Cultura

Il primo Concilio di Nicea ha 1700 anni: tra storia e attualità, come verrà celebrato da Papa Leone XIV?

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Concilio di Nicea dell’anno 325: nell’antica città situata nell’odierna Turchia, 1700 anni fa si è svolto il primo Concilio ecumenico (cioè universale) della Cristianità. Convocato dall’imperatore Costantino il Grande, è ricordato principalmente per la condanna dell’eresia ariana, malvista dall’imperatore come fonte d’instabilità politica e sociale entro i confini imperiali. In realtà, Nicea I ha preso anche altre decisioni rilevanti per la religione cristiana (di cui accenneremo in seguito).

Papa Leone XIV, fresco di elezione, ha informalmente confermato l’intenzione di recarsi personalmente nell’attuale località di Iznik, per solennizzare l’anniversario. Ciò avverrà forse nel prossimo luglio, in occasione della commemorazione della chiusura del Concilio, che fu aperto il 20 maggio. Oggi, in momenti di rinnovata tensione tra Oriente e Occidente e le rispettive visioni del potere e del rapporto con la religione, riflettere sul primo Concilio può riuscire utile.

Prima di parlare di cosa è avvenuto a Nicea tanti secoli fa alla Chiesa appena reduce dalle più feroci persecuzioni imperiali, dobbiamo ai lettori qualche precisazione. Che cos’è un Concilio? Perché l’iniziativa della sua convocazione era presa inizialmente dagli imperatori? Che ruolo ha tuttora un Concilio nella vita della Chiesa? Che differenza c’è tra Nicea I del 325 e Vaticano II del 1965, cioè il primo e l’ultimo dei Concili?

Vescovi protagonisti

Il Concilio è un sinodo, cioè una riunione di vescovi. Si può fare a differenti livelli. Ad esempio, il Codice di diritto canonico in vigore della Chiesa cattolica prevede ancora la possibilità della celebrazione di concili provinciali (adunanza dei vescovi di una provincia ecclesiastica retta dall’arcivescovo metropolita). Oggi, la corresponsabilità episcopale si esprime normalmente nelle Conferenze dei vescovi a livello regionale, nazionale e continentale. È importante ritenere il principio della collegialità: nella Chiesa, l’autorità è sempre stata dialetticamente articolata tra questo principio e quello monarchico o monocratico.

Da Pietro e gli altri apostoli sino al Papa e i vescovi di oggi, la storia è stata quella del rapporto (a lungo conflittuale, dopo una fase iniziale più armoniosa) tra queste due forme di esercizio del potere dentro la comunità cristiana. Col tempo, la composizione tra le due istanze è stata trovata nel punto di equilibrio riassumibile così: il Collegio dei vescovi (collegio universale, cioè il Concilio ecumenico), insieme al suo capo il Romano Pontefice e mai senza di lui, è pure soggetto di piena e suprema potestà sulla Chiesa. Mentre il Papa esercita da solo la pienezza della potestà ecclesiale, il Concilio può esercitarla solo insieme con lui, che deve provvedere a convocarlo, assegnargli i compiti, presiederne i lavori e ratificarne le deliberazioni.

Il grande salto del Cristianesimo

Detto questo, rispondiamo alle domande che abbiamo fatto prima. Al sorgere del Cristianesimo – cioè quando esso si diffuse immediatamente fuori dall’originario Giudaismo, confrontandosi culturalmente con il mondo classico e scontrandosi politicamente con l’Impero romano – il rapporto tra potere spirituale e potere temporale era ampiamente poroso. Le società erano, per così dire, naturalmente religiose. Tant’è vero che, dopo tre secoli di alterne persecuzioni e semplice tolleranza, il Cristianesimo in meno di un altro secolo è diventato dapprima religione ammessa (proprio da Costantino, editto di Milano del 313) e poi addirittura religione ufficiale dell’Impero (con Teodosio, editto di Tessalonica del 380), scalzando il paganesimo.

Ecco perché, nel 325, Costantino in quanto imperatore ha preso l’iniziativa di adunare i vescovi (quasi tutti orientali, in verità) per trattare questioni teologiche e pastorali: questi affari ormai erano diventati di Stato. E poi l’imperatore, a lungo divinizzato, non era certo a disagio ad esercitare il potere spirituale. Teniamo anche conto che, nel IV secolo, la Sede Romana era lungi dall’essere com’è oggi in termini di autorità effettiva sull’orbe cristiano.

