Superamento del voto all’unanimità in seno all’Unione europea per l’assunzione delle decisioni più importanti: basta un incontro di routine tra i primi ministri di destra di Italia e Ungheria, Giorgia Meloni dei Conservatori e Viktor Orbán dei Patrioti, per mandare in tilt il nostro dibattito interno. Come mai? Perché, penosamente, si strumentalizza la solita bega da cortile tra colori politici per sragionare, confondendo gli effetti dei fenomeni con le loro cause.
Pretesti e finzioni
Verremo subito a spiegarci. Prima però lasciateci dire che, se il Partito democratico dovesse essere davvero interessato a costruire e rappresentare un’alternativa di governo, non potrà per ragioni di propaganda restare in balia di accadimenti irrilevanti e (peggio) di stravaganti interpretazioni al loro riguardo. Aggrapparsi ad una notizia di cronaca istituzionale qual è stata la visita del primo ministro dell’Ungheria a Roma martedì scorso, per additare delle contraddizioni politiche della presidente del Consiglio italiana, sembra già abbastanza pretestuoso. Si sa, infatti, che i colori politici in Europa sono una finzione più marcata, perché lì la questione vera è fra gli Stati. Arrivare a dire, però, che sarebbe colpa dei sovranismi e dei sovranisti se l’Ue è sostanzialmente irrilevante nella geopolitica mondiale e che la soluzione sarebbe archiviare l’unanimità, fa dubitare della serietà di quanti lo sostengono.
L’unanimità è richiesta perché…
Siamo subito al dunque. L’unanimità è richiesta in seno all’Ue perché quest’ultima non è uno Stato federale, semmai una confederazione di Stati sovrani. E che l’Europa non sia uno Stato lo prova anche solo il confronto con gli autentici Stati federali, che hanno al loro interno una distinzione di competenze tra centro e periferie, mentre non ne fanno certo una questione di unanimità o di maggioranze semplici e qualificate. È richiesta l’unanimità perché l’Unione europea non è uno Stato, mentre non è vero che l’Ue non sia uno Stato perché è richiesta l’unanimità.
Siamo in presenza di potentissime forme di pressione pressoché totalitaria sulla pubblica opinione, che cercano addirittura di fare confondere gli effetti con le cause e viceversa. Devono essere forze abbastanza preoccupate, se non si fanno scrupolo nemmeno di sovvertire la logica di base. Evidentemente, non basta più loro dare patenti di legittimità e scomunicare gli eretici e questo dipende dal fatto che la realtà si rivela un argomento ostinato. La disinvoltura con cui maneggiano gli argomenti non basta più.
Dire che ci vorrebbe un’Ue più coesa e, contemporaneamente, che bisognerebbe ampliarla ulteriormente e quindi disperderla ancora di più, non paga? E allora, dagli all’unanimità! Senza spiegare, tanto per dirne una, come fare a superare la previsione dell’unanimità attraverso… l’unanimità stessa! Oddio, una via ci sarebbe ed è anche l’unica che è già stata battuta nei due secoli passati per provare ad unire il Vecchio continente: quella della forza, cioè la guerra. E, sinistramente, sia l’Empereur nell’800 sia il Führer nel ‘900 hanno cozzato contro la Russia zarista e sovietica.
La chimera federalista
I partigiani dell’unificazione in senso federalista sono i principali fautori della piena subordinazione atlantico-statunitense dell’Ue e del suo dispersivo e logorante allargamento. Allo stesso tempo, li troviamo tra i più strenui avversari del riconoscimento delle radici cristiane dell’Europa in fatto di spiritualità, cultura e storia in nome di un mix di laicismo, nichilismo e consumismo. Dicono che bisognerebbe fare il super-Stato europeo per non essere al traino di qualcun altro, ma sono disposti a fare dell’Europa il terreno di una guerra con Mosca in nome della pretesa di Washington di stravincere il post-Guerra fredda e potere attendere meglio alla sfida cinese.
La prima cosa da fare sul versante europeo, sin dagli anni ‘70, sarebbe stata limitarsi ad includere nell’allora Cee le due nazioni iberiche. Invece, la prima ammissione oltre i Sei fondatori spiegava già tutto quello che ne sarebbe seguito: il Regno Unito. Entrava per conto di chi e per fare cosa? Lo sapeva de Gaulle, che da solo (dentro e fuori la Francia) riuscì a tenerlo a rispettosa distanza, rinfacciandogli apertamente l’atteggiamento farsesco e la finalità eversiva per conto atlantico.
Venuto meno quel gigante, l’adesione britannica è stata poco più di una formalità e ora, dopo l’ulteriore sceneggiata della Brexit, ci ritroviamo nell’Unione a 27, con i Baltici già dentro e i Balcanici in attesa. Oltre, naturalmente, alla polveriera ucraina, che l’Europa – sempre per conto statunitense – si affanna ad alimentare il più possibile. In queste condizioni, il problema sarebbe quello dell’unanimità?
Si scrive sovranità nazionale, si legge sovranità popolare
In realtà, il superamento della sovranità nazionale – l’archiviazione dell’unanimità consisterebbe precisamente in questo – coincide con l’incenerimento del poco che resta della sovranità popolare. Non a caso, è il tema ricorrente di tutti i tecnocrati e, almeno nel nostro Paese, anche degli influenti fautori del vincolo esterno, insediati ancora ad altissimi livelli di responsabilità istituzionale. Sarebbe il colmo se fosse proprio un leader politico come Giorgia Meloni ad intentarsi la rottamazione dell’estrema roccaforte della democrazia. Non si capisce, comunque, perché Popolari e Progressisti non abbiano provveduto al federalismo europeo negli scorsi decenni, passati al governo nei diversi Paesi ed inscenando insieme una coalizione a Strasburgo in un Parlamento solo sedicente tale.
Per la cronaca, è evidente come Orbán faccia un gioco un po’ spregiudicato attaccando l’Ue e lucrandone le sovvenzioni, ma bisognerà essere pazienti con l’Ungheria almeno altrettanto quanto lo siamo stati con il Regno Unito… o no? Tra il rifiuto iniziale di Londra di aderire al Trattato di Roma del 1957 e la Brexit del 2020, passando per l’opt-out preteso dalla signora Thatcher negli anni ’80, ce n’era abbastanza per bandire l’inglese dalle lingue dell’Unione, invece è addirittura quella ufficiale a scapito di altre (tra cui la nostra) dei Paesi fondatori.
Gli interessi europei e la tentazione per Meloni
Alla fine, l’unico argomento retorico da brandire per gli europeisti spinti rimane: Usa, Cina, Russia, India, Brasile e altri sono troppo grossi perché possiamo competere con loro isolatamente come italiani, tedeschi, francesi, spagnoli e così via. Peccato che, dissolvendoci in un super-Stato, quest’ultimo sarebbe una finzione, mentre quegli altri resterebbero ciò che sono, cioè veri Stati e potenze (sia pure di differenti tipi e prospettive).
Se perseguissimo interessi autenticamente comuni, cioè veramente nostri, il modo di essere conseguenti non rappresenterebbe un problema insormontabile. Dal momento che, invece, perseguiamo interessi altrui, com’è evidente ormai a tutti nel caso della guerra russo-ucraina, dobbiamo continuamente arrabattarci per trovare rimedi utili a piegare più efficacemente i recalcitranti. L’attendismo in economia e il minimalismo costituente potrebbero essere perdonati a Meloni dai suoi elettori, ma rendersi disponibile alla dissoluzione del Paese no.
Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.







