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Il comandante provinciale dei Carabinieri Breda: ecco i miei obiettivi per Piacenza

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Il colonnello Pierantonio Breda

Pierantonio Breda: il colonnello dei Carabinieri alla guida del Comando provinciale di Piacenza è un uomo dai modi gentili ma dallo sguardo altrettanto fermo. Attento ai particolari e nelle valutazioni, con una sensibilità al sociale che magari non ti aspetti da chi veste la divisa. A cento giorni dal suo insediamento in via Beverora, ecco cosa ci ha raccontato sul suo approccio al territorio piacentino.

Colonnello Breda, che bilancio traccia di questo primo periodo in comando a Piacenza?
“Mi sono trovato molto bene, ma mi sembra che non sia il momento di fare bilanci. Forse li faremo alla fine e forse sarà meglio che a stenderli siano coloro che hanno fruito del nostro servizio. Posso darle un punto di vista tecnico sul territorio piacentino. E le dirò, a me la provincia piace”.

Più della grande città?
“Guardi, trovo la provincia più interessante anche nel mio lavoro”.

Come mai, per chi come lei ha avuto tanti incarichi di rilievo anche a Roma?
“Perché la provincia italiana negli anni ha vissuto molti cambiamenti, vuoi per collocazione geografica, per operosità o per felici coincidenze, a un ritmo diverso da quello che già da anni vivevano i contesti metropolitani. Un’evoluzione che ha coinvolto il tessuto urbano, i modi di vivere, le abitudini dal punto di vista sociale. Così il cittadino della provincia oggi si misura con criticità anche sul piano della sicurezza che prima credeva attenessero solo ai contesti metropolitani. Uno scenario che mette insieme fattori davvero stimolanti, per chi come me oltretutto in provincia ha le sue radici, a Vadobbiadene, vicino a Treviso. E le dirò, le cose che sento sulle strade di casa, quelle che sentivo dire nell’Astigiano, dove ho svolto il mio ultimo incarico, e quelle che oggi mi riferiscono a Piacenza sono simili. Nel senso che le aspettative del cittadino sono più o meno le stesse”.

Piacenza si distingue in qualcosa sul piano della sicurezza?
“Il suo territorio è inserito in un trend comune delle province del Nord Italia. Abbiamo sostanzialmente una stabilità nel numero dei furti, in leggerissima diminuzione. Abbiamo un aumento delle truffe. C’è grande sensibilità riguardo a fenomeni di utilizzo molesto di spazi comuni, che in maniera semplicistica potrebbero essere ascritti alla malamovida o alle baby gang. Ma forse c’è un fenomeno che si discosta da un trend comunque significativo, che è quello della violenza di genere. Qui il dato è più rilevante come lo sono i casi di litigiosità diffusa”.

Per la violenza di genere c’è qualche rapporto con l’importante presenza di cittadini stranieri che risiedono in provincia di Piacenza?
“Il dato è sganciato da un legame con le origini etniche. Non possiamo dire che sia un fenomeno circoscritto a fasce di reddito o collegato a una provenienza geografica, ammesso e non concesso che se ne possa parlare, visto che tanti stranieri risiedono in questo territorio da più di una generazione”.

Allora possiamo sostenere che le piacentine, indipendentemente dalla loro nazionalità, denunciano di più la violenza di genere?
“Devo dire che l’impianto legislativo del Codice rosso, una certa attività di sensibilizzazione e anche un rafforzamento della rete che si prende cura della vittima ha sicuramente incentivato alla denuncia. Prima c’erano indubbiamente forti resistenze legate alla complessità dei problemi che vive la vittima. Normalmente, si subisce un crimine perpetrato da una persona che è fuori dalla famiglia. Quando invece ce l’hai in casa, tutto si complica. Soprattutto se ci sono dei figli da accudire. Quindi sapere che non sei sola e che qualcuno si farà carico con te dei tuoi problemi, dal punto di vista giuridico, psicologico e anche sul piano del sostentamento, aiuta le vittime a venire allo scoperto”.

A Piacenza il dato è importante, con 278 denunce, anche se in calo rispetto alle 366 del 2021.
“Diciamo che il dato sulla violenza di genere si sta consolidando, anche se il periodo di riferimento, dalla partenza del Codice rosso, è ancora breve e di questo bisogna tenere conto. Dobbiamo aspettare per poter fare un’analisi più approfondita. Se permette mi spiego con un paragone, quello coi furti in abitazione, un reato odioso che fa sentire il cittadino veramente vulnerabile”.

Prego, Comandante Breda.
“Partiamo dal presupposto che i furti non saranno mai pochi. Quest’anno sono stati 588, in leggero calo rispetto ai 602 del 2021. Il fenomeno è avvertito, ma dieci anni fa le denunce erano state 967. Quindi i furti si sono ridotti drasticamente. Non è un traguardo, ma è stato possibile grazie a tutti i mezzi che abbiamo messo in campo”.

