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Il caso Epstein e l’arresto del principe Andrea: che fine farà la Monarchia?

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Da sinistra: il principe Andrea e il fratello, re Carlo III

Caso Epstein: la Gran Bretagna assesta il consueto colpo ad effetto e procede all’arresto-lampo del principe Andrea, fratello del Re Carlo III, liberato nel giro di mezza giornata. Avrete notato che parliamo di principe, perché “sprincipare” qualcuno non è solo una sgrammaticatura, ma un’assurdità che rappresenta solo l’ultima di una lunga serie. 

Come al solito, non troverete qui osservazioni scontate. Ad esempio, serve dire che non bisogna approfittare sessualmente di minorenni anche se consapevoli, consenzienti e offerentesi? E che non bisogna farlo non solo perché interdetto dalla legge penale, ma anche perché eticamente deplorevole, in quanto (ad opera di un adulto) si configura come una grave forma di sfruttamento di personalità in formazione? Oppure, che dal punto di vista educativo – per quanto particolare possa essere stata l’impresa genitoriale di una Regina e di un Principe consorte – la condizione di preferito tra i fratelli rischia d’indebolire il carattere? No, tutte queste cose le sappiamo già. Secondo noi, conviene considerare altro.

Anche se non è più Principe…

Cominciamo dalla perdita della qualifica di principe, decisa dal Re a carico di Andrea nell’ottobre scorso, quando il caso che sembra precipitato negli ultimi giorni per la Corona britannica infuriava già da anni negli Stati Uniti e in altri Paesi. Il terzo figlio di Elisabetta II è un Principe di sangue reale in quanto nipote, figlio e fratello di Sovrani. Un conto è privarlo di altri titoli (come quello di duca di York) e dell’appannaggio, per significare una sopravvenuta freddezza e una marcata presa di distanze. Un altro conto, senza senso, è volerlo cacciare dalla sua famiglia, giacché è questo il messaggio che si vuole fare passare parlando di Andrea “non più principe”. Siccome è principe in quanto figlio di Elisabetta e fratello di Carlo, non lo si considera più principe per lasciare intendere di non considerarlo più fratello e dimenticare che è stato figlio. 

Sta a vedere che un’inchiesta che apparentemente vorrebbe riscattare da abusi e sfruttamento alcuni tra i più fragili, come i minori, in realtà costituisce l’ennesimo messaggio subliminale scagliato contro la famiglia e la civiltà. Se non conoscessimo i media e le classi dirigenti ne dubiteremmo, nostro malgrado purtroppo ne siamo certi. Siamo subito al dunque, per quanto ci riguarda. Infatti, se parliamo di Andrea e della Corona britannica, non possiamo non riferirci al significato odierno della Monarchia, cioè dell’istituto monarchico in quanto tale. Il caso Epstein per il casato inglese è solo un pretesto, l’ennesimo, dopo le vicende di Harry, Diana, Margareth, fino a risalire al duca di Windsor e Wallis Simpson.

La libertà religiosa e quella dell’informazione

Dal momento che la Monarchia, ove sopravvissuta in Occidente, assolve una funzione meramente rappresentativa, bisogna riconoscere che, proprio perché il suo compito si riduce a questo, essa ha perso praticamente qualsiasi ragion d’essere.

Infatti il pluralismo religioso, presupposto delle società democratiche, è inconciliabile con l’essenza stessa dell’istituto monarchico, che per sua intrinseca natura si riduce ad unità poiché viene da Dio e a Dio ritorna. Il principio di libertà religiosa, fatto proprio oggi anche dalle confessioni cristiane, squalifica senza rimedio la Monarchia, perché la priva di una delle sue due attuali fonti di legittimazione (l’altra ovviamente è la volontà popolare). 

Dalla libertà religiosa, poi, scaturiscono tutte le ulteriori declinazioni del pluralismo democratico: culturale, politico, sociale e informativo. Proprio la libertà dell’informazione, che costituisce uno dei cardini delle società democratiche e risulta fattualmente quello più importante, è l’altra grande affossatrice della Monarchia ai tempi nostri, in quanto ne mina esattamente la capacità rappresentativa, cioè l’ultima che le sia rimasta. Il motivo è evidente: anche i Sovrani e le famiglie reali vedono squadernate le loro esistenze private, con annesse inevitabili magagne, miserie e finanche reati, come quelle di qualsiasi altra personalità di rilievo pubblico. 

Esempi inevitabilmente anche negativi

Una Regina e un Re, ai quali non residua altro compito che rappresentare un modello idealizzato di persona e di famiglia, non possono fare altro che accettare che le loro vicende personali e familiari siano additate al pubblico ludibrio perché diversamente, ove dovessero adombrarsene, perderebbero immediatamente la Corona. In pratica: la Monarchia oggi sussiste per un solo motivo, ma soltanto rinunciando a soddisfarlo essa può continuare ad esistere. 

Siamo consapevoli che esistono altri valori che si ritiene un Monarca possa ben rappresentare, forse anche meglio di un presidente della Repubblica: l’unità nazionale, la continuità storica, la rappresentanza internazionale e l’imparzialità dei poteri pubblici. Mentre, però, in rapporto a questi ambiti le funzioni del Sovrano sono pienamente fungibili dal primo cittadino della Repubblica, nel caso della rappresentazione di un ideale personale e familiare di vita Regine e Re non possono essere sostituiti da nessun altro vertice monocratico dello Stato.

Cosa insegnano, allora, le penose vicende di Casa Windsor, di cui le perversioni e la faciloneria del principe Andrea sono solo le ultime vergogne scoperte sotto gli occhi del mondo? Questo, crediamo: che la Monarchia sia ancora chiamata ad assolvere una funzione rappresentativa, non più però soltanto edificante ma anche corruttiva. Le Famiglie reali esaltano, tenendoli e facendoli trapelare, pure i peggiori comportamenti privati, perché sono composte di persone evidentemente come tutte le altre. Oggi, senza più la protezione contro le libertà d’informazione e d’opinione, la loro funzione rappresentativa per una paradossale eterogenesi dei fini si è convertita nella capacità di fare eco insistita e potente alle stesse turpitudini.

L’incorreggibile propensione britannica 

Considerando l’approccio alla vicenda del principe Andrea alla maniera corrente sui mezzi di comunicazione, notiamo eccessiva compiacenza verso atteggiamenti ormai triti e ritriti del mondo british. L’arresto di giovedì scorso (misura durata 12 ore) è la consueta stravaganza cara ai britannici per amore di distinzione. L’accusa rivolta al fratello di Carlo di abuso di ufficio e rivelazione di informazioni riservate quando disimpegnava uno specifico incarico pubblico di rappresentanza commerciale da una parte accredita un’importanza politica che la Corona non ha più, dall’altra serve ad alterare la percezione della condizione di Principe di sangue reale. Andrea appartiene per nascita alla famiglia dei Re e delle Regine e non c’è affare di Stato che possa mutare questo dato di fatto naturale. 

Semmai, è il caso di riflettere – in Gran Bretagna e ovunque sussista ancora – sull’opportunità, nelle mutate condizioni, di mantenere la Monarchia come vertice dello Stato. State pure tranquilli che, ammesso che ci sia un ripensamento generale degli ultimi Paesi monarchici, l’Inghilterra sarebbe l’ultima a cambiare, vale a dire quella che a conti fatti si sarebbe distinta più a lungo di tutti.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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