Quanto alla differenza tra Nicea I e Vaticano II, l’altra grande novità – oltre all’intervenuta secolarizzazione del potere politico e delle società – è rappresentata dalle fratture prodottesi nella Cristianità. Gli scismi d’Oriente (separazione da Costantinopoli) e d’Occidente (Riforma protestante nelle sue varie declinazioni) hanno insinuato un cuneo tutt’oggi insuperato tra Roma cattolica e il resto del mondo cristiano ortodosso e riformato.

Insomma, da poco meno di mille anni i Concili non sono più propriamente ecumenici e da cinque secoli non coinvolgono più nemmeno tutta la cristianità occidentale. In ambito cattolico, il Concilio resta la massima espressione della collegialità episcopale, sollecitata eccezionalmente dai Pontefici per decidere capitali questioni dottrinali e di vita ecclesiale.

Condanna dell’arianesimo e via del dogma

Il Concilio di Nicea è famoso soprattutto per avere condannato l’arianesimo, una delle prime eresie cristiane. È stato così, in effetti, anche se pensare all’eresia in quel tempo come opinione eterodossa rispetto alla fede canonica non è del tutto appropriato. Il fatto è che proprio la forma canonica del credo cristiano a quei tempi era ancora in via di definizione. Il presbitero Ario di Alessandria d’Egitto era fautore del subordinazionismo, teoria che affermava in generale l’inferiorità del Figlio rispetto al Padre. Ario sosteneva addirittura che il Figlio fosse creatura del Padre e, quindi, di natura non divina.

Questo dimostra che, prima e attorno a Nicea I, la stessa dottrina trinitaria non era ancora compiutamente stabilita. Al Concilio, dunque, è stata posta la prima pietra dell’odierno Credo (che non per caso si chiama niceno-costantinopolitano): il Figlio è della stessa sostanza del Padre, ne condivide la natura divina, è anch’egli Dio. L’arianesimo, pure condannato da Nicea I, sopravviverà a lungo entro i confini imperiali, anche perché i cosiddetti popoli barbari che li penetravano se ne sono serviti come di un’arma contro l’autorità imperiale.

Per capire quello di cui stiamo parlando, dobbiamo tenere conto del livello a cui si attestavano i primi Concili e quale fosse, almeno idealmente, il loro interlocutore. Si trattava della cultura classica ellenistica, figlia del mondo greco e di quello romano. I Concili erano fatti da teologi per sostenere il dibattito con filosofi. Parlare del Figlio di Dio come il Logos e prendere posizione sulla questione della sua sostanza (ousia) per definirla identica a quella del Padre risente di quella temperie culturale e sociale. Lo rimarchiamo perché il lettore non resti disorientato. La fede della comunità in Gesù come Cristo, cioè Signore e quindi Dio, non nasce a Nicea nel 325.

L’apostolo Paolo ne dà per primo l’annuncio per iscritto all’inizio degli anni 50 del I secolo, cioè vent’anni dopo i fatti pasquali, ma i discepoli che avevano vissuto con Gesù avevano ben presente come egli avesse sempre rivendicato con Dio un rapporto non semplicemente speciale, ma assolutamente unico. Diciamo allora che, con Nicea e i successivi Concili, il Cristianesimo prende la via del dogma e adotta il bagaglio culturale e lessicale della filosofia greca per esprimerlo. La fede, però, è essenzialmente dono dello Spirito (per completare il quadro trinitario): secondo i cristiani, è il Consolatore ad avere progressivamente suggerito ai credenti la verità tutta intera (Gv 16, 13).

Le altre decisioni prese a Nicea

Il Concilio di Nicea I (ce n’è stato infatti un secondo più di quattro secoli dopo, per porre fine alla diatriba iconoclasta) ha preso anche altre decisioni. La più importante è stata la determinazione della data della Pasqua, sganciata da quella ebraica e fissata alla domenica successiva al primo plenilunio di primavera. Ha dato pure disposizioni disciplinari relative alla residenza e i costumi di vescovi e presbiteri e affrontato la questione del battesimo impartito dagli eretici.

Ricordare Nicea a 1700 anni dal primo Concilio ecumenico si presta allo svolgimento di numerose riflessioni, di cui abbiamo fornito un piccolo compendio. Attendiamo con interesse di sentire come celebrerà la ricorrenza, come si diceva probabilmente sul posto, Papa Prevost, che sembra intenzionato a realizzare questo desiderio già manifestato dal suo immediato predecessore Francesco.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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