Parolin su Gaza: il giudizio portato dal cardinale segretario di Stato della Santa Sede sulla faida nella Striscia tra l’esercito di Israele e le ridotte di Hamas (con migliaia di vittime civili per bombardamenti, fame e malattie) lo porta a scontrarsi con lo Stato ebraico. E così, mentre il mondo si lascia contagiare dall’euforia sugli ultimi sviluppi del piano Trump, noi ne approfittiamo per fare un focus sulla Curia di Papa Leone XIV.
Trascorsi quasi sei mesi dall’elezione al Soglio pontificio di Robert Francis Prevost, il tempo comincia a stringere per modellare la galassia dei collaboratori ad immagine del nuovo Pontefice. Chissà se questa vicenda rappresenta o meno, anche indirettamente, un segno del percorso di nuove nomine in Curia che si fa necessariamente prossimo.
Critiche anche agli Usa
Cominciamo senz’altro dal fatto, prima di addentrarci nelle sue possibili interpretazioni. Rilasciando un’intervista ai media vaticani per il secondo anniversario dei pogrom del 7 ottobre 2023, il cardinale Parolin non si è limitato a ribadire l’esecrazione per i raid di Hamas in terra d’Israele (definiti terroristici, brutali, disumani e ingiustificabili), ma ha anche censurato severamente la condotta del governo Netanyahu e dell’esercito israeliano dal 2023 ad oggi.
Parolin ha denunciato il difetto di proporzionalità nell’esercizio del legittimo diritto di autodifesa, le conseguenze disastrose e disumane della reazione israeliana, la carneficina quotidiana a cui rischiamo di assuefarci, ma soprattutto l’inaccettabilità e l’ingiustificabilità della riduzione dei civili a «mere vittime collaterali». Il porporato, rispondendo a una sollecitazione dell’intervistatore in ordine al riaffiorante antisemitismo fuori dalla Palestina, ha poi ricordato che l’attribuzione a tutti gli ebrei indiscriminatamente della responsabilità per l’attuale condotta di Israele è inaccettabile, aggiungendo però anche un riferimento alla situazione in Cisgiordania. Qui, ha detto Parolin, l’espansionismo spesso violento dei coloni israeliani mira apertamente a rendere impossibile la futura costituzione di uno Stato palestinese.
Ribadendo il monito del Papa al rispetto del diritto internazionale umanitario, che esclude la possibilità di punizioni collettive e di emigrazioni imposte oltre all’uso indiscriminato della forza irrispettoso della preservazione dei civili inermi, il cardinale segretario di Stato ha fatto un’allusione piuttosto esplicita agli Usa. È chiaro infatti come, denunciando non solo l’impotenza della Comunità internazionale ma anche l’indisponibilità dei «Paesi in grado di influire veramente» a fare il necessario per impedire la carneficina in atto, monsignor Parolin chiami in causa gli Stati Uniti per il loro appoggio illimitato a Israele.
Rispetto al piano Trump, che sta dando i suoi primi frutti, il presule ha evocato la necessità che i palestinesi siano effettivamente coinvolti nei processi decisionali che riguardano il loro futuro. La parte conclusiva dell’intervista è consistita nell’approvazione delle forme di mobilitazione civile contro i massacri di Gaza (esclusa ovviamente l’azione delle frange violente), la rivendicazione ai cristiani del diritto-dovere di impegnarsi non solo con la preghiera per costruire un mondo più giusto e pacifico e il ribadimento del favore della Santa Sede per la soluzione dei due Stati per i due popoli della Palestina.
L’irritazione di Tel Aviv
L’ambasciata d’Israele presso la Santa Sede, per usare un eufemismo, non ha gradito l’intervista del prelato vaticano. E in una nota ufficiale ha accusato monsignor Parolin di rischiare di minare il processo di pace portato avanti dalla Casa Bianca.
