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La Cina a quarant’anni dalle riforme: superpotenza di oggi grazie a Deng Xiaoping

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La Cina e Deng Xiaoping: 40 anni fa, il suo riformismo lanciava la rincorsa del Paese al rango di superpotenza mondiale. Se oggi Xi Jinping può atteggiarsi a interlocutore paritario di Donald Trump, con cui ha ingaggiato una guerra commerciale dagli esiti incerti, lo deve a questo politico straordinario.

L’aforisma più famoso attribuito a Deng – “Non importa se il gatto sia nero o bianco, purché acchiappi il topo” – chiama in causa il felino dalle 7 vite. Ebbene, il “piccolo timoniere” ne ha avute quasi altrettante, con l’ultima che ha coinciso con l’affermazione definitiva delle sue idee. E contemporaneamente con il risveglio di quel gigante che Napoleone suggeriva di non ridestare, perché avrebbe fatto tremare il mondo.  

Dalla Cina a Parigi

Deng Xiaoping nasce nel 1904 a Paifeng, villaggio della provincia del Sichuan, da una famiglia di piccoli proprietari terrieri. L’ardente desiderio di apprendere lo conduce a trasferirsi a Parigi alla fine del 1920. In Francia si inizia alla politica, aderendo alla Lega della Gioventù socialista cinese. È la testa di ponte del Partito comunista cinese in Europa, creata dal suo futuro mentore Zhou En Lai. Lascia la Francia all’inizio del 1926. Dopo un anno di formazione a Mosca, rientra in Cina nel 1927 come perfetto quadro marxista-leninista. Sin da subito si rivela a un tempo audace e disciplinato: un binomio che sarà il maggior segreto del suo successo.

Il rapporto con Mao

Deng partecipa alla Lunga Marcia da commissario politico e s’ingaggia subito sotto le insegne maoiste. L’atteggiamento di Mao Tse-tung nei suoi confronti sarà quello tenuto dai predecessori con tutti i delfini della storia: predilezione consapevole, mitigata da diffidenza e correzioni. Segretario generale del partito nel 1957, Deng si allea con Liu Shaoqi per mitigare gli effetti disastrosi del “Grande Balzo in avanti”.

Come sempre, il capo non perdona il delfino che dimostra di avere ragione. Così Deng è uno dei principali epurati della “Rivoluzione culturale” (1966). Viene rieducato pesantemente e uno dei suoi figli finisce in carrozzina per i traumi riportati dall’assalto delle Guardie rosse. La malattia del primo ministro Zhou En Lai, nel 1973, suggerisce però a Mao di riabilitarlo.

Ma la morte di Zhou, che nel 1976 anticipa quella di Mao solo di pochi mesi, lascia spazio alla “Banda dei quattro”. L’ultimo colpo di coda della Rivoluzione culturale allontana ancora una volta Deng dal potere. Sarà però anche l’ultima. Tra il 1977 e il 1978, diventa il leader de facto della Repubblica popolare cinese. Ne reggerà la responsabilità fino al 1992 e morirà nel 1997.

Deng e le riforme

Il riformismo di Deng, senza cedimenti alla democrazia e al pluralismo politico, è approvato dal plenum del Comitato centrale del Pcc nel dicembre 1978. Il socialismo con caratteristiche cinesi si sarebbe sviluppato attorno alle celebri 4 modernizzazioni: agricoltura, industria, scienza e tecnologia, apparato militare.

Capostipite è la riforma agraria. Deng nel 1979 decide lo smantellamento definitivo delle Comuni popolari, che viene completato nel 1984. Lascito principale della politica maoista del Grande balzo, avevano realizzato in pieno l’ideologia collettivista, finendo per far possedere i contadini dalla terra. Sul piano pratico, però, le Comuni avevano condannato l’agricoltura all’arretratezza, impedendone la meccanizzazione e limitandone la capacità di soddisfare il fabbisogno interno. E avevano ingessato la società, vietando l’urbanizzazione e così lo sviluppo industriale e del terziario.

Deng favorisce la loro sostituzione con i villaggi e i borghi rurali, introducendo il principio della responsabilità individuale nella produzione. La famiglia torna a essere la base delle attività agricole. Lo sviluppo della proprietà individuale e collettiva (detratte le quote di raccolto spettanti allo Stato) sprigiona nuove energie produttive. Già nel 1982 i risultati di questa politica, iniziata nella provincia orientale dell’Anhui, dà grandi risultati.

Cina: l’apertura al mondo

Intanto le Zone economiche speciali (esperimento-pilota la provincia costiera meridionale di Guangdong) attirano capitali, tecnologie e management dall’estero. In primis, da parte degli stranieri di origine cinese, che iniziano a rompere l’isolamento del Celeste impero. L’accettazione delle tecnologie più avanzate dei Paesi industrializzati e l’introduzione di piccole forme di capitalismo favoriscono il riavvicinamento con Hong Kong e Macao, che torneranno alla Cina nel 1997 e nel 1999. L’emblema di quest’impresa è Shenzhen, passata da cittadina con 30mila abitanti a metropoli di oltre 10 milioni di persone.

Lo sfregio di Tienanmen

Il riformismo denghiano (“Arricchirsi è glorioso”) coinvolge l’industria, il sistema creditizio, il fisco. E la valorizzazione del merito archivia la massima di Lin Biao “Meglio rosso che esperto”. Deng cura anche le relazioni diplomatiche, inaugurando un’importante serie di viaggi all’estero: Urss, Giappone, Usa, Gran Bretagna. Poi la crisi di Tienanmen (aprile 1989) compromette in parte queste aperture, perché lo sdegno internazionale per la brutale repressione del dissenso non è senza conseguenze. Ma Deng non si arrende, organizza la transizione di Jiang Zemin e nel 1993 vede definitivamente consacrata la sua linea. L’economia di mercato è dichiarata compatibile con il socialismo dal Comitato centrale del partito.

Pragmatismo e pugno di ferro

Il successo di Deng, oltre che dalle sue qualità personali, è dipeso da due intuizioni fondamentali. La prima è che il pragmatismo risulta tanto più efficace quanto più consente che l’iniziativa riformistica provenga dal basso. La differenza principale con la perestrojka di Gorbaciov è stata questa.
La seconda è che, disponendo di un regime autoritario, privarsene dovendo governare un Paese di oltre un miliardo di abitanti non è saggio, benché forse sia giusto. E il gatto, infatti, dopo quarant’anni continua a mangiare sempre più topi.

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