.
L’accenno si inseriva in un riferimento alle origini littorie del centro urbano, fondato appunto nel 1932 con il nome di Littoria, poi mutato nell’attuale nel 1945. Fiore all’occhiello della bonifica dell’Agro Pontino, riuscita al regime fascista là ove per secoli avevano fallito svariati tentativi papalini, Latina è la seconda città più popolosa del Lazio. Il deputato Durigon, originario del luogo, ha ricordato anche l’immigrazione massiccia di coloni veneti (come i suoi avi), friulani ed emiliano-romagnoli, grazie alla quale il territorio venne inizialmente popolato.
Durigon, un pesce fuor d’acqua al Governo
Cosa sia passato per la testa del buon Durigon, Dio solo lo sa. Può essere che la rivendicazione delle radici rurali e d’immigrazione nazionale della sua terra natia lo abbia infervorato. Può essere che intendesse polemizzare con quella corrente d’opinione assai influente che, all’insegna dell’iconoclastia dei monumenti e della toponomastica, istiga a cancellare quelle tracce del passato che essa ritiene oggi “impresentabili”. E può essere che egli, sebbene non ignorasse, si fosse dimenticato che, nel frattempo, il parco originariamente “Mussolini” era stato intitolato ai due magistrati martiri della lotta alla mafia. Al limite, può essere che provi a ramazzare 4 voti di chi si sente fascista nel 2021, senza sapere di non poterlo essere, perché fortunatamente non ci sono più né guerre, né reduci e nazionalismi europei possibili.
Può essere tutto, insomma, tranne una cosa: che Durigon sia nel proprio elemento stando al Governo. Non basta essere una brava persona, come il verace deputato leghista laziale è senz’altro; per inciso, essere una brava persona dovrebbe essere un prerequisito per dedicarsi alla politica. Non basta nemmeno sapersi dare da fare e conseguire dei risultati, nell’ambito delle proprie competenze, ovvero (come nel caso di un sottosegretario qual è Durigon) delle deleghe attribuite. Ci vuole anche una certa cultura e il dominio di sé: intendendo, con quest’ultimo, la capacità di capire cosa si possa dire e fare, cosa sarebbe meglio evitare e cosa, invece, non si debba assolutamente azzardare. Durigon, poi, con la sua intemerata fa pensare anche alla cedevolezza all’irresistibile tentazione dei social, quella del “Purché se ne parli”.
L’imbarazzo di Salvini
Sicché, il problema ci sembra sia tutto di Matteo Salvini. Il quale, malauguratamente per lui, si trovava esattamente sul luogo dell’infortunio, avendogli Durigon offerto la parola subito dopo avergli tenuto la piazza. Richiesto di commentare, in questi giorni, ha semplicemente negato che Durigon abbia detto quello che ha detto. È il segretario della Lega a dover riflettere su una modalità di scelta della propria classe dirigente troppo insofferente della forma, che sempre – e tanto più nel caso della rappresentanza politica – vuol dire anche sostanza.
Durigon, sindacalista dell’Ugl (unica confederazione sindacale nazionale di ispirazione non progressista) e popolano laziale con ascendenze padane, chiaramente non è uno qualsiasi per Salvini. Non solo perché, come ha ricordato lo stesso Capitano, è uno degli alfieri di “Quota 100”, la controriforma leghista delle pensioni. Ma soprattutto perché rappresenta quel piede messo dalla Lega nel centro-sud, con la speranza, se non di sfondare, quantomeno di provare a radicarsi. Non per questo, però, gli si può perdonare tutto; né, tanto peggio, autorizzarlo anche informalmente a raccattare qualunque consenso in qualsiasi modo.
La canea degli indignati e i dilettanti allo sbaraglio
E adesso? La sorte governativa di Durigon verrà decisa da Draghi e da Salvini. Ora, comunque, tocca a tutti (non solo a Durigon, a Salvini ed alla Lega) sorbirsi la trita retorica stucchevole e pelosa degli indignati in servizio permanente effettivo. Non parliamo, poi, della ricostruzione dei tratti salienti della biografia del cadetto del fabbro di Predappio, alla ricerca di nefandezze. Come se potessimo scoprire qualcosa di diverso dal fatto che Arnaldo Mussolini aveva acquisito notorietà e influenza solo in ragione del suo rapporto di parentela. Tocca sentire scomodare la Resistenza, la libertà e la democrazia oltraggiate e minacciate, l’offesa ai morti per la Patria e anche a quelli per la legalità, trattandosi pure di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Tocca ancora a tutti, come l’estate scorsa col mancato museo sul Ventennio a Roma, sentire brandire il fascismo e l’antifascismo quasi fossero categorie politiche attuali.
Il punto, invece, è un altro: non tutte le persone possono entrare nell’Esecutivo. Al Governo, oltre alla competenza (politica senz’altro e possibilmente anche tecnica, cioè di settore), occorrono stile e senso delle cose. “Basta che se ne parli”, ovvero “C’è anche chi la pensa così”, valgono i “Vaffa” e “Uno vale uno” dei movimentisti della prima ora. Abbiamo già visto quali sono i risultati di un simile approccio dilettantistico. Pensiamo possa bastare, almeno di qui alla fine del secolo.
Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.







