Cina: la sinistra di tutto il mondo non riesce a superare lo shock del ritorno di Donald Trump alla guida degli Stati Uniti, ma dubitare della natura dittatoriale del regime di Pechino è troppo anche per chi è sotto stress. Infatti il socialismo con caratteristiche cinesi, l’autoritarismo implacabile, la negazione del pluralismo politico e la conseguente inesistenza per la leadership comunista del problema del consenso sono tanta parte dell’avvento del Dragone ai vertici della competizione globale per l’egemonia.
Nel suo editoriale di domenica scorsa (“La memoria di un mondo che non c’è più”), il direttore della Stampa Andrea Malaguti si è prodotto nella consueta giaculatoria anti-trumpiana di ogni buon devoto agli orientamenti progressisti. Ci sta, ci mancherebbe, per quanto i fatti dell’attuale amministrazione americana (soprattutto in politica estera) stiano smentendo le promesse con cui il tycoon ha radicalizzato negli anni la base elettorale repubblicana.
Il punto, però, è che il modo scelto da Malaguti per maledire Trump ci è parso stavolta un po’ troppo spinto. Parlando del confronto ormai permanente tra Usa e Cina, il direttore en passant ha scritto: «…non sappiamo se l’America sia ancora una democrazia, non sappiamo se la Cina sia ancora una dittatura…». Poteva esserci dell’ironia in vari sensi, ovvero poteva trattarsi di una semplice iperbole retorica. Sicuramente, Malaguti non è riuscito a dissimulare la frustrazione.
Prendiamo spunto da questa nota di colore tra il giornalistico e il politico per rinfrescarci la memoria su come stiano le cose in quello che è stato per secoli il “Celeste Impero”.
La lezione di Deng
Per farlo, dobbiamo tornare a una nostra vecchia conoscenza, Deng Xiaoping. È stato il primo e più importante successore di Mao Zedong a ideare il «socialismo con caratteristiche cinesi». Con quest’espressione, il grande politico e statista ha veicolato il senso della sua rivoluzione, non meno importante di quella del Grande Timoniere di trent’anni prima. Essa è consistita in qualcosa di semplice e dunque, a suo modo, geniale: il plateale svelamento della natura ideologica del comunismo, di cui Deng e il partito cinese hanno mantenuto l’unica cosa concreta tra quelle che più contano e cioè la dittatura, l’autoritarismo, il ricorso all’uso della forza come abituale prassi politica interna.
Cos’è l’ideologia? Abbiamo sempre pensato che una sua buona definizione sia quella di preferenza accordata alla teoria rispetto alla realtà. Il comunismo nega o comunque pretende di ignorare che l’egoismo o privilegio di sé sia una componente essenziale dell’essere e dell’agire umani. Non l’unica certamente, ma altrettanto sicuramente una di quelle fondamentali. Ebbene, Deng tra la fine degli anni 70 e l’inizio degli anni 80 del secolo scorso disse: il socialismo non è incompatibile con il mercato, così come la programmazione non è estranea alle economie libere. Noi apriamo all’iniziativa privata, ma non rinunciamo né alla pianificazione, né al dirigismo che anzi assume (conformemente alla natura comunista e cioè dittatoriale del regime) le forma dell’autoritarismo implacabile e senza eccezioni.
Il partito-Stato determina tutto e il privato…
Si è cercato in vario modo d’interpretare dal di fuori e giustificare dal di dentro la rivoluzione di Deng. Ad esempio, come i comunisti cinesi rendano ragione di un popolo sterminato che continua a produrre e non consumare, cioè ad accumulare. La risposta sarebbe che il primo stadio dell’evoluzione in senso socialcomunista della società consiste nel rafforzamento della produzione. E quanto tempo richiederebbe quest’irrobustimento in Cina? Non si sa, ma comunque non meno di un paio di secoli, pare di capire: vale a dire, apparentemente, senza limiti.
In Cina si dice ci siano oggi più miliardari che negli States. Sì, ma sotto quale condizione il super-arricchimento privato e personale è consentito dal regime comunista? A condizione che il partito, la nomenklatura, gli apparati abbiano non di rado la prima e sempre l’ultima parola sulle iniziative private. È il regime che sceglie su quali attività puntare per la produzione, lo sviluppo, la ricerca, l’innovazione. Il 75% delle imprese cinesi è privato, per quanto il 25% pubblico sia responsabile del 40% del Pil nazionale. È però grazie alla pratica della dittatura che il partito-Stato controlla tutta l’economia (anche quella giudicata non strategica e per questo non direttamente partecipata) e la indirizza come crede. Pure laddove la proprietà privata è formalmente ammessa, essa non è effettiva perché non è per principio intangibile, né presidiata da tutele giuridiche precostituite e stabili.
Xi Jinping non ha il problema del consenso
La negazione delle libertà individuali e collettive è un tutt’uno con quella del pluralismo politico, cioè (per quanto possibile) del contrasto d’interessi e le rivendicazioni di parte. Quest’assetto lascia indenne la leadership cinese da un altro problema significativo per le classi dirigenti degli Stati di diritto e democratici, quello del consenso. L’attuale capo del partito e del Paese, Xi Jinping, se ne serve per attuare i suoi specifici orientamenti, ad esempio una maggiore assertività in politica estera – testimoniata dalle rivendicazioni sempre più esplicite su Taiwan e più in generale nell’Indo-Pacifico – o l’esplicita rincorsa al primato mondiale da strappare agli Usa, ovvero la sistematica sinizzazione delle confessioni religiose, come ben sa, su tutte, la Chiesa cattolica.
Poi, certo, ci sono i guasti dei sistemi comunisti e dittatoriali, riassumibili nel binomio sprechi/minor efficienza e nel surplus di corruzione. Si tratta di limiti rilevanti, perché rischiano sia pure involontariamente di prolungare il primato mondiale americano, forse addirittura a tempo indeterminato. Per stare solo all’innovazione tecnologica e all’incipiente progresso dell’intelligenza artificiale, sarà forse controverso se il saldo sia favorevole al dinamismo a stelle e strisce ovvero al dirigismo mandarino: tuttavia, l’essere umano è tale siccome libero e perciò responsabile e questo è un indubbio punto di forza delle democrazie.
Una lezione buona per tutti
Abbiamo approfittato di una specie di “fallo di frustrazione” di un’importante firma del nostro giornalismo per riflettere brevemente sulle caratteristiche del regime politico cinese. In conclusione aggiungiamo soltanto che, come abbiamo già detto a proposito della stessa Cina e anche della Russia, pensiamo ci sia un legame intrinseco tra le caratteristiche morfologiche di alcuni Paesi e il loro modo di essere governati. In certi casi l’estensione e la varietà sono così accentuate, da implicare quasi fatalmente e per tendenza eccessi di accentramento del potere.
Solo non vorremmo che, cedendo alle passioni, si arrivasse a negare l’evidenza. La Cina è un paradigma della dittatura e questo è anche un suo punto di forza. Il fatto che sia allo stesso tempo un suo grave limite è un’altra storia, quella per cui il potere assoluto non esiste: una lezione buona sempre e per tutti.
Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.







