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Conclave, sale la febbre del totonomi: tutto quello che c’è da sapere sull’elezione del nuovo Papa

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Conclave: a due giorni dalla sua apertura, sale la febbre del totonomi per il prossimo Papa. Identità, nazionalità, schieramento reale o presunto di appartenenza e molto altro formano oggetto di concitate e azzardate previsioni.

Prima di tutto, però, se ne fa una questione di tempi. Quanto ci vorrà perché venga eletto il 267° vescovo di Roma? Primo scrutinio? Almeno non oltre il quinto, cioè entro il secondo giorno! Così si esprimono i mass media. Infatti, il primo giorno si vota una volta sola mentre dal secondo in poi quattro volte al giorno, due al mattino e due al pomeriggio. Nel caso di 12 scrutini a vuoto s’imporrebbe una pausa giornaliera di meditazione, quindi un trittico di 7 scrutini pari a 21 votazioni ancora libere. Prima del ballottaggio tra i due nomi più suffragati, sempre con il quorum dei 2/3 dei suffragi richiesto per l’elezione.

Il cardinale Filoni e le sintesi giornalistiche

La nostra previsione, facile del resto, è che si arriverà alla tradizionale fumata bianca ben prima non solo del ballottaggio, ma anche della gran parte dei 34 scrutini liberi possibili. Quello su cui vorremmo richiamare l’attenzione, comunque, è come si sentano i conclavisti di fronte al mondo, i cui occhi sono largamente puntati su di loro.

Per farlo, prendiamo spunto da una dichiarazione dell’altro giorno attribuita al cardinale Fernando Filoni, gran maestro dell’Ordine equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Prossimo elettore nella Cappella Sistina (ha da poco compiuto 79 anni), Filoni ha detto che per il 7 maggio lui e i suoi colleghi conclavisti si faranno trovare pronti a convergere sul nome dell’eletto. Una precisazione: questa è la sintesi da titolo delle dichiarazioni carpite al porporato. Infatti, andando a leggere queste ultime, si scopre che Filoni si è limitato ad affermare che il Conclave assolverà come sempre il proprio compito. Erano stati i giornalisti a porre nelle loro domande il problema del termine delle votazioni.

Dai conciliaboli segreti alle Congregazioni

L’atteggiamento dei cardinali elettori nei confronti delle aspettative sul loro operato non influisce solamente su ciò che si apprestano a fare, vale a dire sul merito dell’elezione: riflette anche il senso in cui si è evoluta l’elezione papale dallo scorcio del secolo scorso ad oggi, cioè negli ultimi quattro Conclavi (i due del 1978, quello del 2005 e l’ultimo del 2013). In realtà, già gli ultimi due scrutini del XX secolo erano sotto un segno diverso dai precedenti. Quelli poi da cui sono usciti eletti Papa Benedetto XVI e Francesco rappresentano delle vere e proprie novità. Vediamo in che senso.

Lo spartiacque è stato ovviamente il Concilio Vaticano II: non si è occupato dell’elezione papale, ma il ripensamento complessivo che ha suscitato all’interno della Chiesa logicamente non è rimasto privo di conseguenze anche per la modalità di designazione del successore di Pietro. San Paolo VI, come avevamo visto tempo fa, ha cambiato in misura decisiva sia l’istituzione del cardinalato, sia quella del Conclave. È ora il caso di essere più precisi riguardo all’elezione del Pontefice.

Fino appunto al conclave del 1963 che elesse Papa Montini, il rito dell’elezione papale consisteva nella reciproca interrogazione informale, attraverso conciliaboli e qualche incontro allargato, di pochi cardinali. Il plenum del Sacro Collegio, allora indiviso, era fissato a 70 componenti ma non veniva mai raggiunto. Paolo VI venne eletto da 80 cardinali perché san Giovanni XXIII aveva ecceduto il limite sistino, che resisteva dal XVI secolo.

I cardinali, comunque, erano prevalentemente italiani e i responsabili della Curia romana, giocoforza, avevano molto peso anche sotto le volte della Sistina affrescate da Michelangelo. I conclavi del 1978 sono stati i primi dopo le riforme di Papa Montini. Fuori gli ultraottantenni, cardinali presi da gran parte del mondo, plenum degli elettori fissato a 120. Soprattutto, sono state previste le Congregazioni generali preparatorie. Si tratta di incontri allargati anche ai porporati non più elettori, durante i quali – fuori dal regime di clausura – i cardinali discutono collegialmente e in modo pianificato sulle condizioni della Chiesa e del Papato, in vista dell’elezione del nuovo Pontefice.

Candidato di programma e…

A causa del fatto che tutti i cardinali che elessero Albino Luciani e Karol Wojtyla erano ecclesiastici di formazione preconciliare e che si trattava delle opere prime del nuovo regime di conclave, gli scrutini del 1978 furono tutto sommato ancora abbastanza vecchio stile. Già nel secondo caso, comunque, l’elezione del primo Pontefice non italiano dopo più di quattro secoli aveva smosso le acque.

Le elezioni di Joseph Ratzinger/Benedetto XVI e di Jorge Mario Bergoglio/Francesco sono state le prime scelte del Papa “candidato di programma”. Con esse, le Congregazioni extra-Conclave sono diventate il vero luogo di decisione dell’elezione, a tutti gli effetti parlamentarizzata. La scelta della persona, ancorché poi a conti fatti decisiva (il Papa eletto e che abbia accettato è un sovrano assoluto di diritto e di fatto), viene formalmente collocata in seconda battuta, se non in secondo piano, dall’interrogazione collettiva e non segreta sulle cose da fare e come farle. Si può dire, insomma, che il pensiero di Paolo VI relativo alla sua condizione dopo l’elezione – “È come essere una statua sopra una guglia” – sia stato in parte esorcizzato. Oggi, il Papa è meno solo durante e dopo l’elezione pontificale.

Lo Spirito, le assemblee e i cuori

La sintesi giornalistica delle dichiarazioni volanti del cardinale Filoni, indugiante alla possibilità che il nome del nuovo Papa possa sortire direttamente dalle Congregazioni cardinalizie, ha palesato l’equivoco. Si parlamentarizzano i bisogni della Chiesa, i rapporti interreligiosi e le urgenze mondiali, ma si vorrebbe anche sottrarre alla scelta individuale l’opzione del singolo elettore, cercando di vincolarlo all’opinione sul “programma” che sarebbe stata maggioritaria in seno alle discussioni generali.

Stiamo tranquilli, ad ogni modo. Come a chiunque di noi è capitato, in un frangente particolarmente difficile della propria vita, di affidarsi a Dio pregandolo in qualche modo, altrettanto farà ciascun elettore prima di deporre la sua scheda nella pisside che fungerà da urna. È la domanda dell’ispirazione dello Spirito Santo, che aleggia anche sulle assemblee, ma non si può fare a meno di interpellare nell’intimo del cuore.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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