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Conte: Mattarella alla prova del nove (e della storia) sul governo giallo-verde

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Luigi Di Maio e Giuseppe Conte

Conte: sembra che si vada verso un governo giallo-verde guidato dal giurista pugliese in quota al Movimento 5 Stelle.
Ma ne siamo certi? 
Il Presidente Mattarella, dopo aver ricevuto Salvini e Di Maio, avrebbe potuto conferire subito l’incarico al professor Giuseppe Conte indicato come premier dai due leader. Invece ha annunciato che prima sentirà i Presidenti di Camera e Senato, Fico e Casellati. E dal Quirinale, che prende tempo, traspare anche una malcelata irritazione del suo inquilino.

Conte: i dubbi del Colle

Al Presidente della Repubblica sembra non vada a genio l’idea di Salvini ministro dell’Interno. E si dice che Mattarella non sia convinto pure dalla candidatura di Conte. Non ha abbastanza carisma (Gentiloni invece è un guru?). Non ha esperienza politica (e Dini ne aveva?). E potrebbe risultare schiacciato dal tandem Di Maio-Salvini. In tal senso, l’inquilino del Colle ha ricordato l’articolo 95 della Costituzione, secondo il quale il Presidente del Consiglio dei Ministri dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile.

Un salto nella fantapolitica

E se domani Mattarella rifiutasse di incaricare Conte, cosa potrebbe succedere? Senza deflettere dai suoi poteri costituzionali, potrebbe incaricare chiunque altro di formare un governo. Ma senza i voti di Lega e 5 Stelle sarebbe un esecutivo di minoranza. E nel giro di pochi mesi si tornerebbe alle urne.
Con che scenario? Con i due tribuni che potrebbero impostare la loro campagna elettorale al grido: “Non ci hanno consentito di governare. Dateci più forza”. E il trend è già molto favorevole a Di Maio e a Salvini. Così, l’impuntatura di Mattarella si rivelerebbe un clamoroso autogol. Una spinta favorevole a quelle forze accusate di populismo e sovranismo.

Allora l’inquilino del Colle potrebbe insistere per la nomina di un altro candidato della stessa maggioranza. Ma la scelta di Conte sembra abbastanza obbligata. Di Maio salirebbe molto volentieri a palazzo Chigi. Ma Salvini, orfano ormai di Berlusconi, che si sta sempre più allontanando dall’alleanza di centrodestra, non può consentirlo. E infatti si è opposto al premierato del 5 Stelle con tutte le sue forze.

E Salvini premier? Questo non lo consente Di Maio, perché aprirebbe altrettante falle nel suo elettorato. E allora un “numero due” alla Giorgetti, Centinaio, Bonafede o Fraccaro? Sarebbero ancora più deboli nei confronti dei due dioscuri. A meno che, a quel punto, Di Maio e Salvini rinunciassero ad un posto di governo. Ma un esecutivo a guida Bonafede e senza leader sarebbe ancora meno credibile di un onesto governo Conte. Ecco perché, a oggi, il professore è il male minore.

Le ubbie di re Mattarella

Il Capo dello Stato, riferiscono i bene informati, sembra anche indispettito perché Salvini si è lasciato sfuggire  la frase “la squadra è già pronta”. Mentre invece l’articolo 92 della Costituzione prevede che il Presidente della Repubblica nomini il Presidente del Consiglio e, su proposta di questo, i Ministri. 

Molti commentatori hanno ricordato che Napolitano aveva negato a Renzi la nomina di Gratteri alla Giustizia. E che Scalfaro aveva fatto spostare Previti dalla Giustizia alla Difesa all’epoca del primo governo Berlusconi. Il tutto per dimostrare che il Presidente è depositario del potere di nomina. Dal primo esecutivo Berlusconi (1994) ad oggi sono cambiati oltre dieci governi. Ognuno dei quali vantava almeno una ventina di ministri. Duecento ministri, due dei quali giubilati. L’uno per cento. E Mattarella proprio oggi si mette a fare lo schizzinoso?

La lezione della Storia

Scusate, ma Mattarella ci ricorda tanto Luigi XVI che scrive sul diario “Niente” la sera del 14 luglio del 1789. È un’evidente metafora, perché il “Rien” del re di Francia voleva solo dire che nel giorno della presa della Bastiglia non aveva ucciso neppure un cervo. Ma è diventata la rappresentazione della cecità della politica ai suoi massimi livelli.

E l’Europa di oggi ci ricorda tanto il Congresso di Vienna che, dopo il ciclone napoleonico, ha minuziosamente rimesso sui loro troni i vari sovrani spazzati via dal grande Còrso. Il Congresso di Vienna, nel 1814, riuniva le quattro “potenze alleate” europee: Austria, Prussia, Russia e Inghilterra. Un club di aristocratici snob che con molta condiscendenza ha ridisegnato la carta europea. Dimenticando però che gli eserciti napoleonici avevano portato per tutt’Europa, fino a Mosca, i germi di libertà, fraternità ed uguaglianza della Rivoluzione francese. E infatti, pochi anni dopo, nel 1821, iniziano i primi moti carbonari. Fin quando, nel 1848, l’intera Europa è in rivolta.

Il dito nella diga

La Storia non si ferma con i trattati, con l’euro e con le banche. Oggi il pendolo sta andando verso destra. Verso quello che gli euroburocrati chiamano populismo. In Francia la Le Pen è arrivata a un soffio dall’Eliseo. In Austria, in Ungheria e in Polonia i governi sono di destra. Il trono ultraventennale della Merkel vacilla in Germania e i socialisti tedeschi sono al minimo storico. In Spagna il governo centrista di Rajoj è appeso a un filo, pressato da Indignados e Podemos, oltre che dalla fronda separatista catalana. E Londra, guidata dai conservatori, sta andando per conto suo (non sappiamo bene dove, e forse non lo sanno neppure loro).

A questo punto ci viene in mente un’ultima metafora. Quella del bambino olandese che chiude la falla della diga con il dito, salvando il suo paese. Sarà sufficiente anche oggi per salvare l’Europa dal populismo?

Massimo Solari è avvocato cassazionista e scrittore. Ha pubblicato diversi volumi sulla storia di Piacenza e alcuni romanzi. Ha tenuto conferenze e convegni sulla storia di Piacenza. Ha collaborato con le riviste Panoramamusei, L'Urtiga, e scrive sul quotidiano Italia Oggi.

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