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Il caso Fontana spiegato bene: tra mosse maldestre e cortocircuiti giudiziari

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Il caso Fontana, ovvero l’inchiesta sulla fornitura di camici sanitari alla Regione Lombardia: giustizia, giustizialismo o si tratta di altro?

La domanda sorge spontanea, si direbbe. È bene chiarire subito un punto, comunque. Nessun dubbio che tutta la vicenda riveli, per il presidente leghista della Regione Lombardia Attilio Fontana, una serie di impacci quantomeno maldestri per chi riveste responsabilità come le sue.

Quali che possano essere in futuro le conseguenze giudiziarie per lui, il governatore lombardo ne esce già male in fatto d’immagine. E per una personalità politica ed istituzionale del suo livello l’immagine è molto, anche se (auspicabilmente) non tutto.

Ci sembra, però, che l’ingresso nella vicenda della magistratura penale possa venire strumentalizzato come surrogato della disapprovazione dell’opinione pubblica. Nel caso, cioè, le inchieste giornalistiche non bastassero ad aprire gli occhi sull’inadeguatezza (ovviamente opinabile) di Fontana ad esercitare le sue funzioni, ci si affretta ad apporre il marchio dell’inchiesta giudiziaria.

Forse, o addirittura probabilmente, un futuro processo a carico del presidente lombardo si concluderebbe in niente. Intanto, però, non manca di essere sollevato anche il sospetto sulla sua onestà. Partiamo dalla (non semplice) ricostruzione dei fatti.

Emergenza Covid e parenti

Bisogna tornare all’emergenza sanitaria Covid-19 della scorsa primavera. La Lombardia era nell’occhio del ciclone. L’epidemia aveva messo a nudo sia le carenze della sanità territoriale, sia la mancanza di dispositivi di protezione individuale per il personale medico ed infermieristico: mascherine, guanti ed appunto camici.

In quelle settimane concitate non si trovava chi provvedesse alla fornitura del materiale occorrente. E questo nonostante il governo nazionale avesse autorizzato le Regioni a derogare alle procedure ordinarie per gare ed appalti.

Finché non si è fatta sotto la ditta Dama Spa, cui appartiene anche il celebre marchio d’abbigliamento Paul&Shark. L’impresa ha riconvertito la produzione e si è aggiudicata dalla centrale acquisti della regione, la società in house Aria, la fornitura di 82mila tra camici e kit sanitari, per un importo di 513mila euro.

La procedura di affidamento diretto utilizzata per assegnare la commessa era, come detto, del tutto giustificata dall’emergenza. Il prezzo praticato dalla Dama rientrava assolutamente nei margini di mercato.

Unico neo dell’operazione: il titolare della Dama è Andrea Dini, il cognato del presidente di regione Lombardia Attilio Fontana. E anche la moglie di quest’ultimo, Roberta Dini, detiene una partecipazione azionaria del 10% nella ditta di famiglia.

Frenesia e confusione

Qui cominciano, ovviamente, i problemi. Tuttavia, per unanime ammissione anche dei più decisi detrattori di Fontana (come i giornalisti Sigfrido Ranucci di Report e Peter Gomez del Fatto Quotidiano), il governatore avrebbe potuto risolverli abbastanza facilmente. Sarebbe bastato dichiarare pubblicamente il conflitto d’interessi e denunciarne l’inevitabilità.

Certo, le polemiche non sarebbero mancate. Purtroppo, però, l’emergenza c’era eccome e la possibilità concessa dal governo di bypassare le procedure ordinarie di fornitura pure. Invece, il presidente di regione Lombardia ha inanellato una serie di mosse quantomeno maldestre difficili da immaginarsi.

Ha cominciato negando di essere a conoscenza del negozio giuridico tra la ditta del cognato e la Regione. Ma su questo punto sarebbe già stato smentito da Filippo Bongiovanni, direttore generale di Aria, che avrebbe messo a verbale di averglielo comunicato personalmente.

Quindi, dopo essere già stato interpellato dalla redazione di Report di Rai3 sull’esistenza del contratto “incriminato”, ha domandato al cognato di rinunciare al credito verso Aria, convertendo la commessa in una donazione. Subito dopo, però, ha provato a risarcire Andrea Dini del mancato guadagno con un bonifico da 250mila euro da un suo conto in Svizzera presso la banca Ubs Ag.

Senonché quest’operazione è stata bloccata dall’istituto di credito elvetico e segnalata come sospetta alla Banca d’Italia e da quest’ultima ai magistrati. È qui che è scattato l’aspetto giudiziario della vicenda, sotto la ben nota formula degli “atti dovuti”.

Altre mosse… discutibili

Non basta. Il cognato di Fontana ha sì rinunciato al credito verso Aria, ma non le ha consegnato 25mila dei 75mila camici pattuiti originariamente. Ha provato invano a rivenderli ad un prezzo maggiorato (9 euro anziché 6) ad una Rsa del Varesotto.

Sicché, la procura di Milano, oltre ad indagare Bongiovanni e Dini per turbata libertà di scelta del contraente, sarebbe orientata ad inquisirli in concorso con Fontana anche per frode in pubbliche forniture. Perché Aria, per conto di regione Lombardia, non risulta si sia attivata per ottenere l’intero stock di materiale sanitario originariamente concordato con la Dama della famiglia Dini.

Per finire: i soldi depositati sul conto svizzero di Fontana sono parte di un’ingente somma (quasi 5 milioni di euro ereditati) fatta rientrare dal paradiso fiscale delle Bahamas nel 2015, grazie allo scudo fiscale deliberato dal governo Renzi.

Smania giudiziaria 

Che dire? Se già la gestione della comunicazione al tempo dell’emergenza Covid aveva evidenziato un debole carisma del presidente Fontana, la vicenda dei camici ne mette seriamente in dubbio l’opportunità della ricandidatura per un secondo mandato.

Purtroppo, in un modo o nell’altro, per chi assume rilevanti responsabilità di governo anche a livello locale saper affrontare le agenzie della comunicazione è indispensabile. Attilio Fontana sapeva che dichiarare il conflitto d’interesse avrebbe comportato una gragnola di domande e insinuazioni. Peccato che non segnalandolo sia caduto dalla padella nella brace; e peccato, soprattutto, che dovesse immaginarselo.

Resta, però, la questione che abbiamo accennato all’inizio. La fretta, cioè, di imprimere il marchio giudiziario penale su una vicenda che sa per lo più di confusione e improvvisazione. Il reato di turbata libertà del contraente non sembra evidente, dal momento che l’emergenza c’era e l’urgenza di servirsi di Dama anche.

Quanto all’incompletezza della fornitura, la responsabilità di Dini è ipotizzabile, ma quella di Fontana per frode lo sembra molto meno. Anzi: tentando di compensare il mancato guadagno del cognato, il governatore lo avrebbe semmai distolto dal cercare rivalse.

Le inchieste giudiziarie, prima che si addivenga ai processi, non dovrebbero rivaleggiare in pubblicità con quelle giornalistiche. Ridurrebbero l’impressione che la mancanza di riservatezza nel delicato servizio dell’amministrazione della giustizia attinga vertici surreali. Di surreale, in tutta questa vicenda, forse basta e avanza il comportamento di Attilio Fontana.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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