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Corea del Nord: dietro l’atomica c’è l’odore dei soldi

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Il dittatore nordcoreano Kim Jong-un

Corea del Nord: 120.000 chilometri quadrati, come il Nord Italia, e 25 milioni di abitanti. Un Prodotto interno lordo stimato in 28 miliardi di dollari, al 95° posto mondiale, dopo la Lettonia e la Tanzania. Tanto per capirci, il Pil italiano è tra i primi 10 con oltre 2.220 miliardi. Tutti parlano dell’arsenale di Kim Jong-un, pochissimi della situazione economica del Paese, che forse è la chiave per intuire le prossime mosse del dittatore nordcoreano.

I vicini di Kim 

Prima di tutto, come si faceva a scuola: la Corea del Nord confina con la Cina, per qualche chilometro con la Russia di Putin e, lungo il 38° parallelo, con la gemella-rivale Corea del Sud. Tra i due Stati corre una zona demilitarizzata profonda 4 chilometri. Peccato che Seul, capitale della Corea del Sud, sia a 40 chilometri dal confine, e così a tiro d’artiglieria nordcoreana. Vicinissimo, anche se non confinante, il Giappone già sorvolato dai missili di Kim. Seul e Tokyo, sono alleati di ferro del grande nemico americano, che mantiene ancora sulla penisola coreana 30.000 soldati Yankees. La Russia di Putin osserva sorniona e ogni tanto getta acqua sul fuoco. Ma è su Pechino che si addensano sostanzialmente tutti gli interessi.

Corea del Nord: il monopolio cinese

Storica alleata di Pyongyang, la Cina è anche membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Quindi per prima cosa può bloccare col suo veto qualunque risoluzione contro Kim, paralizzando l’Onu quando vuole. E veniamo al risvolto economico. L’interscambio commerciale tra Cina e Corea del Nord nel 2016 ha raggiunto i 6,5 miliardi di dollari. Pechino è il maggior partner commerciale della Corea del Nord. La Cina vende infatti a Pyongyang l’85-90% dei beni che importa. Ed è la destinazione dell’83% di quelli esportati dalla Corea del Nord. Grazie alle massicce importazioni dalla Cina, Kim ha evitato l’ennesima carestia? Certo, ma il dittatore nordcoreano sta lavorando anche su un altro piano.

Il Pil di Pyongyang

Nonostante le tensioni generate dall’opzione nucleare, il Pil nordcoreano del 2016 è aumentato del 3,9% rispetto all’anno precedente. E questo è il miglior risultato dal 1999. Dunque, sul piano interno Kim gestisce un’economia in grande movimento, che strizza l’occhio ai nordcoreani a cui è concessa anche qualche redditizia attività privata. Un modo per tamponare il malcontento e rendere più tollerabile l’effetto negativo delle sanzioni. Tuttavia questo giro d’affari in crescita, che il regime rimpingua anche con attività illegali come il traffico d’armi, non consente comunque a Pyongyang di fare a meno del suo maggiore alleato. Ma neppure alla Cina, almeno in questa fase, conviene cambiare atteggiamento, col rischio di perdere il controllo sul regime nordcoreano, magari a favore di “concorrenti” come India o Russia, che mantengono qualche piccolo ma strategico rapporto commerciale con la Corea del Nord.

I dubbi di Pechino

E poi c’è l’ipotesi dello scoppio di un conflitto, anche non nucleare. In questo caso pensano a Pechino, che cosa ci troveremmo? Una Pyongyang senza Kim potrebbe essere riunificata alla sorella del Sud. E così i 30.000 soldati americani potrebbero accamparsi alle frontiere dell’ex Celeste Impero. Dunque, meglio continuare così. Meglio un equilibrio precario, in qualche modo controllabile, che nessun equilibrio.

Nella testa di Kim 

E Kim come la pensa? I casi sono due: o sposiamo la tesi del pazzo e in tal caso qualunque ragionamento va a farsi benedire, o proviamo a pensare che il dittatore abbia una sua (perversa) strategia. E quale potrebbe essere? Intanto sa come sono finiti gli altri dittatori nemici degli americani: Saddam Hussein e Gheddafi. Avevano l’atomica? No. Kim invece sì. E ha notato che gli Stati Uniti sono molto “gentili” e comprensivi con gli altri Stati dotati di un arsenale nucleare, come l’India e il Pakistan. Dunque, per Kim, l’atomica è una sorta di polizza assicurativa contro Washington. Sa bene (siamo sempre nella seconda ipotesi) che un eventuale attacco a Guam, a un’altra base Usa o, non sia mai, alle costa del Pacifico rappresenterebbe l’immediata fine del suo regime e molto probabilmente di lui stesso. Quindi per ora abbaia alla luna.

Trump con le mani legate

E allora che strategia potrà mettere in campo Trump? Solo quella commerciale, almeno fino a quando Kim non dovesse pigiare il fatidico bottone. Le ultime notizie dalla Casa Bianca parlano di un Trump che vorrebbe imporre l’embargo a tutti i Paesi che commerciano con la Corea del Nord. Peccato che la maggiore indiziata, la Cina, è anche il principale partner commerciale americano, con un export 2016 di 462 miliardi di dollari verso gli Usa e un import di 115. Così, con un disavanzo di 347 miliardi, un embargo su Pechino – che detiene anche molte obbligazioni del debito pubblico americano – per Washington potrebbe essere solo un tragico boomerang. 

Massimo Solari è avvocato cassazionista e scrittore. Ha pubblicato diversi volumi sulla storia di Piacenza e alcuni romanzi. Ha tenuto conferenze e convegni sulla storia di Piacenza. Ha collaborato con le riviste Panoramamusei, L'Urtiga, e scrive sul quotidiano Italia Oggi.

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