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Centrodestra, tensione a mille: quando il potere logora chi non ce l’ha

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Centrodestra, esplode la tensione: il potere logora chi non ce l’ha? La massima del Talleyrand, resa celebre in Italia da Giulio Andreotti, evidenzia almeno una delle chiavi di lettura possibili delle attuali turbolenze in seno all’opposizione al secondo governo Conte. Se questa sia anche quella fondamentale, è legittimo pensarlo o meno. Certo, anche questa è un’ipotesi sul tavolo e sembra credibile. 

Resta il fatto che quella dello sfaldamento per digiuno dall’esercizio del potere non è l’unica interpretazione sulle tensioni tra Berlusconi e i suoi alleati, Salvini e Meloni. Proviamo a considerarle, dopo aver cominciato, come sempre, dai fatti.

Responsabilità ed emorragie

I fatti, per stare agli ultimi, sono due. Da una parte, la rinnovata disponibilità di Forza Italia a dare una mano al governo a fronteggiare la crisi Covid-19. L’apertura preannunciata da Berlusconi dovrebbe concretizzarsi nel voto favorevole al nuovo scostamento di bilancio; il quarto dall’inizio dell’emergenza sanitaria, che il ministero Conte si appresta a chiedere al Parlamento. Ricordiamo che l’articolo 81 della Costituzione, riformato nell’anno di crisi finanziaria 2012, esige il pareggio di bilancio. E autorizza lo scostamento, al ricorrere di circostanze eccezionali, purché votato dalle Camere a maggioranza assoluta.

Dall’altra parte, il fatto nuovissimo è di ieri. Si tratta dell’abbandono del gruppo parlamentare di Forza Italia alla Camera da parte di tre suoi componenti. Laura Ravetto, Federica Zanella e Maurizio Carrara hanno comunicato l’intenzione di iscriversi al gruppo della Lega. Motivo dichiarato: il disagio causato dalle sempre più ampie aperture al governo e dagli ammiccamenti con il Partito democratico. Il movimento del Cavaliere avrebbe perso la spinta propulsiva, che ne aveva fatto inizialmente il luogo di aggregazione dell’intero centrodestra. Così, ringraziato Berlusconi, i tre si rivolgono a Salvini quale attuale miglior interprete della rivoluzione liberale.

L’emendamento salva-Mediaset 

La tensione tra gli alleati era già salita nei giorni scorsi, quando la Lega si era messa di traverso sul cosiddetto emendamento salva-Mediaset. È questa una norma di iniziativa governativa, inserita nella legge di conversione del decreto-Covid, con la quale si cerca di sterilizzare la pronuncia della Corte di giustizia dell’Ue, che ha dato ragione a Vivendi di Vincent Bolloré e torto all’Agcom. Il gruppo del finanziere bretone, che tenta di scalare Mediaset (della quale è socio) dal 2016, era stato costretto nel 2017 a ridurre la sua partecipazione azionaria nel Biscione da una delibera dell’Agenzia per le telecomunicazioni. L’ente regolatore gli contestava la violazione dei limiti imposti dalla legge Gasparri. La Corte europea ha, però, respinto l’interpretazione dell’autorità amministrativa italiana, giudicandola lesiva del diritto comunitario. Di qui, l’ultima iniziativa legislativa, della quale in queste ore ha assunto la paternità il ministro dello Sviluppo economico, il 5 Stelle Stefano Patuanelli.

La Lega dapprima ha votato contro all’emendamento della discordia, nella competente commissione del Senato. Quindi, si è astenuta in aula. Alla Camera, invece, l’altro giorno ha presentato addirittura una pregiudiziale di costituzionalità avverso la norma “incriminata”. Come a dire: guerra aperta. Puntualmente confermata, ieri, dall’accoglienza dei tre transfughi del gruppo forzista. E dal cannoneggiamento a palle incatenate delle aperture berlusconiane alla maggioranza, sferrato dal segretario della Lega. Matteo Salvini ha parlato apertamente di ambiguità nell’atteggiamento di Forza Italia, paventando accordi sottobanco concernenti l’avvicinamento alla maggioranza, la legge elettorale e, appunto, il salva-Mediaset. 

Anche in quest’ultima violenta polemica, però, il leader del Carroccio non viene seguito da Giorgia Meloni. La leader di Fratelli d’Italia, infatti, non osteggia l’emendamento pro-Mediaset e dice di non vedere Forza Italia cedevole alle lusinghe della sinistra, miranti a spaccare l’opposizione.

Sempre in campo

La reazione ufficiale di Silvio Berlusconi allo scomposto richiamo all’ordine di Salvini fa ricorso ad argomentazioni consuete. Collaborazione istituzionale non significa intelligenza col nemico; bensì assunzione di responsabilità nell’interesse del Paese, tra l’altro nel senso indicato ripetutamente dal capo dello Stato. E in chiave interna allo schieramento che il Cavaliere ha creato e lungamente guidato, la nota precisazione: senza il centro moderato e provvisto di entrature europee, né si vince, né si governa. L’esempio del Rassemblement National francese, che spopola ma non tocca palla a causa della sua ghettizzazione, dev’essere un monito per chi è tentato dall’estremizzazione.

In Forza Italia, però, cosa sta accadendo ormai da anni? Che indipendentemente dai giudizi sulle posizioni personali (e sull’ingratitudine, che non è una categoria politica, ma solo fino ad un certo punto), in molti prendono atto della sua natura di movimento politico essenzialmente personale. Molti si domandano, insomma, se ci sarà un domani per gli azzurri senza Berlusconi; e, in quel caso, quale potrebbe essere. Tra l’altro, senza il Cavaliere, sarebbe ancora più facile (ancorché, ovviamente, su scala ridotta) ragionare in ottica proporzionale e schiettamente partitica.

Ma prima di arrivare a quel punto, c’è un presente in cui l’ex presidente del Consiglio è ancora in campo, ben determinato a giocare le sue carte. La partita più importante, salvaguardia delle aziende di famiglia a parte, è la prossima corsa al Quirinale. Che Berlusconi pensi ad una candidatura in persona, ci pare categoricamente fuori discussione, sotto tutti i punti di vista: personale, istituzionale, politico e popolare. Così come ci appare scontato che voglia ritagliarsi un ruolo e farlo sapere: essere della partita vale più che vincerla, specie quando prevalere è impossibile.

Smania e accortezza

Discorso diverso quello che riguarda Salvini. È vero che ha ancora diritto ad essere messo alla prova come leader di governo. E che da ministro dell’Interno qualche risultato l’ha pure colto. Ma più passa il tempo e più il Capitano sembra l’uomo del momento, anziché dell’epoca. A queste condizioni, anche se il suo resta il primo partito, riesce difficile pensare ad un ruolo di guida, specie come federatore di una coalizione.

Indubbiamente più accorta e preoccupata di mantenere una coerenza riconoscibile appare Giorgia Meloni. La sua insospettabilità di doppio gioco con gli avversari (favorita dal fatto di essere l’ultima destra dell’arco costituzionale) elettoralmente paga. Ma, detto della sua crescita prodigiosa nei sondaggi (da confermare nelle urne nazionali), in valore assoluto il suo è un partito ancora nettamente sotto al 20%. Difficile che basti per egemonizzare il suo campo. E poi deve ancora un po’ farsi in termini di cultura politica: “poltrone” e “inciuci” sono espedienti retorici da principiante. La Meloni, comunque, appare attualmente il leader più lucido del suo schieramento: questo non è poco, considerata la smania che la lontananza dal governo comporta invariabilmente.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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