In particolare, la rappresentanza israeliana presso il Pontefice stigmatizza la problematicità dell’equivalenza morale – a suo dire implicita nelle dichiarazioni del cardinale segretario di Stato – tra il terrorismo di Hamas e la reazione di Israele. Addirittura, per i diplomatici di Gerusalemme di stanza Oltretevere, Parolin con le sue parole indebolisce il contrasto all’antisemitismo. Le feluche israeliane respingono l’utilizzo dello stesso termine «massacro» per l’attacco «genocida» del 7 ottobre di due anni fa e l’esercizio del «legittimo diritto di autodifesa di Israele». Infine, i rappresentanti di Tel Aviv ribadiscono l’impossibilità di equiparare «uno Stato democratico che protegge i propri cittadini e un’organizzazione terroristica intenzionata a ucciderli».
L’approvazione del Papa
Leone XIV ha pubblicamente approvato le dichiarazioni rilasciate dal suo segretario di Stato. Certo, l’occasione di quest’assenso e la sua forma sono state un po’ particolari, anche se ormai non più di tanto. Infatti, il Papa si è pronunciato in merito letteralmente su due piedi, uscendo a passo d’uomo da un accesso secondario della residenza di Castelgandolfo per rispondere in modo estemporaneo ai cronisti che lo attendevano per interrogarlo.
Questo, naturalmente, non inficia la genuinità del pensiero del Santo Padre. D’altronde, il cardinale Parolin non ha fatto altro che ribadire la posizione tradizionale della Santa Sede sulla questione israelo-palestinese, immutata si può dire da sempre. Semmai, si può dubitare del realismo di quest’impostazione per quanto riguarda i due Stati, dal momento che non è chiaro come il secondo possa vedere la luce e a quali condizioni. In tutti i casi, quando si tratta di diplomazia e specialmente di quella pontificia, non è solo una questione di contenuti. È anche un fatto di forma e di tempistica. Né si può trascurare la circostanza della nazionalità statunitense dell’attuale Pontefice.
La scelta del capo della segreteria papale di esternare nel pieno delle negoziazioni sui punti iniziali del piano Trump, nel frattempo coronate da successo e farlo in termini marcatamente critici verso la Casa Bianca e la sua politica di mano libera concessa lungamente a Israele e Netanyahu, può fare pensare solo a due cose. Una, più probabile, è che Parolin abbia condiviso esplicitamente con il Papa non solo disappunto ma anche sconcerto di fronte alla prolungata tolleranza statunitense per il dramma della vendetta israeliana successiva al 7 ottobre. L’altra cosa, improbabile non meno che scongiurabile, è che il segretario di Stato abbia fatto deliberatamente di testa sua senza informare previamente Leone XIV, quasi a volerlo mettere di fronte al fatto compiuto di un approccio critico ad ampio raggio, centrato soprattutto sulle conseguenze nel medio periodo del piano per Gaza elaborato su ordine di Trump.
Difficilmente Parolin lascerà
Secondo una tradizione vaticana rispettata persino da uno strepitoso innovatore come Papa Francesco, la pratica del rinnovamento delle cariche è, salvo eccezioni, abbastanza differita rispetto all’elezione di un nuovo Papa. In passato, cioè prima del Vaticano II e delle riforme che ne sono seguite, anche gli incarichi amministrativi s’intendevano perpetuamente conferiti, o almeno rinunciabili solo per assoluta inabilità. Pure nell’ambito della vecchia Curia, comunque, il mandato del segretario di Stato è sempre stato considerato nell’immediata disponibilità del Papa, trattandosi del suo collaboratore più importante.
Parolin, secondo noi, ha due punti a suo favore per attendersi di rimanere ancora al proprio posto: un profilo moderato e la stessa nazionalità italiana. Ci sembra valga per il segretario di Stato il contrario rispetto al Papa. Un Papa italiano sarebbe patito come provinciale, un segretario di Stato non italiano come non sufficientemente funzionale a un mondo che, incentrato su Roma, gravita oggettivamente sull’Italia.
I toni di Papa Prevost sono sempre molto temperati, ma non possiamo trascurare che a Gaza è andato sin qui in scena un singolare dramma umanitario, per cui la presa di posizione del cardinale Parolin è tutto fuorché campata in aria. Dopo di che si vedrà, ma non pensiamo che l’intervista del porporato abbia rappresentato il suo “canto del cigno” da segretario di Stato di Leone XIV.
Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.







