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Consiglio europeo: prestito all’Ucraina e niente ricorso ai beni russi congelati… finché c’è guerra c’è speranza?

Volodymyr Zelensky, presidente dell'Ucraina

Consiglio europeo di Bruxelles: niente ricorso ai beni russi congelati, bensì prestito biennale dell’Ue all’Ucraina di 90 miliardi di euro, onde sostenerne lo sforzo bellico di difesa contro la Russia. Il 18 e 19 dicembre in Belgio tanto tuonò ma non piovve, bisognerebbe dire correggendo il celebre adagio. Si era molto vociferato della mossa “A brigante, brigante e mezzo”, che sarebbe dovuta consistere nel rendere all’invasore Vladimir Putin non esattamente pan per focaccia, ma una reazione comunque piratesca rispetto ai canoni del diritto e alle consuetudini comunitarie. Com’era prevedibile, comunque, non se n’è fatto niente.

Anche noi, d’altra parte, per dare il titolo al nostro articolo siamo andati in prestito da un protagonista indimenticabile del cinema italiano, Alberto Sordi, che nel 1974 diresse e interpretò appunto “Finché c’è guerra c’è speranza”. Si trattava in quel film di un rappresentante di armi che, pur di assecondare gli agi della moglie e i vizi dei figli, esercitava la sua professione già eticamente problematica all’insegna della massima spregiudicatezza. E si auto-assolveva, dicendo che le armi sono mezzi neutri: dipende chi le impugna e per fare cosa. Nella realtà, anche oggi, non è poi molto diverso. Infatti, mentre ci avviciniamo al compimento del quarto anno di guerra in Ucraina, la sua prospettiva potrebbe allungarsi almeno di mesi. E non sembra esservi spazio per dei colpi di scena, anche se non si può mai dire.

Mossa vincente di Meloni

Anzitutto, il prestito Ue all’Ucraina di Zelensky. Invece di utilizzare gli asset russi immobilizzati dal 2022 (soprattutto in Belgio) e ora sequestrati a tempo indeterminato, l’Europa ricorre in pratica ad un embrione di debito comune. La pretesa germanica e mitteleuropea di non ricorrere a nuovo indebitamento è accontentata dal fatto che le garanzie del bond sono prese dentro i fondi già stanziati dagli Stati nell’ambito del bilancio comunitario. L’assoluta contrarietà belga e i timori franco-italiani di ritorsioni sono soddisfatti dall’archiviazione dell’ipotesi di utilizzo anticipato dei beni russi rispetto ad una tregua o ad un accordo.

Come italiani, registriamo con favore il successo della nostra presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che si era schierata sin dall’inizio sulla posizione infine tramutatasi in decisione. Specularmente, prendiamo atto della magra figura del cancelliere tedesco Friedrich Merz, che nelle scorse settimane si era assunto l’ingrata parte del guascone, pronto a lanciare un’improbabile “Operazione Barbarossa” di stampo finanziario contro Mosca. Meloni, oltre ai suoi meriti personali, si è avvalsa della tradizione italiana d’immediata obbedienza statunitense: non è stata costretta, insomma, al penoso gioco dell’oca imposto a Merz dall’europeismo di maniera. Pure i francesi e i tedeschi, infatti, sono obbligati a fare quello che vuole Washington, solo che si sentono in dovere prima di provare a non farlo. Emmanuel Macron, almeno mediaticamente abbastanza defilato in questa partita, aveva già dato ampiamente con i sedicenti Volenterosi.

Sceneggiatura Usa mal recitata

Dal punto di vista politico e militare, continua la commedia di scrittura e direzione statunitensi, male interpretata dai leader europei. Il soggetto prevede la considerazione della guerra esclusivamente come russo-ucraina, come se l’aspirazione – in sé legittima e comprensibile – di affrancamento di Kiev dall’abbraccio soffocante di Mosca attraverso l’ingresso nella Nato e nell’Ue non implicasse sin dall’inizio la continuazione (nelle nuove forme) della vecchia competizione della Guerra fredda. 

Le contraddizioni della sceneggiatura si sprecano. Ad esempio, mentre si finge di ignorare la natura di conflitto in affari russo-slavi fomentato dall’esterno, si afferma contemporaneamente che l’aggressione dell’Ucraina sarebbe per Putin solo una tappa di un più ampio progetto di conquista su vasta scala. Se potessimo, faremmo tra le altre questa domanda ai leader europei: come mai, quando 70 e 60 anni fa l’Urss invase l’Ungheria e la Cecoslovacchia (Stati non sovietici, benché inclusi nel Patto di Varsavia) per ribadire il peso del suo tallone su di loro, i Paesi dell’allora Cee non pensarono di armare gli aggrediti contro l’aggressore? E come mai, invece, oggi sono disposti a non parlare d’altro che dell’Ucraina e destinarle centinaia di miliardi di euro, armandola quasi come una superpotenza?

La risposta è facile: perché allora gli Usa volevano la spartizione dell’Europa, mentre oggi la considerano tutta come propria, compresi territori un tempo direttamente dell’Urss. E la contrarietà russa nei confronti di questo disegno fa scomodare la giustizia, il diritto, la libertà e addirittura la democrazia. È il colmo che Paesi che si identificano politicamente nella laicità e culturalmente nel dubbio rivendichino certezze granitiche in fatto di relazioni internazionali.

Se per gli europei una terza via non c’è…

Ancora una volta, a scanso di equivoci, ribadiamo che non pensiamo affatto che staremmo meglio nell’orbita del Cremlino anziché in quella della Casa Bianca, benché ai russi noi interessiamo molto meno che agli americani. Ci teniamo però a chiarire che, rebus sic stantibus, è sempre di una questione di gravitazione in orbita altrui che si tratta per l’Europa, figuriamoci per l’Ucraina. Noi europei, cioè le nostre leadership con la parziale eccezione di quella italiana attuale di Meloni, continuiamo a non domandare agli Usa come pensino di regolarsi con noi. Con la Russia, si sa che hanno una rivalità strategica e culturale. È a noi che dovrebbe interessare sapere se le relazioni atlantiche possano diventare meno inique per entrambe le loro parti.

In questa prospettiva, sarebbe stato necessario chiarire subito che, per gli europei, i russi non sono avversari strategici e possono essere interlocutori sul piano ideale e culturale. Il vincolo esterno ce l’ha impedito e adesso dobbiamo continuare a ballare questa danza sempre più macabra. Lo ripetiamo: al di là delle opinioni politiche, il vantaggio nazionale nell’avere il Governo Meloni è risparmiarci almeno la sceneggiata dell’imputazione personale e politica a Donald Trump del vassallaggio americano dell’Italia e dell’Europa. Gli Stati Uniti, dopo la fine dell’Urss, hanno usato la Nato per provocare la Russia e ora con Trump interloquiscono con Putin per tenere l’Ue sotto pressione e, naturalmente, alle proprie dipendenze. 

Certo, sarebbe bello e sarebbe meglio avere da noi e nel resto d’Europa leadership ancora più assertive, ma bisogna sapersi accontentare di quelle anche soltanto meno ipocrite.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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