Ci fa qualche esempio?
“Dieci anni fa non avevamo i sistemi di video-sorveglianza di oggi, eravamo all’anno zero per la banca dati del Dna e lavoravamo sulle impronte. Oggi sulla scena di un delitto repertiamo qualsiasi traccia abbia un riferimento biologico. La immagazziniamo nelle nostre banche dati congiunte a quelle delle altre forze di polizia, per cui non si perde niente”.

E che cosa succede?
“Magari oggi il responsabile di un furto resta anonimo, ma i suoi dati verranno accoppiati sistematicamente con ogni nuovo profilo e dopo qualche tempo riusciamo a scoprire il colpevole del reato”.

Quali sono i reati che stanno scomparendo più velocemente e quelli emergenti?
“Ormai le rapine in banca sono un ricordo, mentre sono in grande crescita le truffe online, che in passato non esistevano. Non mi piace sentir parlare di ambiente virtuale a se stante, perché non c’è niente di più che abbia un precipitato reale dell’ambiente virtuale. E le conseguenze di quello che accade in rete lo vediamo nel quotidiano. Pensi alla diffamazione che prima si limitava a un numero ristretto di persone. Oggi online ha conseguenze spesso drammatiche. Sono rischi nuovi, che non vanno vissuti con leggerezza, al pari dei vecchi andiamo a raccontare ai ragazzi nelle scuole. Una leggerezza che oggi non ci possiamo più permettere, anche in un contesto che coinvolge i piccoli centri dove prestiamo il nostro servizio”.

E dove svolgete un monitoraggio capillare del territorio: come siete organizzati?
“Dobbiamo garantire un’uniformità del servizio al netto dell’attività ordinaria. E quando serve specializzazione risolviamo le cose attraverso un’organizzazione che passa da reti consulenziali molto forti”.

In che modo funzionano queste reti dell’Arma?
“La stazione del piccolo paese deve saper riconoscere il problema, poi chiede l’appoggio necessario e viene teleguidata nella soluzione del caso, come si fa per esempio nella violenza di genere. C’è una rete provinciale che coordina tutte le attività delle nostre stazioni e che a sua volta è inserita nella rete nazionale. E tutte quante le attività hanno una supervisione centrale dal Ris di Roma. Un rapporto biunivoco e condiviso, che serve sempre per fornire informazioni in entrambi i sensi tra chi coordina e chi è sul territorio, dal reato comune al contrasto della criminalità organizzata”.

Come ha trovato il rapporto tra i suoi carabinieri e i piacentini?
“Buono, c’è grande collaborazione, con donne e uomini di valore come i nostri. Ma come dico spesso, noi siamo un servizio senza libretto di istruzioni. E a volte il cittadino ha un malinteso pudore o rispetto nei nostri confronti, oppure sottovaluta la situazione”.

Quindi?
“La cosa principale e più semplice da fare per qualsiasi problema è chiamare il 112 senza timore. Spiegate le cose, sarà l’operatore a indicare come comportarsi, dall’aspetti il nostro intervento al vada in caserma domani. Non abbiamo mai meno di 8 pattuglie sul territorio 24 ore su 24; poi abbiamo quelle dei reparti speciali e siamo collegati con le pattuglie delle altre forze di polizia, con le quali c’è la massima collaborazione”.

Qual è il risultato?
“Con la chiamata al 112 siamo in grado di inviare la pattuglia più vicina alla richiesta, che sia la nostra o di un altro corpo di polizia. Quel che conta è arrivare al più presto”.

Un ultima domanda, comandante Breda: quali saranno i suoi tre obiettivi principali nel 2023?
“Il primo, agire sulla prevenzione che si fa tramite la visibilità sul territorio e spiegando ancor meglio al cittadino cosa fare. Il secondo, stare più vicini a quelle persone che ritengo più vittime degli altri, e penso ai più deboli che meritano un’attenzione particolare. Infine, vorrei migliorare ancora la qualità organizzativa del nostro servizio a vantaggio di tutto il territorio della provincia di Piacenza”.

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Giovanni Volpi, giornalista professionista, è il direttore del Mio Giornale.net. Ha iniziato al Sole-24 Ore nel 1993. Dieci anni dopo è passato in Mondadori, a Tv Sorrisi e Canzoni, dove ha ricoperto anche il ruolo di vicedirettore. Ha diretto Guida Tv, TelePiù e 2Tv; sempre in Mondadori è stato vicedirettore di Grazia. Ha collaborato con il Gruppo Espresso come consulente editoriale e giornalistico dei quotidiani locali Finegil.

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